Le «bioresistenze» alle colture dominanti

Il valore sociale dell’agricoltura ecosostenibile. La doppia sfida dei nuovi contadini. In Italia sono 200 mila gli ettari di terreni convertiti in produzioni pulite. Gli operatori certificati sono 50 mila

Angelo Mastrandrea, il manifesto redazione • 23/10/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 757 Viste

E’ pos­si­bile affer­mare il valore sociale di un ortag­gio, un legume, una mela della Val di Non o un antico grano del Cilento? Come fare per­ché il ritorno alla terra non sia un para­digma neo­tra­di­zio­na­li­sta, vel­lei­ta­rio per giunta in un paese che ha dismesso i saperi agri­coli e con­se­gnato il suo suolo all’edilizia casa­linga o palaz­zi­nara? È pos­si­bile rior­ga­niz­zare una resi­stenza intorno a ciò che abbiamo per­duto e su quali basi? Ai tempi dell’Unità l’Italia era un paese per il 90 per cento agri­colo e ancora nel 1943, ricorda Vezio de Lucia nel suo Nella città dolente, un bom­bar­diere della Raf avrebbe sor­vo­lato un Paese semi-intonso. Oggi che non è più così e una crisi eco­no­mica e allo stesso tempo eco­lo­gica e antro­po­lo­gica sem­bra non lasciare vie d’uscita, spun­tano come fun­ghi movi­menti neo­ru­ra­li­sti e ter­ri­to­ria­li­sti, nuovi con­ta­dini riven­di­cano il diritto a col­ti­vare i ter­reni pub­blici incolti, eco­no­mie nel segno della con­di­vi­sione pro­vano a con­trap­porsi all’io neo­li­be­ri­sta dila­gante, Gruppi d’acquisto soli­dale deci­dono di «votare con il por­ta­fo­glio» e gio­vani atti­vi­sti sfi­dano inti­mi­da­zioni e atten­tati lavo­rando sui ter­reni con­fi­scati alle mafie. Sono le Bio­re­si­stenze di cui parla un libro a più voci, con tanto di repor­tage foto­gra­fici (a cura di Guido Turus, Ese­dra edi­trice, pagg. 207), frutto di un pro­getto politico-editoriale pro­mosso dal Movi (Movi­mento per il volon­ta­riato ita­liano) e dalla Cia (Con­fe­de­ra­zione ita­liana agricoltori).

Già l’Eco­no­mist nel 2012, ricorda Roberta Car­lini, aveva dedi­cato un lungo ser­vi­zio all’ «ascesa dell’economia della con­di­vi­sione», e Ales­san­dra Gui­goni mostra come la «ricon­ta­di­niz­za­zione», vale a dire il feno­meno del ritorno all’ovile di figli e nipoti della società con­ta­dina, sia un pro­cesso euro­peo che si oppone alla glo­ba­liz­za­zione ma si scon­tra con le muta­zioni avve­nute nel frat­tempo: la man­cata tra­smis­sione dei saperi, innan­zi­tutto, e poi il pro­cesso di deter­ri­to­ria­liz­za­zione dell’agricoltura già descritto dal socio­logo Cor­rado Bar­be­ris nel 1972. In que­sto senso, il recu­pero della rura­lità, di quei saperi «di lunga durata» come li avrebbe defi­niti lo sto­rico Fer­nand Brau­del, di quell’«ancestrale sapienza» che spa­ven­tava un socio­logo ame­ri­cano incon­trato dallo sto­rico dell’arte Ric­cardo Musatti alla fine degli anni ’50 in Le vie del Sud (appena ripub­bli­cato da Don­zelli, a cura della Fon­da­zione con il Sud, pagg. 162, euro 19), può pre­sen­tarsi come una forma di «resi­lienza contadina».

Fin dalle sue ori­gini Slow Food ha mirato a tra­sfor­mare la bio­di­ver­sità ali­men­tare in «stru­mento di libe­ra­zione», come sostiene Carlo Petrini in Cibo e libertà (Giunti, pagg. 185, euro 12), andando a rispol­ve­rare anti­che sapienze abban­do­nate e resti­tuendo loro dignità, come un archeo­logo farebbe di fronte a una novella Pom­pei: «La diver­sità, il trionfo del poli con­tro il mono, sta cam­biando il mondo in maniera più veloce di quanto potes­simo imma­gi­nare», scrive il fon­da­tore del movi­mento che si è con­trap­po­sto alla cul­tura del fast food. È quel che pro­vano a fare i «nuovi con­ta­dini» che agi­scono nel segno del «noi».
«Tutto è già rico­min­ciato, senza che lo si sap­pia», scri­veva Edgar Morin su Le Monde nel 2010. In effetti, i dati dicono che si tratta di un feno­meno sem­pre meno di nic­chia, pur se la grande indu­stria agroa­li­men­tare con­ti­nua a farla da padrona. Tra il 2011 e il 2012, fa sapere un rap­porto com­mis­sio­nato dal Mini­stero delle poli­ti­che agri­cole al Sistema d’informazione nazio­nale sull’agricoltura bio­lo­gica (Sinab) e all’Istituto di ser­vizi per il mer­cato agri­colo ali­men­tare (Ismea), il ter­ri­to­rio a col­ti­va­zione bio è cre­sciuto del 6 per cento: si tratta di quasi 200 mila ettari di ter­reno con­ver­titi a pascoli, forag­gio, cereali e oli­vi­col­tura eco­so­ste­ni­bili. Gli ope­ra­tori cer­ti­fi­cati sono 49.709, la mag­gior parte si tro­vano al sud (set­te­mila nella sola Sici­lia), anche se a man­giare bio­lo­gico è soprat­tutto il nord (il 73 per cento).

Inol­tre, nei primi cin­que mesi del 2014 i con­sumi bio­lo­gici in Ita­lia sono cre­sciuti del 17,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno pre­ce­dente e di con­se­guenza gli addetti del set­tore sono aumen­tati del tre per cento. Il pro­dotto più acqui­stato sono le uova (il 9,5 per cento della spesa totale). Senza con­si­de­rare la pos­si­bi­lità di espor­tare: l’attenzione al cibo «buono, pulito e giu­sto» è in aumento in tutto l’Occidente. In Ger­ma­nia, il paese euro­peo con il più alto con­sumo di pro­dotti bio, le pre­vi­sioni par­lano di un’ulteriore cre­scita entro il 2019: più nove per cento. È per que­sto che l’Associazione ita­liana per l’agricoltura bio­lo­gica (Aiab) parla di vera e pro­pria «rivo­lu­zione»: «Agri­col­tori e cit­ta­dini stanno cam­biando assieme il modo di pro­durre e con­su­mare cibo e le poli­ti­che non pos­sono che pren­dere atto e adat­tarsi al muta­mento». Hanno comin­ciato alcune regioni (da ultima la Puglia di Nichi Ven­dola), che hanno appro­vato leggi per sen­si­bi­liz­zare la popo­la­zione, soste­nere e incen­ti­vare la for­ma­zione di ope­ra­tori e il con­sumo di pro­dotti del com­mer­cio equo e soli­dale anche negli enti pub­blici. Ma si attende ancora una vera svolta «verde» nelle poli­ti­che nazionali.

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