L’orrore a puntate del carnefice nero

I miliziani dell’Is hanno pianificato la loro strategia mediatica come un serial televisivo I colori: arancione Guantanamo e nero Califfato. E gli attori: oltre alla vittima predestinata, il tagliatore di teste ormai noto al pubblico e l’antagonista Obama, il presidente americano che non si piega e “deve essere punito”

ADRIANO SOFRI, la Repubblica redazione • 3/9/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 982 Viste

GLI autori dell’assassinio di Steven Sotloff, ieri di James Foley, domani di David Cawthorne Haines, non sono interessanti: sappiamo tutto di loro. Li abbiamo visti, ci basta. Dovrebbe bastarci, almeno. Adesso invece dobbiamo fermarci su quello che davvero ci interessa: il loro messaggio, quello che pretende di dirci, e quello che siamo capaci, se ne siamo capaci, di leggervi.
UN CORTO professionale di 2 minuti primi e 46 secondi esige una scrupolosa preparazione. Decidiamo che lo spettatore rinunci per principio a esser tale, a rassegnarsi alla messinscena, e che invece ricorra alla facoltà migliore degli esseri umani: figurarsi nei panni altrui. Dell’uomo condannato, schernito, piegato e macellato, prima di tutto. Ma anche dell’uomo che recita ed esegue la condanna. Di coloro che hanno allestito la sceneggiatura, scelto l’ambientazione, i costumi, le luci, il suono. La produzione che ci viene offerta è quella di un reality a puntate. Ora che tutti ripetono l’autorevole frase secondo cui c’è una guerra mondiale «a pezzetti, a capitoli» (purché non ci si illuda che sgombri l’orizzonte dalla minaccia di una guerra mondiale tutta d’un pezzo) la produzione dell’Is ci offre la storia vera di una decapitazione universale a puntate. Da eclissare la banalità del desiderio antico, che il popolo avesse una testa sola, da mozzare con un solo colpo!
Buongustai, i boia dello Stato islamico conoscono la voluttà della distillazione: una testa alla volta, fino alla fine. Come nei serial avvertiti, come nelle vecchie sapienti storie di appendice, ogni puntata finisce presentando
la vittima della prossima: già nel suo costume arancione, già afferrato per l’orlo della scollatura, ancora provvisoriamente vivo, e già postumo. La spietatezza della produzione ha il suo corollario nella puntualità e nella prevedibilità. «Obama, I’m back — eccomi di nuovo». Il costumista ha fatto la sua parte una volta per tutte: l’arancione Guantanamo, il nero califfato. Più importante ancora, il casting. Solo in apparenza riguarda le vittime. Le vittime sono, sia detto con l’orrore che merita la constatazione, comparse. Secondo una scala di pregio, certo: in testa alla quale sta l’americano di origine ebraica — come Daniel Pearl a Karachi, come Steven Sotloff ieri in Siria — poi l’americano cattolico, poi l’inglese, poi… Materia prima, da procacciarsi sul campo, o nei mercati. I veri attori sono due, due singoli personaggi. Uno è il testimonial di propaganda fide, e dev’essere sempre lo stesso: lo spettatore ha imparato a riconoscerlo, il boia dall’accento londinese. «Secondo messaggio », «Sono tornato». Il coprotagonista personale, l’antagonista, è «Obama». Anche lui ricompare ogni volta. I vigliacchi dell’Is, i rapitori e stupratori di donne e ragazze, i minacciatori di bambini, gli sgozzatori di infedeli d’ogni fede, avevano tacciato gli americani di codardia per i loro raid aerei: che venissero giù dal cielo a vedersela con loro, da uomo a uomo. Nello spot, uomo a uomo significa il boia dall’accento londinese contro Barack Obama: uno contro uno. Il delirio della sfida fra due campioni, e l’accusa infamante di viltà lanciata a quello che non scende in campo, col suo corpo.
I video prodotti dall’Is sono infatti questione di corpi, di culturismo e di macelleria. Niente di antimoderno, questa è gente che filma la propria parata d’artiglieria a Falluja da un drone e la mette in rete. Ma sta dicendo a tutti, ai suoi che vuole conquistare col terrore e ai nemici che vuole battere col terrore, che il drone senza il coltello è niente, è roba spregevole, da femminucce. Il coltello levato e ostentato, prima che messo all’opera, è l’indice del video d’appendice. Il collo, mostrato e nominato prima d’esser reciso: «Sego il collo, the neck , di questo ostaggio come tu continui a bombardare i colli , the necks, della nostra gente». Bombardare i colli: immagine miserabile quanto rivelatrice. Rivendica, l’attore dall’accento inglese, il primato della macelleria manuale contro la supposta viltà della macelleria anestetica dall’alto dei cieli.
Sanno come lusingare il loro pubblico, e come lasciare interdetta perfino una parte del pubblico che dovrebbe averne ripugnanza, ma non ha forza abbastanza, e guarda il cielo senza vedere il coltello. Obama, quello vero, non il feticcio della recita jihadista, ha resistito a oltranza — troppo — alla provocazione di venire giù, a mettere i piedi sulla terra. Sa e teme che quella sia la loro brama, l’occasione della gloria di cui si ubriacano. Ora ha passato la linea, e non poteva fare altrimenti. Ripetutamente, per motivare i raid aerei che hanno salvato almeno una parte di cristiani e ezidi e musulmani dissidenti dal massacro islamista — e il petrolio di Kirkuk, certo, anche il petrolio — ha dichiarato di dover proteggere le vite dei 400 americani di Bagdad o giù di lì, e degli altri non so quanti americani di Erbil. Poi non più. Ad Amerli, in extremis, non si è preteso di difendere «cittadini americani». Si soccorrevano cittadini iracheni, e i più disgraziati: sciiti in terra di sunniti, turcomanni in terra di curdi e arabi. L’hanno fatto, i raid americani, a costo di cooperare, se non di allearsi, con milizie sciite di osservanza iraniana, oltre che coi peshmerga e con i federali iracheni. Non c’è ritorno, da lì. C’è l’appello a una intesa internazionale, cui il resto dei paesi che si vogliono democratici nicchia più o meno, lasciando a suo modo che l’affare sembri riguardare, come nello show del califfato, “Obama”.
Indecente è, “fra noi”, la tentazione di sentirsi turbati dalla sfida di vedersela “da uomo a uomo”. Vorrei opporle una relazione da donna a uomo, nelle parole con cui la madre di Sotloff aveva fatto appello al califfo: «Invio questo messaggio a lei, Abu Bakr al-Bagdadi al-Quraishi al-Hussaini, califfo dello Stato islamico. Sono Shirley Sotloff». Aveva messo in fila tutti i nomi e i titoli di questo pagliaccio, due o tre righe di nomi. Poi i suoi: Shirley Sotloff.
Questo ci compete: di non guardare il video, né le prossime puntate, e di vederne invece l’allestimento, la regia, quello che l’ha preceduto e quello che deve seguirgli. Infine, anche Steven Sotloff ha detto le sue ultime parole. Ci salvi il cielo, se mai capitasse, dal cedere all’ultimo desiderio graziosamente concesso al condannato, di imputare a un Obama o a qualunque altro feticcio scelto dal suggeritore col coltello, la colpa della propria passione. E se mai cedessimo, perché non è detto che siamo più forti, e forse saremmo più deboli, di Foley, di Sotloff, di Haines, che nessuno ascolti le nostre parole diversamente da come si ascolta il belato dell’agnello che ha già la gola stretta dalla mano col coltello, e sa che nessun angelo verrà a fermarla.

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