«La mia Armenia indica la terza via nello scontro fra Russia e Occidente»

«La mia Armenia indica la terza via nello scontro fra Russia e Occidente»

ROMA — «L’interesse primario dell’ Armenia, per la peculiarità della sua storia e collocazione geografica, si basa sulla buona cooperazione tra Oriente e Occidente. Tanto più che è pericoloso per i piccoli Paesi approfittare delle contraddizioni fra i grandi centri decisionali globali. Noi abbiamo rapporti strategici ed economici intensi con la Federazione russa, con Mosca facciamo parte di un sistema di sicurezza collettivo. Ma allo stesso tempo abbiamo ottime relazioni con Usa, Unione europea e Nato. Così, di fronte a tensioni nei loro rapporti, noi scegliamo di non schierarci. Orientiamo la nostra politica estera intorno a questioni concrete».
Lo dice in un’intervista al nostro giornale il presidente armeno, Serz Azati Sargsyan, a Roma per una visita in Vaticano.
Può fare un esempio di questione concreta?
«Quando l’Assemblea generale dell’Onu ha votato una risoluzione sulla Crimea, l’Armenia ha votato contro. Ma non perché anche la Russia abbia fatto lo stesso, come si potrebbe pensare. Come lei sa, l’Armenia è confrontata con la vicenda del Nagorno-Karabakh, la regione a maggioranza armena che ha proclamato l’indipendenza dall’Azerbaigian. Per noi il diritto all’autodeterminazione dei popoli è un principio fondante. E rifiutiamo l’approccio secondo cui per esercitare un principio universalmente riconosciuto bisogna chiedere permesso».
Ma questo rischia di mettere in discussione ogni equilibrio internazionale, fondato sull’integrità territoriale e la sicurezza delle frontiere esistenti.
«Ci sono valori non modificabili. Ricordo che al tempo del collasso dell’Urss l’Europa sostenne senza condizioni il diritto all’autodeterminazione. L’ Armenia, l’Azerbaigian, la stessa Ucraina si resero indipendenti proprio durante quel processo. Mutatis mutandis , dovremmo dire che noi sosteniamo l’esercizio di questo diritto nel caso di grandi unità territoriali, come l’Urss, ma non nel caso di unità più piccole? Più vicino a noi, c’è stata l’indipendenza del Kosovo: non c’è nessuna differenza col Nagorno-Karabakh»
Quindi non c’è differenza neppure tra Kosovo e Crimea?
«Non mi arrogo il diritto di giudicare il caso della Crimea. Ma è evidente che c’è stato un esercizio di autodeterminazione. In ogni caso noi non vediamo contraddizione tra il diritto all’autodeterminazione e il principio dell’integrità territoriale. Sono entrambi principi fondanti della Carta delle Nazioni Unite».
Ma la Crimea, esercitando quel diritto, ha leso di fatto l’integrità territoriale dell’Ucraina…
«Negli ultimi 40 anni il numero dei membri dell’Onu si è quasi duplicato. È un processo oggettivo e si contrappone alla prevaricazione. Nel caso armeno, noi rifiutiamo che ci sia prevaricazione e discriminazione di una entità nei confronti di un’altra se la seconda ha vissuto per millenni sullo stesso territorio. E poi si tratta di usare ogni sforzo per evitare la violenza. Alla fine cosa chiedono i popoli, se non di vivere e prosperare su un territorio nel quale vivono da millenni? Se ciò fosse possibile, verrebbe meno anche la necessità di staccarsi».
Quali sono le prospettive di una soluzione pacifica in Nagorno-Karabakh?
«Il lungo negoziato ha portato a risultati importanti, con una soluzione quadro che si basa su tre principi: rifiuto dell’uso e della minaccia della forza, l’integrità territoriale e l’autodeterminazione. Ma la soluzione ci pare lontana alla luce degli sviluppi recenti».
Si riferisce alle minacce di guerra lanciate via Twitter dal presidente azero Aliev?
«Anche, ma non solo. L’Azerbaigian fa più dei tweet, violando sistematicamente la tregua».
Che ruolo svolge la Turchia?
«Non positivo. Ankara difende, appoggia e fa sue le posizioni azere».
In più c’è il problema del genocidio armeno, di cui nel 2015 cade il centenario e che la Turchia continua a negare. Cambierà mai questa posizione?
«Io sono ottimista che un giorno un governo turco arriverà a fare i conti con la Storia, riconoscendo il genocidio degli armeni. Questo perché anno dopo anno nella società civile turca cresce una massa critica di persone, che si rendono conto di un crimine, del quale gli armeni non li accusano. Noi infatti accusiamo chi governava la Turchia nel 1915, la cui responsabilità è stata riconosciuta da una corte turca. Comunque alla commemorazione del centenario ho invitato anche il presidente Erdogan, ma dubito che verrà».
Quale ruolo l’ Armenia può giocare nelle crisi del Grande Medio Oriente, in particolare nella lotta contro l’Isis?
«Gli ultimi sviluppi nel Grande Medio Oriente preoccupano la comunità internazionale e noi in particolare. In Iraq e in Siria c’erano grandi e vibranti comunità armene, che hanno vissuto lì per anni da cristiani e in armonia con i musulmani. Ora assistiamo al progressivo annientamento del patrimonio culturale cristiano in quelle regioni. Le notizie di chiese e monumenti armeni distrutti toccano un nervo scoperto. Siamo un Paese piccolo, ma gli sforzi verso grandi coalizioni tese a stabilizzare questa regione sono stati sempre accolti positivamente dal governo armeno. In più la presenza di comunità armene in quelle aree ci rende particolarmente sensibili. Dopo quelli in Iraq e Afghanistan, a fine ottobre è già previsto lo spiegamento del contingente armeno, sotto comando italiano, nella missione di pace Onu in Libano.»
Paolo Valentino



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