Congo. Ritorno nel cuore di tenebra

“Congo” di Van Reybrouck il reportage dal paese africano diventa epica

ADRIANO SOFRI, la Repubblica redazione • 27/9/2014 • Copertina, Libri & culture, Storia & Memoria • 1307 Viste

DAVID Van Reybrouck, alla vigilia di un primo viaggio in Congo, lesse molto, ma gli restò un’insoddisfazione e decise di scrivere lui il libro che avrebbe voluto leggere. Due anni fa, volendo partire per il Congo, lessi il suo libro e pensai che era il libro che avrei voluto scrivere. Tutto ciò che riguarda la Repubblica Democratica del Congo è grandioso. La dimensione: è grande quasi quanto l’Europa. La ricchezza: metà del cobalto mondiale, 70-80 per cento del coltano (telefonini), 30 % dei diamanti, e uranio, oro, rame e così via. E acqua: da dissetare l’Africa intera. La povertà: ultimo posto per l’Indice di sviluppo umano. La violenza: le due guerre fino al 2003 hanno provocato fra i 5 e i 6 milioni di morti.
La gente: centinaia di gruppi, ma con una straordinaria omogeneità culturale. Gli stupri: è il paese in cui se ne compiono di più, da chiunque, anche i caschi blu dell’Onu. La natura: di qua dal fiume ci sono gli scimpanzé, di là i bonobo, le quarte e ultime scimmie antropomorfe scoperte dagli umani; presero strade diverse solo perché non nuotavano.
Van Reybrouck (Bruges, 1971) ha pensato che un paese così andasse raccontato grandiosamente, e nel più bello stile, e in capo a cinque anni, molti viaggi, letture sterminate e 500 interviste a persone viventi, compreso un interlocutore che diceva di avere 127 anni, e li aveva davvero, ci riuscì. Settecento pagine ora tradotte da Feltrinelli, precedute da un successo travolgente: nei soli Belgio e Olanda Congo ha venduto in quattro anni 300mila copie. Tutti questi numeri sono il battito di tamburi che annuncia l’essenza della cosa: straziato e saccheggiato com’è da secoli, il Congo è il cuore meraviglioso della terra.
Avendo a che fare col famigerato passato coloniale, Van Reybrouck si è guardato dal registro dell’indignazione e dell’invettiva — non è revisionismo, è che «non posso smettere d’essere belga, e d’essere uomo» — e del resto ce n’è poco bisogno. Milioni di schiavi venduti, deportati, e decimati. Poi milioni di schiavi adibiti alla razzia dell’avorio, poi della gomma: il tempo delle “mani mozze”, che dovevano fornire la prova dell’uccisione dei lavoratori che non rendevano abbastanza. Il Belgio, creato dalle potenze europee a far da stato-cuscinetto, si vide assegnare la colonia nel 1908, dopo che il suo re, Leopoldo II, l’ebbe detenuta dal 1885 come una proprietà personale, e saccheggiata e violata selvaggiamente, senza metterci piede: il più asimmetrico dei rapporti coloniali. Poi, nel 1960, l’indipendenza. Il re Baldovino venne a Léopoldville — la Kinshasa di oggi — e tenne il suo discorso: ci mise l’elogio del genio di suo nonno, Leopoldo II. Il giovane primo ministro della nuova repubblica, Patrice Lumumba, corresse i fogli del proprio discorso, poi andò a pronunciarlo. Disse: «Da questo momento noi non saremo più le vostre scimmie». Ci fu il gelo. Nel giro di mesi l’enorme regione del Katanga, sostenuta da militari, consiglieri e affaristi belgi, dichiarò la secessione, e poi anche il Kasai. Lumumba fu catturato, torturato, deportato, ucciso. Mentre aveva le mani legate dietro la schiena, qualcuno gli infilò a forza in bocca le pagine del suo discorso, perché le ingoiasse. Fra i complici c’era un suo giovane segretario e amico, Mobutu. Fra poco, nel 1965, e per 32 anni, sarebbe diventato il dittatore del Paese.
