Raid mirati, azioni di commandos Le opzioni sul tavolo di Obama

Il presidente ora dovrà reagire alla sfida dei terroristi

Guido Olimpio, Corriere della Sera redazione • 3/9/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 959 Viste

WASHINGTON — Obama non ha ancora trovato la strategia contro l’Isis, invece i tagliagole hanno la loro e la perseguono. L’uccisione del giornalista Steven Sotloff è stata eseguita con una lama dal doppio taglio. Con il primo hanno infierito sul corpo dell’ostaggio, con l’altro hanno colpito il team presidenziale, diviso su come rispondere alla sfida jihadista. Un fendente portato in un momento delicato, con la Casa Bianca impegnata a fronteggiare la crisi ucraina e il presidente in partenza per il summit Nato.
Dopo le prime dichiarazioni sull’attendibilità del video, le fonti dell’amministrazione hanno dato spazio all’orrore: «Un atto terrificante…Abbiamo dedicato risorse e tempo per salvarlo». Sdegno che tuttavia deve essere seguito da una reazione. Potranno gli Stati Uniti affidarsi solo all’azione limitata in Iraq? Daranno il via ai raid anche sui santuari dell’Isis in Siria?
Sono le domande che rimbalzano da Washington fino al Medio Oriente. È chiaro che un governo non deve rispondere di impulso. O assecondare lo spirito di vendetta finendo nella trappola tesa dall’Isis: Abu Bakr al Baghdadi vuole che l’America entri davvero in guerra, con tutta la sua potenza, e al fianco degli sciiti. È il desiderio di un confronto globale che presenti l’America quale avversario di tutti i sunniti. Ma è altrettanto rischioso per Obama scegliere l’attendismo ad oltranza. La prudenza può essere scambiata per paura.
Il messaggio trasmesso dal boia dell’Isis, con il suo accento britannico, è perfido e razionale. Chiama in causa direttamente Obama, definisce «fallimentare» la politica Usa in Iraq e presenta l’esecuzione come una risposta ai bombardamenti aerei Usa nella zona di Mosul. Quest’ultimo riferimento è una conferma che il movimento, se a livello strategico vuole lo scontro, sul piano tattico teme le incursioni dell’aviazione. Per quanto ridotte hanno bloccato i progressi jihadisti. E allora se funzionano, perché non ampliarli?
Si ritorna così alle discussioni svoltesi alla fine di luglio tra i collaboratori del presidente. Un’arena dove si sono formati due campi, non sempre omogenei. Il Dipartimento di Stato, parte dell’intelligence e del Pentagono avevano chiesto di intensificare le operazioni aeree dall’Iraq alla Siria accrescendo anche i legami con gli insorti siriani «buoni». Una campagna per distruggere e demolire la struttura, dando anche la caccia ai dirigenti, come è avvenuto in Pakistan, Yemen e Somalia. Contro si sono schierati i consiglieri della Sicurezza nazionale, qualche generale e una «fazione» di 007. Questo partito è contrario a impelagarsi in altro conflitto, è convinto che la sola risposta militare sia controproducente e non si fida dei ribelli siriani. Scetticismo appaiato ai dubbi, espressi anche da Obama, sugli alleati regionali. Molti sono bugiardi, ambigui, con una doppia agenda che spesso finisce per fare il gioco del nemico.
Se il presidente uscirà dalla cautela — criticata dai repubblicani ma anche da esponenti democratici influenti — potrebbe adottare una strategia a fasi. Eccole. 1) Estensione delle missioni aeree per distruggere veicoli e mezzi, i target più facili e «a tiro». 2) Attacchi su depositi, centri comando, campi d’addestramento. Mossa favorita dal fatto che l’Isis «governa» il territorio, dunque è presente e visibile. Ma notizie recenti dicono che avrebbe iniziato a mimetizzarsi, specie nella «capitale del Califfato», Mosul. 3) Eliminazione dei leader. 4) Creazione di una «no drive zone», incenerendo dal cielo qualsiasi camionetta del movimento che azzardi a muoversi lungo determinati assi strategici. 4) Bombe e razzi sui rifugi in Siria.
Sul piano, però, pesa l’incognita dell’intelligence. E fino ad oggi si è detto che quella americana non ha abbastanza informazioni. Per riuscire a scovare un capo jihadista serve ricostruire le sue «abitudini di vita». Un sentiero che si costruisce con settimane di ricognizione dei droni e di uomini sul campo contrastati dal controspionaggio dell’Isis che hanno iniziato a uccidere presunti traditori. Dunque un programma a lungo termine che può riservare sorprese.
Lo rivelano gli ultimi sviluppi. A luglio le forze speciali hanno cercato di liberare il giornalista James Foley in Siria ma i dati sulla prigione dell’Isis si sono rivelati errati. Lunedì, droni e caccia hanno condotto un blitz in Somalia. Nel mirino c’era il capo degli al Shebab, Ahmed Godane. Forse è stato ucciso, i suoi uomini sostengono che «ha riportato ferite», il Pentagono è alla ricerca di conferme.
In questa guerra i nemici sono lì, si mostrano in video, postano foto su Internet, ma quando vogliono diventano fantasmi.
Guido Olimpio

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