La Cgil in piazza, il Pd si divide Il premier: “Corteo contro di me” Camusso: “Il governo ci ascolti”

La Cgil in piazza, il Pd si divide Il premier: “Corteo contro di me” Camusso: “Il governo ci ascolti”

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ROMA . La piazza della Cgil. Grande, imponente. San Giovanni piena: 150 mila arrivano da tutta Italia organizzati in treni, pullman, aerei. I romani non si conteranno. Ma c’è il rischio che quella di oggi, come ha scritto ieri il Foglio, finisca per essere una piazza oltre che «imponente» anche «impotente »? A sentire la sufficienza con cui ne parla il premier, sembrerebbe di sì: «Guardiamo a questi mondi con il massimo di rispetto — ha detto a La7 — , ma deve essere chiara una cosa: è finito il tempo in cui una manifestazione di piazza può bloccare il governo». Quanto al colore e al senso vero della manifestazione, Renzi non s’inganna: «È una piazza di protesta sindacale ma anche politica contro di me. La ascoltiamo, come ascoltiamo anche gli altri 60 milioni di italiani».
Il fatto è che a San Giovanni in questo 25 ottobre — per chi ama le coincidenze fatali, anniversario della presa del Palazzo d’Inverno da parte dei guardie rosse — ci sarà anche una parte del Pd. Minoritaria quanto si vuole, ma proprio nel giorno in cui a Firenze il segretario del partito chiama a raccolta i suoi seguaci alla Leopolda. Per quanto Renzi si sforzi di smentire il «ping-pong» fra le due agorà democratiche, la contrapposizione è nei fatti. E se non sarà una “scissione nel Pd», come pronosticava il Giornale berlusconiano, la lacerazione è fortissima. Scissione d’anime. Lo stesso Graziano Delrio, dopo aver avvertito che in parlamento si dovrà comunque votare il Jobs Act, ha ammesso che il suo cuore «è con chi sta in piazza». «La schizofrenia c’è — osserva Cesare Damiano, prima tessera Cgil nel 1970 — e riguarda un po’ tutti: noi che sosteniamo il governo ma andiamo in piazza e anche Renzi, che è segretario del partito e organizza una Leopolda che non è del partito. Adesso dobbiamo scontare questa separazione, lo dirà il tempo se ci saranno i termini per una ricomposizione ». Già, la «schizofrenia» di cui parla Damiano sarà la cifra della giornata. E se ne sono accorti gli oltre cinquecento delegati sindacali Fiom che hanno firmato un appello all’ex segretario Cgil Guglielmo Epifani, affinché «prenda una posizione netta sul Jobs Act e si smarchi dalla linea del suo partito» abbandonando il «basso profilo» assunto finora. Sono critiche dolorose, che spaccano un mondo. Del resto che oggi accadrà qualcosa di radicalmente nuovo sono in molti a vederlo. I primi a esserne consapevoli sono i renziani. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, ieri alla Leopolda, non si nascondeva la portata “storica” della giornata: «È un passaggio che segna una svolta culturale del Pd nel rapporto con la Cgil». In fondo anche D’Alema e Cofferati duellarono a lungo, «ma facevano parte della stessa storia e della stessa generazione. Renzi invece è il segretario che sta trasformando il Pd da partito del lavoro a partito di tutti gli italiani».
La famosa cinghia di trasmissione insomma non solo si è rotta, ha cominciato a girare al contrario. Dunque sarà sciopero generale contro il governo di centrosinistra. Una cosa inaudita fino a qualche anno fa. Ieri lo ha anticipato Nichi Vendola, dando per certo l’annuncio dal palco. E beccandosi un rimbrotto dalla Camusso: «Fino a prova contraria la Cgil decide da sola. Non dobbiamo seguire nessuna affermazione del dibattito tra i partiti politici ». Eppure ci sono pochi dubbi che la mobilitazione sindacale si esaurisca oggi. Ma intanto sia Renzi che Camusso da domani potranno gridare vittoria. La leader Cgil per aver riempito la sua piazza di bandiere rosse. Il premier per andare avanti come se quella piazza fosse stata vuota.



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