Il libro scomodo che ha diviso i commentatori in Francia e Usa

Secondo lo studioso, evitata l’apocalisse marxista, occorre che le società riprendano potere sull’interesse privato, ma senza protezionismi

STEFANO MONTEFIORI, Corriere della Sera redazione • 4/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libri & culture • 722 Viste

PARIGI — Il successo internazionale del libro dell’economista francese Thomas Piketty non ha precedenti. Le 952 pagine di storia delle diseguaglianze e di critica al capitalismo contemporaneo sono diventate nel corso di quest’anno le più citate (anche se magari non sempre lette) da media, esperti, politici, soprattutto dopo la trionfale tournée dell’autore negli Stati Uniti, quando il columnist del «New York Times» David Brooks gli ha dedicato un editoriale dal titolo The Piketty Phenomenon evocando (con ironia) la Beatlemania. Piketty ha raccolto gli elogi incondizionati dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, le critiche del «Wall Street Journal» e del «Financial Times» (quest’ultimo protagonista di una contesa sui dati proposti da Piketty), l’approvazione dell’«Economist». L’accoglienza nel mondo anglosassone ha generato un ritorno di interesse anche in Francia, dove il volume era uscito sei mesi prima suscitando meno clamore. In patria alcune voci a destra sono state severe (Nicolas Bavarez aveva dato a Piketty del «Karl Marx da sotto-prefettura») ma soprattutto Piketty, ex consigliere economico di Ségolène Royal, da sempre schierato a sinistra, è sembrato infastidire i suoi compagni, la gauche di governo, quella del presidente della Repubblica. In campagna elettorale Hollande aveva promesso una «rivoluzione fiscale» ampiamente ispirata agli studi di Piketty sulle diseguaglianze, ma una volta eletto ha abbandonato il progetto. Le ricette — ormai ribattezzate Pikettynomics — prevedevano la trattenuta alla fonte (in Francia si paga dopo) e una tassazione progressiva dei redditi e dei capitali insieme, ma il presidente le ha ben presto accantonate. Anzi, la crisi di governo degli ultimi giorni e la nascita dell’esecutivo Valls II ha reso ancora più distanti le posizioni di Hollande e Piketty, che già non stimava il presidente («vale poco», è il suo giudizio). L’idea di fondo del Capitale nel XXI secolo attira consensi più delle soluzioni che ne discendono: Piketty critica una struttura economica del capitalismo ridiventata ottocentesca, dopo due guerre mondiali che avevano distrutto grandi fortune e creato enormi opportunità. Oggi, secondo Piketty, siamo tornati a un’era in cui non vale la pena lavorare, perché il mondo si fonda sui patrimoni accumulati senza fatica e non sui redditi frutto di merito e talento. Fin qui, l’interesse è grande, in America e in Europa. Quando però si passa ai rimedi concreti proposti da Piketty, le cose si complicano. Specie in Francia, dove il governo potrebbe tenere conto del suo lavoro e non lo fa. Il partito è spaccato, l’ala sinistra responsabile della fronda è stata cacciata dall’esecutivo. Piketty, profeta inascoltato in patria, conferma la sua avversione a Hollande. «Che penso dei deputati socialisti che si sono ribellati? Avrebbero dovuto farlo prima».

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