Povertà non significa miseria ma libertà dai beni materiali

Bisogna superare l’egoismo e l’indifferenza, l’economia va messa al servizio dell’uomo

Vincenzo Paglia, Corriere della Sera redazione • 29/9/2014 • Copertina, Libri & culture, Povertà & Esclusione sociale • 1288 Viste

Il mistero dei poveri svela a chi lo scruta che tutti gli uomini in verità sono poveri e pertanto la povertà non riguarda solo qualcuno o un gruppo, ma tutti. Non è però scontato accorgersene. La beatitudine evangelica, «Beati i poveri!», traversa come un lampo che illumina l’intera storia. Gli spiriti attenti ne sono colpiti. La beatitudine fa intuire che se è vero che tutti siamo poveri, beati però sono solo coloro che lo riconoscono, che non negano questa verità. In questa luce la povertà non è una disgrazia di qualcuno, è piuttosto la grazia per tutti.
Padre David Maria Turoldo notava già negli anni Ottanta: «Oggi, in questo tempo così balordo e diseguale; in un tempo nel quale sempre più si concentrano ricchezze nelle mani di pochi, e sempre più dilaga la miseria e la fame nel mondo… Vorrei che fossimo tutti convinti di quanto sia giusta la tesi, condivisa oggi anche da scienziati, di rifarci alla povertà quale valore ispirante la stessa economia». E aggiungeva: «La disgrazia sta nel negare la povertà, invece di accoglierla, sta nel volerne uscire da soli o nel pretendere di non appartenervi o di esserne usciti. La povertà è una dimensione essenziale all’uomo». Di qui la forza profetica dei poveri! È una forza che inquieta, per questo li emarginiamo, li allontaniamo, non vogliamo vederli né ascoltarli.
La storia della povertà è perciò una storia «sacra» del mondo perché i poveri ne sono esenti, scartati dagli uomini, ma privilegiati da Dio. In essa Dio e l’uomo si incontrano. Per questo i poveri e la povertà dovrebbero rappresentare il punto di partenza per una giusta impostazione dell’esistenza umana, compresa l’economia. «Poveri e povertà», è sempre Turoldo che scrive, «sono essenziali al piano della salvezza. Sono i poveri che ci salvano, anzi la povertà è la stessa salvezza. Il mondo non può risolvere i suoi problemi, se non sceglie la povertà come regola della sua economia». Due studiosi di estrazione diversa, Majid Rahnema e Jean Robert, lo sostengono anch’essi nel volume La potenza dei poveri .
E Turoldo chiarisce: «Qui, per povertà, prima di tutto si intende libertà dalle cose; sconfitta delle cupidigie; si intende superamento del diritto di proprietà, almeno come è stato concepito e gestito fino ad ora; s’intende giustizia che sia finalmente, veramente distributiva e comunitaria. Per povertà non si intende certo miseria, e meno ancora miserabilità: si intende che l’uomo sia preso nel suo assoluto valore e non per quello che possiede». Purtroppo oggi più che i beni — ce ne sono per tutti — manca il senso del diritto di ogni uomo ad avere almeno il necessario. Per questo la povertà e i poveri sono una profezia da ascoltare.
Ne sono certo, padre Turoldo canterebbe con gioioso trasporto la forza delle parole che papa Francesco ha come scolpito nella Evangelii Gaudium : «L’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale. Sociologica, politica o filosofica. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere “gli stessi sentimenti di Gesù” ( Fil 2,5)… Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci… È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro».
Volere «una Chiesa povera e per i poveri» significa legarsi al Vangelo, fonte della vita cristiana, e al Vaticano II, interpretazione alta del Vangelo per l’oggi. Terminata l’assise conciliare, alcuni vescovi firmarono una proposta per se stessi e per la Chiesa. Nel testo si legge tra l’altro: «Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso… Rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti e nelle insegne… Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale… Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza… Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in condizione economica debole o sottosviluppata».
Papa Francesco ha insistito su questa stessa linea per il ministero del vescovo: «C’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiori agli altri, non come gli altri, un po’ principe. Sono pericoli e peccati. Ma il lavoro di vescovo è bello: è aiutare i fratelli ad andare avanti. Il vescovo davanti ai fedeli, per segnare la strada; il vescovo in mezzo ai fedeli, per aiutare la comunione; e il vescovo dietro ai fedeli, perché i fedeli tante volte hanno il fiuto della strada». Questo modello episcopale Francesco lo vive in prima persona in Vaticano e chiede che divenga lo stile dei vescovi e della Chiesa. È consapevole che la forza della Chiesa non sta nella sua forma organizzativa, seppure necessaria, e tanto meno nelle forze mondane.
Una Chiesa povera, che si affida solo alla forza del Vangelo, è necessariamente anche Chiesa «dei» poveri. Quest’ultimi, nella Chiesa, non sono «utenti» o estranei su cui far cadere la propria attenzione. E tantomeno sono un problema. Essi sono anzitutto membri a pieno titolo della Chiesa. Semmai ne sono i primi membri, gli eredi più autorevoli. Per questo la Chiesa non può essere — come Papa Francesco ripete — «una Ong pietosa». La Chiesa sente i poveri come parte di se stessa, anzi la parte da amare e da privilegiare. E il loro nome è fraternità, familiarità, amicizia: «Il nostro impegno — aggiunge papa Francesco — non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso… Il povero, quando è amato, è considerato di grande valore, e questo differenzia l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia».
E il perché di tale privilegio lo spiegò con accenti straordinari nella Veglia di Pentecoste del 2013, ai movimenti ecclesiali. I poveri — disse Papa Francesco — per i cristiani non sono «una categoria sociologica», ma la «carne di Cristo». Non basta più dire che Dio si fa carne per comprendere fino in fondo il mistero. Si deve esplicitare che Dio si fa carne affamata, assetata, malata, carcerata… Non mancano infatti carni «profumate» attorno a noi, anzi il giorno che la carne di Cristo fu profumata, cominciarono subito le questioni di denaro e fu Giuda a sollevarle. Dio si è fatto carne scartata. È questa a essere «sacramento» di Cristo.
Le parole del Papa debbono suonare di scandalo. Nella veglia si domandò: «Quando facciamo l’elemosina a un povero, lo guardiamo negli occhi, gli tocchiamo la mano o gli gettiamo la moneta?». È un interrogativo semplice, ma nella sua concretezza lacera la coscienza e interpella tutti coloro che incontrano i poveri. La povertà, continuò Papa Francesco, non può essere derubricata a «categoria sociologica o filosofica o culturale». «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo». Il richiamo si fece stringente: «E questo vale ancora di più in questo momento di crisi. Noi cristiani non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento… Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala!».
La Chiesa su questa frontiera deve misurare la sua veridicità evangelica. E a chi teme incidenti o esagerazioni nel coinvolgersi con i poveri Papa Francesco afferma con autorevolezza: «Io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!». E attacca la cultura dello scarto: «Oggi — questo fa male al cuore dirlo — trovare un barbone morto di freddo non è notizia. Oggi è notizia, forse, uno scandalo. Uno scandalo: ah, quello è notizia! Oggi, pensare che tanti bambini non hanno da mangiare non è notizia. Questo è grave! Non possiamo restare tranquilli!». E riportò quel midrash della tradizione rabbinica sulla costruzione della Torre di Babele per denunciare quanto ancora oggi la dignità di un operaio conti meno del denaro: «Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano un po’… tragedia… come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi! E la testimonianza di una Chiesa povera e per i poveri va contro questa mentalità».

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