Scuola. Senza investimenti è il giornalino di Gianburrasca

Scuola. Lascia sgomenti l’assenza di una visione culturale organica. Si naviga ancora una volta a vista

Alba Sasso, il manifesto redazione • 4/9/2014 • Copertina, Istruzione & Saperi • 649 Viste

Il com­pito da svol­gere sulla scuola per il governo sarebbe in realtà già tutto scritto.

Pren­diamo la que­stione più spi­nosa, quella dei pre­cari: a voler “nor­ma­liz­zare” la situa­zione baste­rebbe sem­pli­ce­mente pren­dere atto del loro sta­tus attuale, del livello di avan­za­mento delle loro car­riere e, con la linea rapida di un decreto, sta­bi­liz­zarli, visto che è dimo­strato che assu­mere i pre­cari a set­tem­bre e licen­ziarli a giu­gno costa più o meno lo stesso.

Ed eli­mi­nare final­mente le gra­dua­to­rie a esau­ri­mento. Non par­liamo di sup­plenze brevi ma di quella parte del corpo inse­gnante che sta­bil­mente manda avanti la scuola e ne costi­tui­sce uno dei pila­stri por­tanti. Non una immis­sione in massa di «fan­nul­loni» ma la sem­plice presa d’atto di uno stato di cose esi­stente. Sarebbe una svolta epo­cale, di quelle che que­sto governo rin­corre affannosamente.

Que­sta dimen­sione epo­cale rischia di restare anch’essa nella terra degli annunci, poi­ché sem­bra infran­gersi sul pro­blema dei costi e soprat­tutto su chi li pagherà. La mini­stra Madia sot­to­li­nea che non ci sono soldi per gli sta­tali. Dovranno rinun­ciare que­sti docenti alla rico­stru­zione della car­riera? La strada presa sem­bra quella della ridu­zione delle tutele. Per tutti, per chi entra e per chi già c’è. Biso­gna ricor­dare che gli scatti di anzia­nità non sono un aumento di sti­pen­dio, sono un antico rime­dio per non impo­ve­rirli ulte­rior­mente. Visto che siamo già gli ultimi in Europa per la retri­bu­zione degli insegnanti.

E anche la que­stione del merito appare in pre­oc­cu­pante con­ti­nuità con i pre­ce­denti governi, lad­dove sotto la voce «pro­mo­zione del merito» si è cer­cato osti­na­ta­mente di rom­pere la com­pat­tezza di una cate­go­ria e di pro­vo­care la più clas­sica delle guerre tra poveri. Men­tre invece una dif­fe­ren­zia­zione di ruoli esi­ste già, nei fatti, nella scuola dell’autonomia.

La scuola ita­liana è molto più avanti di chi la governa e l’ha gover­nata per anni. Ne sono sem­pre più con­vinta quando par­liamo dei pro­cessi di inno­va­zione. La mag­gior parte delle scuole li sta già pra­ti­cando, nono­stante i tagli degli anni pas­sati. La scuola digi­tale, l’inglese alle ele­men­tari, le nuove alfa­be­tiz­za­zioni, sono già una realtà nelle nostre scuole, che pur­troppo cam­mi­nano sulle loro gra­ci­lis­sime gambe eco­no­mi­che. Quello che serve è inve­sti­mento finan­zia­rio, peral­tro pro­fon­da­mente red­di­ti­zio per lo stato, a soste­gno di que­sto lavoro.

Ciò che lascia sgo­menti nei 12 punti, una sorta di «gior­na­lino di Gian­bur­ra­sca», è l’assenza di una visione cul­tu­rale orga­nica. Si naviga ancora una volta a vista. E manca l’idea del ruolo della scuola e della cul­tura nel mondo glo­ba­liz­zato post-moderno dei nostri gio­vani, dove già una poli­tica fatta di slide appare vec­chia di qual­che era geologica.

Sulla scuola non esi­ste una visione stra­te­gica, manca un’idea di svi­luppo legato all’investimento nel sapere. Con­ti­nua a lati­tare un pro­getto gene­rale di con­nes­sione tra istru­zione, for­ma­zione, ricerca e lavoro, che non può essere risolta solo dall’estensione di per­corsi (anche que­sti già esi­stenti) di alter­nanza scuola — lavoro.

P.S. Ieri è tra­scorso il terzo dei mille giorni per mille asili. Si hanno noti­zie dei primi tre asili aperti?

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