Cofferati: “Non è come il mio 2002 allora c’era Berlusconi oggi un nostro esecutivo”

Dodici anni fa Sergio Cofferati era il segretario generale della Cgil. Di quella Cgil che portò in piazza — si disse, esagerando molto — tre milioni di persone a difesa dell’articolo

ROBERTO MANIA, la Repubblica redazione • 25/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 614 Viste

ROMA . Dodici anni fa Sergio Cofferati era il segretario generale della Cgil. Di quella Cgil che portò in piazza — si disse, esagerando molto — tre milioni di persone a difesa dell’articolo 18. Oggi Cofferati sostiene di non avere nostalgie. «Non le ho per carattere. Certo fu un giorno molto bello. Perché è bello quando tantissime persone partecipano a una stessa iniziativa. Ricordo quel 23 marzo 2002 di aver attraversato di prima mattina una Roma deserta. Arrivai al punto del concentramento e la prima persona che incontrai fu un prete che scese i gradini della chiesa, mi venne incontro, mi diede la mano e mi fece gli auguri. Iniziò così quella giornata ».
Domani (oggi per chi legge, ndr ) la Cgil torna in piazza da sola ancora per difendere l’articolo 18. Sono paragonabili le due giornate?
«No, non c’è alcun paragone possibile. Sono due cose diverse. Nel 2002 tantissime persone scesero in piazza per difendere i loro diritti dal tentativo di cancellarli da parte di un governo ostile alla gran parte di loro, visto che in stragrande maggioranza non avevano votato Berlusconi. Insomma difendevano un diritto da un governo avverso. Domani sarà l’esatto opposto. La ragione della mobilitazione è la stessa ma è fatta in larghissima prevalenza da cittadini che hanno votato per il centrosinistra. Manifestano contro un governo per il quale hanno votato».
Dunque ha ragione chi dice che si tratta di una manifestazione politica.
«È una cosa nuova. Personalmente non mi era mai capitato di promuovere o partecipare a una manifestazione oggettivamente rivolta contro il mio partito. Con un linguaggio antico si chiamerebbero “contraddizioni in seno al popolo”».
E come si risolvono queste contraddizioni?
«Si vivono, non si risolvono».
Nemmeno dando vita a un altro partito della sinistra?
«No. Sono contraddizioni che vanno vissute. Il sindacato ha messo in campo una sua iniziativa autonoma ma la contraddizione la vive chi partecipa alla manifestazione essendo perlopiù elettore del centrosinistra».
Implicitamente sta sostenendo che il governo Renzi non sia di centrosinistra?
«Penso che sia un governo di centrosinistra che produce politiche non condivisibili per una parte dei suoi elettori. Nei cambiamenti in corso mi pare che ci sia una novità non di poco conto. Mentre la rappresentanza politica si rarefà perché i partiti diventano più leggeri, liquidi addirittura, secondo alcuni, il ricorso alla piazza su grandi temi diventa quasi uno sbocco obbligato da parte di elettori che non hanno più luoghi e strumenti attraverso i quali esprimere le proprie opinioni ».
Vuol dire che senza i partiti massa rimane solo la piazza?
«La piazza diventa il luogo principale nel quale far vivere le proprie idee».
Ma così non c’è il rischio che la protesta non produca alcun effetto? Che diventi una mera valvola di sfogo?
«Non sarebbe niente di male o di preoccupante. Una manifestazione può anche determinare cambiamenti. In ogni caso il rischio è che uno schema di questo tipo incida nel rapporto tra i cittadini e la politica».
Con un ulteriore allontanamento dalla politica?
«Non tanto questo e non esattamente questo, per quanto il rischio di scoramento ci sia. Ciò che vedo è che senza più luoghi e soggetti della mediazione aumenti il conflitto. Più forti sono i sindacati, più il conflitto si riduce. Più un partito è radicato, più si gestisce il rapporto con gli elettori».
Nella “lettera appello” a favore della manifestazione della Cgil, di cui lei è primo firmatario si sostiene che sia a rischio la democrazia. Non le pare un’esagerazione?
«Non c’è scritto così. C’è scritto che l’indebolimento dei corpi intermedi, come i sindacati, riduce il tessuto connettivo della democrazia, prevalgono le corporazioni e cresce il conflitto».
Lei andrà anche alla Leopolda?
«No. Non credo sia quello il modello per discutere. Tra l’altro non si capisce chi lo promuove: una parte del partito? una parte del governo? entrambi? Se ci sono questioni da approfondire il partito deve farlo nel suo insieme».

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