Lavoro, la svolta di Renzi “Riforma subito per decreto e via anche l’articolo 18”

Lavoro, la svolta di Renzi “Riforma subito per decreto e via anche l’articolo 18”

ROMA . Matteo Renzi è pronto e, quando avverrà, sarà lo strappo più profondo con la tradizione della sinistra dagli anni Settanta ad oggi. La vera Bad Godesberg italiana. «È deciso, faccio la riforma del lavoro per decreto. Insieme alla legge di Stabilità. Cancelliamo l’articolo 18». Lo confida ai suoi tutto d’un fiato, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, al termine di una giornata lunghissima, con due dibattiti in Parlamento e uno alla direzione del Pd. Sa bene che la materia è pura lava: per un certo mondo dem e per la tradizionale “constituency” legata alla Cgil è come operare a cuore aperto senza anestesia. Eppure Renzi è deciso ad andare avanti, anzi sarà proprio la riforma del lavoro lo “stress test” per misurare se la maggioranza è disposta a seguirlo fino in fondo sulla strada delle riforme. E così evitare un ritorno al voto in primavera.
La dead line è dunque la metà di ottobre, quando contestualmente alla legge di Stabilità arriverà anche quel decreto con dentro la rivoluzione del lavoro. Ma visto che il premier conosce già le armi dei suoi avversari interni — Stefano Fassina e Cesare Damiano hanno iniziato il bombardamento preventivo — è anche deciso a sfidarli sul loro stesso terreno. E dunque la riforma non parlerà solo la lingua legnosa del taglio ai diritti — come quello a essere reintegrati nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa — ma suonerà anche lo spartito dolce delle garanzie estese a tutti. «L’obbligo del reintegro — spiega il capo del governo — sarà sostituito da un indennizzo, tanto più alto quanto più alta sarà l’anzianità del lavoratore. Ma contestualmente modifichiamo e ridefiniamo gli ammortizzatori sociali e le politiche attive sul lavoro: la malattia, le ferie, la cassa integrazione, la maternità, le estendiamo a tutti». Il modello sarà «quello danese e socialdemocratico» della “flexicurity”, flessibilità del posto di lavoro ma sicurezza del lavoratore, che sarà accompagnato dallo Stato e preso per mano finché non troverà un’altra azienda in cui ricollocarsi. La formula è accattivante, è quella proposta da anni da Pietro Ichino, ma servono tanti soldi per finanziarla. Proprio per questo è necessario ripensare integralmente gli ammortizzatori attuali e legare la riforma del lavoro alla legge di Stabilità.
Insomma, se davvero Mario Draghi, nell’incontro segreto a Città della Pieve del 13 agosto, chiese a Renzi la riforma del lavoro in cambio di un aiuto della Bce, il premier è deciso ad onorare la sua parte di impegno. Certo, a modo suo. «La nostra è un’apertura alle richieste dell’Unione europea, ma con un ancoraggio alla sinistra sul piano dei diritti — ci tiene a precisare il premier quando illustra il piano ai parlamentari più vicini —. È una cosa diversa rispetto al disegno della Troika: facciamo la riforma del lavoro, ma la facciamo a modo mio».
Per questo Renzi esclude per il momento di volersi rituffare in campagna elettorale e se la prende con quelli che hanno volutamente frainteso il senso delle sue parole in parlamento. «Non voglio andare a votare. Io faccio le riforme. Ma non sto qui a vivacchiare, a perdere tempo. Io voglio finire la legislatura. Quindi noi facciamo le riforme e poi si vede ». Insomma, la prova del budino sta nell’assaggiarlo. Se la minoranza interna del Pd accetterà questo passaggio, dopo aver accettato la riforma costituzionale e quella elettorale, allora la legislatura potrà andare avanti. Altrimenti…
Renzi ha già in mente le tappe di avvicinamento alla meta. Anzitutto l’intenzione è quella di coinvolgere la minoranza e isolare al massimo gli irriducibili. Come già avvenuto per bicameralismo e Italicum, sarà una Direzione Pd convocata ai primi di ottobre a esprimersi con un dibattito ampio sul Job’s Act. Direzione che sarà conclusa con un voto. Vincolante per tutti. Per coinvolgere al massimo l’area dalemianbersaniana e preparare il terreno allo strappo, il capo del Nazareno ha dato ieri via libera alla segreteria «plurale». Certo, ne sono rimasti fuori i civatiani. Ma altri incarichi sono già pronti per loro, a partire dall’ufficio di presidenza dei gruppi e dalla sostituzione dei sottosegretari Legnini e Reggi: «C’è posto per tutti».
La minoranza comunque non intende stare zitta e si appresta al combattimento. «Daremo battaglia sul lavoro come abbiamo fatto per la difesa della Costituzione — promette il senatore Felice Casson — e saremo molti di più, anche i bersaniani staranno con noi». Nessuno ne parla apertamente, ma certo anche una scissione nel Pd — su un tema così lacerante — è da mettere nel conto. Linda Lanzillotta, che conosce bene il partito per esserne allontanata proprio per le resistenze della parte più legata ai sindacati, non crede che avverrà: «Non se ne andranno, lo sanno anche loro che un partitino di sinistra-sinistra non avrebbe futuro». Corradino Mineo, uno dei leader della dissidenza, sembra darle indirettamente ragione: «Renzi ci tratta come se già fossimo fuori, ma noi la battaglia la faremo eccome. Non gli faremo il favore di andarcene, sarà lui se vuole a doverci cacciare ».



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