Lumumba, che non era un comunista ma un nazionalista panafricano, aveva chiesto il sostegno dell’Urss contro la secessione: erano in pochi, dalla Cia in giù, a non volere la sua morte. «Per cancellare le tracce, Gerard Soete, il viceispettore belga della polizia katanghese, riesumò i resti. Segò il corpo e lo sciolse nell’acido. Dalla mascella estrasse due denti rivestiti d’oro, dalla mano mozzò tre dita. Nella sua casa di Bruges conservò una piccola scatola che mostrava ai visitatori. Conteneva i denti e un proiettile. Anni dopo li gettò nel Mare del Nord». Quando Mobutu dovette ammorbidire la sua tirannide nel 1990, le uniformi alla cinese non furono più obbligatorie: «I giovani si buttarono sui guardaroba dei loro padri alla ricerca di cravatte. Nessuno sapeva come si annodasse una cosa simile, ma cosa importava? In quei giorni pieni di speranze, le strade di Kinshasa erano piene di cravatte annodate male». Una signora intervistata da Van Reybrouck, Régine, spiega il declino di quelle speranze con un’immagine suggestiva, buona anche alle nostre primavere ribelli che appassiscono: «Noi volevamo estirpare la dittatura, sì, ma non puoi abbattere così un baobab, perché ti cadrebbe in testa. Devi troncare le radici una a una e poi sradicare l’albero da una certa distanza».
Van Reybrouck dirà a suo modo qualcosa di simile: «Le elezioni libere non dovrebbero essere l’avvio di un processo di democratizzazione nazionale, ma la conclusione, o in ogni caso uno degli ultimi passi. La pace, la sicurezza e l’istruzione dovrebbero avere la priorità, al pari di elezioni locali che possano stimolare la formazione di una cultura comunitaria della responsabilità politica. Gli esperti occidentali di politica soffrono sovente di un fondamentalismo elettorale… ». (Van Reybrouck ha appena pubblicato in Francia un pamphlet intitolato Contro le elezioni, in cui sostiene la superiorità del sorteggio dei candidati legislatori — non dei governanti).
Dopo Mobutu, nel 1997, Kabila, arrivato a Kinshasa sugli scudi delle milizie ugandesi e ruandesi — il Congo confina con ben nove stati, cioè pressoché tutti e nove gli stati sconfinano in Congo, e specialmente nelle sue province nordorientali, dell’Ituri e del nord e sud Kivu. Assassinato Kabila da uno della sua guardia, gli succedette il figlio, ed è ancora là. È ancora là la sarabanda di guerre tribali e di gang, nelle quali una quantità di potenze vicine e lontane manovrano cinicamente. Il Ruanda di Kagame, conquistata la benevolenza piena di rimorsi dell’Europa e degli Usa per il genocidio subito dai tutsi nell’inerzia universale, se non nella complicità, ha compiuto oltre il confine vendette su centinaia di migliaia di profughi hutu. L’Onu, che aveva fatto in Congo la prima e più vasta e costosa prova di peace-enforcing, vi fa anche i suoi esemplari fallimenti.
La sua cristianizzazione è avvenuta, a partire dai portoghesi nel XV secolo, a costo di complicità coloniali e strafalcioni antropologici, oltre che di opere buone. Viene proprio oggi da chiedersi quale sarebbe la storia se in un paese come il Congo avesse prevalso l’islam: non la passeremmo così liscia coi suoi milioni di morti. Invece, andate a guardare e sentire su YouTube le canzoni congolesi dagli anni ‘50: farete una scoperta almeno altrettanto importante che col Buena Vista Social Club . «Nella società coloniale non esisteva un abisso maggiore di quello tra l’uomo africano e la donna europea (l’inverso, il contatto tra un uomo europeo e una donna africana, era moneta corrente)». Fra i formidabili ritratti di Van Reybrouck, c’è quello delle tante vite di Jamais Kolonga. La sua impresa vera si compì nel 1954: Kolonga, ammesso per qualche stranezza in un locale di bianchi, chiese incredibilmente a un tipo portoghese il permesso di invitare a ballare sua moglie, e il tipo incredibilmente glielo diede, e così per la prima volta un nero del Congo ballò con una donna bianca, e alla fine tutti applaudirono. Il grande Kabasele scrisse la canzone Jamais Kolonga , e da allora tutti i grandi la ricantano.

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IL LIBRO E IL PREMIO
Per Congo (trad. di F. Paris, Feltrinelli, euro 25) David Van Reybrouck ha ricevuto ieri a Roma dal Festival della letteratura di viaggio il premio Kapuscinski per il reportage

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