Il massacro delle missionarie italiane in Burundi

Tre suore saveriane uccise a Bujumbura, la polizia parla di stupro e decapitazione. Sullo sfondo del triplice omicidio, avvenuto in due tempi e con modalità ancora da chiarire, le lotte politiche interne e le tensioni con il Ruanda

Gina Musso, il manifesto redazione • 9/9/2014 • Copertina, Internazionale • 1315 Viste

Ave­vano scelto di restare in Burundi mal­grado l’età avan­zata e i pro­blemi di salute. Tre suore ita­liane — Olga Raschietti, Lucia Pulici e Ber­nar­detta Bog­gian — sono state uccise dome­nica a Bujum­bura, capi­tale del Burundi. Un mas­sa­cro effe­rato, avve­nuto in due tempi e con moda­lità ancora poco chiare in un con­vento delle mis­sio­na­rie save­riane a Kamenge, zona nord della città. Fonti della poli­zia locale rife­ri­scono che le tre reli­giose sono state vio­len­tate e che una di loro è stata addi­rit­tura deca­pi­tata. Ma la cosa — soprat­tutto per quanto riguarda la vio­lenza ses­suale — non trova per ora con­ferma dai ver­tici della con­gre­ga­zione, che par­lano di pestag­gio. Solo una suora con­go­lese sarebbe sfug­gita all’eccidio.

Il governo burun­dese ieri espri­meva «indi­gna­zione» per un «atto igno­bile per­pe­trato con­tro appar­te­nenti a una con­gre­ga­zione della chiesa cat­to­lica la cui opera è molto apprez­zata in tutto il Burundi e in par­ti­co­lare nel quar­tiere Kamenge» e invita la poli­zia a indi­vi­duare e a punire «seve­ra­mente» i respon­sa­bili. La nota dell’esecutivo si chiude con il monito a non uti­liz­zare l’accaduto per «spe­cu­la­zioni fina­liz­zate a semi­nare con­fu­sione»… Una chiosa che rac­conta tra le righe delle ten­sioni di nuovo in aumento tra Burundi e Ruanda. Da giorni le auto­rità burun­desi denun­ciano con forza infil­tra­zioni a tutti i livelli dal vicino Ruanda, nelle chiese, nelle imprese e per­sino tra le pro­sti­tute, con cui il regime di Paul Kagame mire­rebbe a desta­bi­liz­zare il Paese e l’intera regione. A sof­fiare sul fuoco ieri ci ha pen­sato l’ambasciatore burun­dese in Bel­gio, il quale non solo sostiene che il cri­mine com­piuto con­tro le reli­giose ita­liane sia opera di cit­ta­dini ruan­desi, ma accusa aper­ta­mente l’intelligence di Kigali e sostiene che i respon­sa­bili andreb­bero ricer­cati nelle resi­denze dell’Adc-Ikibiri (Alleanza dei demo­cra­tici per il cam­bia­mento), la for­ma­zione che rag­gruppa diverse anime dell’opposizione. E che accusa il pre­si­dente Pierre Nku­run­ziza di vio­lare — cor­rendo per un terzo man­dato alle ele­zioni pre­vi­ste nel 2015 — gli accordi di pace fir­mati a Aru­sha nel 2000 sotto l’egida di Nel­son Man­dela. Da parte sua il par­tito di governo Cndd-Fdd (Con­si­glio nazio­nale per la difesa della demo­cra­zia e Forze per la difesa della demo­cra­zia) accusa l’opposizione — che aveva già boi­cot­tato le pre­si­den­ziali nel 2010 denun­ciando bro­gli — di cinico cal­colo poli­tico: avendo capito di non avere chance nella tor­nata elet­to­rale del pros­simo anno pun­te­rebbe a un governo tran­si­to­rio di unità nazio­nale, ispi­rato dal Ruanda, della durata di 3 anni.

Una situa­zione poten­zial­mente incen­dia­ria, ali­men­tata dalla fra­gi­lità della pace sca­tu­rita dal ces­sate il fuoco del 1993, siglato dopo 40 anni di con­flitto civile e circa 250mila morti. L’attuale Costi­tu­zione, anzi­ché scar­di­nare l’artificio hutu-tutsi, impone delle quote (60% ai primi, 40 ai secondi) nel governo. La sepa­ra­zione fit­ti­zia pro­se­gue, pro­du­cendo ancora fibril­la­zioni e deliri.
In Burundi ne abbiamo un esem­pio nella sequela di omi­cidi poli­tici in cui sono caduti sia mem­bri del Cndd-Fdd che espo­nenti dell’ex for­ma­zione ribelle Fnl (Forze di libe­ra­zione nazio­nale). E a divi­dere sono leggi come quella che isti­tui­sce una com­mis­sione con il potere di sca­val­care i tri­bu­nali sulle con­tro­ver­sie legate alla pro­prietà di «terre e altri beni»: per il par­tito Uprona, di «fede» tutsi, è un modo di sabo­tare il pro­cesso di ricon­ci­lia­zione nazio­nale. Più recen­te­mente ha susci­tato pro­te­ste la stretta gover­na­tiva sulla libertà d’informazione e la recente legge sulle lin­gue e i nomi nazio­nali. I tutsi che riven­di­cano ascen­denze israe­lite l’hanno para­go­nata alle misure anti­se­mite adot­tate nella Rus­sia zari­sta nel 1881.

Il mas­sa­cro delle tre reli­giose rischia così di inse­rirsi in un con­te­sto già intossicato.

Le prime ad essere aggre­dite sono state Lucia, 75 anni, e Olga, 83. Dopo il ritro­va­mento dei loro corpi le altre reli­giose hanno scelto di restare nella casa. Nella notte il nuovo assalto. «Le sorelle sono tor­nate a chia­marmi — ha rac­con­tato all’agenzia Misna il supe­riore dei mis­sio­nari save­riani in Burundi, Mario Pul­cini -. Teme­vano che l’aggressore fosse in casa. Quando siamo riu­sciti a entrare abbiamo tro­vato anche Ber­nar­detta (79 anni, ndr), senza vita».

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