La Cina affronta la nuova frenata E il Partito torna sotto pressione

La Cina affronta la nuova frenata E il Partito torna sotto pressione

PECHINO In Cina niente è mai bianco o nero, sono le sfumature che prevalgono. Anche in economia. La crescita del Prodotto interno lordo, nel terzo trimestre, è scesa al 7,3%, il livello più basso dal 2009, quando il mondo era sprofondato nella crisi finanziaria e Pechino avanzava «solo» al ritmo del 6,6%. Per quest’anno il governo aveva posto un obiettivo del 7,5%: nel primo trimestre è stato sfiorato con il 7,4; nel secondo toccato con il 7,5. Ora una nuova frenata, al 7,3. Le Borse internazionali hanno tuttavia reagito bene: i timori erano in effetti per una frenata più consistente, sotto il 7%.
Un ulteriore calo cinese spingerebbe tuttavia al ribasso anche la crescita degli Stati Uniti: un punto percentuale in meno nell’espansione del Pil a Pechino, secondo Moody’s Analytics, ha lo stesso effetto negativo di un aumento di 20 dollari nel prezzo del barile di petrolio. Il danno sarebbe anche più grave per i produttori di materie prime, dall’Australia all’Indonesia e al Brasile, che contano su una forte domanda dell’industria cinese.
Però, nel 7,3 per cento del trimestre luglio-settembre, gli analisti leggono anche elementi di ottimismo. Anzitutto, la Cina si è impegnata nella ristrutturazione della sua economia, che per decenni si è retta sulle esportazioni spinte dal basso costo del lavoro e sugli investimenti enormi in infrastrutture e sviluppo edilizio. Un sistema oggi insostenibile.
La Fabbrica del Mondo soffre di un eccesso di capacità produttiva; il settore immobiliare, che conta per circa un quarto del Pil se si considerano le industrie dell’acciaio, del cemento, delle finiture, fa temere la bolla. Ci sono 10 milioni di case invendute.
Così, la nuova formula di riequilibrio verso una crescita sostenibile punta sulla domanda interna. Meno investimenti, meno debito e più consumi. E su questo versante la lunga marcia procede in modo confortante. Ieri mattina l’Ufficio Statistiche di Pechino ha detto che i consumi hanno contribuito per il 48,5% al Pil quest’anno, scavalcando in modo sensibile gli investimenti (quindi l’indebitamento) scesi al 41%. Buono anche il dato della produzione industriale, risalita al +8% a settembre su base annua, rispetto al +6,9 di agosto (sempre che dietro non ci siano «aggiustamenti» statistici, sempre possibili secondo i costumi di Pechino). Ormai il governo comincia a preparare il terreno per un ulteriore rallentamento e prevede di non porre più un obiettivo fisso di crescita, ma una forchetta, a partire dal 2015: in modo di non perdere la faccia in caso di fallimento.
Il problema, anche qui, è il lavoro: una crescita al 7%, che sarebbe miracolo in Occidente, in Cina non basta: si calcola che serva almeno un 7,2% per creare ogni anno i 10 milioni di posti di lavoro attesi dal miliardo e trecento milioni di cinesi. Il partito comunista, riunito da lunedì nel conclave segreto del Plenum, sente la pressione.
Guido Santevecchi, Corriere della Sera


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