Usa con l’Iran e Turchia con i curdi quelle strane alleanze contro il Califfo
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NEW YORK. «NON possiamo usare la nostra U. S. Air Force come se fosse l’aviazione sciita». Il primo a lanciare l’allarme sulle “alleanze contro natura” è stato il generale americano David Petraeus, che fu uno dei più importanti strateghi della guerra in Iraq. Fa discutere l’operazione con cui Barack Obama ha ordinato, secondo il comunicato ufficiale della Casa Bianca, «attacchi aerei mirati per soccorrere migliaia di sciiti turcomanni assediati nella città di Amerli». Un’operazione congiunta a cui hanno partecipato aerei militari francesi, inglesi, australiani. Configura quella anomala convergenza che fa sobbalzare Petraeus e che il New York Times segnala così: «Stati Uniti e Iran improbabili alleati nella battaglia in Iraq».
Gli sciiti iracheni finora avevano avuto come referente estero l’Iran, principale potenza dell’area che si riconosce in quel ramo della religione islamica. Pur di contrastare il nuovo “nemico numero uno” dell’America, cioè quello Stato Islamico o Is che progetta il Grande Califfato, Obama si ritrova oggettivamente dalla parte dell’Iran. Ma non è l’unica delle alleanze contro natura, provocate dall’allarme per l’ascesa dell’Is. Tutti i tradizionali schieramenti del Medio Oriente sono in sommovimento. L’Is ha avuto l’effetto di un terremoto, costringendo ogni potenza dell’area a rivedere antiche strategie, accantonare inimicizie che sembravano insormontabili. Il Wall Street Journal a sua volta ricostruisce con un complesso grafico tutti gli spostamenti di alleanze che si stanno verificando. Iran e Arabia saudita erano nemici politicamente almeno dal 1979 (l’anno della rivoluzione islamica che cacciò lo Scià e portò al potere l’ayatollah Khomeini), religiosamente da sempre visto che gli sciiti dominano in Iran, mentre l’Arabia saudita è la patria dei sunniti per eccellenza. Oggi anche tra loro si è stabilita una tacita alleanza, contro l’Is. Per i sauditi infatti non c’è peggior pericolo: il progetto di Grande Califfato è una sfida diretta contro la loro autorità nel mondo sunnita; l’Is rivendica di essere il “vero” difensore degli
interessi sunniti in Medio Oriente e della loro purezza religiosa.
Un rovesciamento analogo si è verificato nell’atteggiamento della Turchia verso i curdi. Ankara ha sempre osteggiato il progetto di un Kurdistan autonomo in Iraq, perché a sua volta ha una minoranza curda sul territorio turco, che potrebbe essere incoraggiata nelle sue rivendicazioni di autonomia. Ma improvvisamente
è sbocciata una tregua: quando i peshmerga curdi legati al Pkk hanno salvato migliaia di yazidi minacciati dal genocidio, la Turchia ha approvato la loro azione. Anche per il leader turco Erdogan il Grande Califfato dell’Is è diventato un pericolo soverchiante che può destabilizzare l’intera area e per combattere il quale si possono seppellire antichi rancori.
Il caso estremo di convergenze innaturali è quello tra Usa e Russia. Nel teatro geostrategico europeo, la tensione è ai massimi livelli per l’invasione russa dell’Ucraina. Ma in Medio Oriente il quadro è diverso. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha rivendicato il merito di Putin nell’aver convinto Obama a non attaccare Assad: oggi il regime siriano è “oggettivamente” utile per contrastare l’Is, secondo la tesi di Mosca. Alla Casa Bianca non sono d’accordo, i consiglieri di Obama pensano al contrario che l’Is non sarebbe così potente se Assad non avesse schiacciato l’opposizione democratica, laica e liberale. E tuttavia il Pentagono caldeggia i bombardamenti sulle basi dell’Is in Siria che oggettivamente sarebbero un aiuto al regime di Damasco.
In questi rovesciamenti di alleanze, i rischi maggiori li corre l’America, perché dalla potenza leader dell’Occidente ci si attende qualche coerenza. Il pericolo immediato che spaventa Petraeus e non solo lui, è l’impatto sulla popolazione sunnita in Iraq. Se i raid della U.S. Air Force vengono percepiti come la prova di un’alleanza di fatto tra l’America e le milizie sciite filoiraniane, questo può ostacolare la ricerca di una soluzione politica alla frantumazione dell’Iraq e può perfino dare argomenti al proselitismo dell’Is tra i sunniti. Le incognite delle alleanze contro natura, vengono ignorate dal “coro dei guerrafondai”, l’offensiva dei neoconservatori come viene definita da Charles Blow sul New York Times. La pressione su Obama perché l’America torni a combattere in Iraq è fortissima. A costo di falsificare la storia: Fox News di Murdoch, per esempio, imputa a Obama la liberazione del capo dell’Is che invece avvenne sotto George Bush.
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