Il conflitto sul futuro che Thomas Piketty non vuol vedere

Thomas Piketty. Con fede illuminista, l’economista francese va alla ricerca dei rimedi, rimuovendo le lotte dei lavoratori

Marco Bascetta, il manifesto redazione • 8/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libri & culture • 875 Viste

Il primo libro del Capi­tale di Marx si apre con una frase tanto cele­bre quanto sug­ge­stiva: «La ric­chezza delle società nelle quali pre­do­mina il modo di pro­du­zione capi­ta­li­stico si pre­senta come una ‘immane rac­colta di merci’…».
Que­sta parola, «merce», non com­pare mai, o quasi, nelle 900 pagine che Tho­mas Piketty dedica al Capi­tale nel XXI secolo. La ragione non sta solo nel desi­de­rio di uno svec­chia­mento ter­mi­no­lo­gico o nella immu­nità dalle grandi con­trap­po­si­zioni teo­ri­che e poli­ti­che del XX secolo che Piketty si auto­cer­ti­fica, ma dal fatto che, pur recando lo stesso titolo dell’opera di Marx, Il Capi­tale di Piketty non costi­tui­sce una cri­tica del capi­ta­li­smo, delle sue forme, dei suoi pro­cessi e del rap­porto sociale che isti­tui­sce, ma una dia­gnosi delle ten­denze nega­tive che ne segnano la vicenda pre­sente e ne minac­ciano la sto­ria futura.
Una dia­gnosi pre­oc­cu­pata, dun­que, e un auspi­cio: quello che la demo­cra­zia possa ripren­dere il con­trollo sullo svi­luppo del capi­ta­li­smo. Lad­dove la demo­cra­zia stessa è con­ce­pita più che come un campo di ten­sione e uno spa­zio con­flit­tuale in perenne muta­zione, come uno schema meto­do­lo­gico e un modello ideale e idea­liz­zato nella scia di un haber­ma­siano «con­fronto delle idee».
La «scom­parsa della merce» e soprat­tutto di quella par­ti­co­lare merce che è la forza di lavoro, tra­scina con sé in una oscu­rità indi­stinta le lace­ra­zioni e le furiose con­trad­di­zioni che attra­ver­sano tutti i sog­getti della vita eco­no­mica e sociale, le astra­zioni che ne can­cel­lano la vita con­creta, i dispo­si­tivi che deter­mi­nano l’impotenza o il comando. E tutto que­sto in un tempo in cui l’«immane rac­colta di merci» si è arric­chita e con­ti­nua ad arric­chirsi di ele­menti gene­ri­ca­mente umani che non rica­de­vano, almeno fino a mezzo secolo fa, nella sua sfera di com­pe­tenza.
Ricorre invece con insi­stenza, nell’opera di Piketty l’espressione, oggi in gran voga, di «capi­tale umano» che, al di là del suo uso apo­lo­ge­tico e con­so­la­to­rio, desi­gna appunto il darsi in forma di merce e (mi si per­doni l’arcaicità) come puro e sem­plice valore di scam­bio, di sog­getti pro­dut­tivi non più sepa­rati dai loro mezzi di pro­du­zione, ma in larga misura sot­to­po­sti al comando e allo sfrut­ta­mento (altra parola messa al bando) dei deten­tori di ric­chezza. Si può natu­ral­mente pen­sare, ed è il caso dell’economista fran­cese, che la virtù rego­la­tiva del mer­cato e il modello della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva costi­tui­scano un oriz­zonte che non può essere supe­rato, né sarebbe auspi­ca­bile farlo. Ma un conto è stare den­tro que­sto oriz­zonte limi­tan­dosi a denun­ciarne i limiti e le stor­ture, un altro, appli­can­dosi alla cri­tica di que­ste forme, rile­varne le irre­so­lu­bili con­trad­di­zioni e la dimen­sione con­flit­tuale che le sot­tende, con rela­tiva aper­tura sull’ignoto.

TERA­PIE PREVENTIVE

 

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L’argomentazione di Piketty, che ruota intorno alla cre­scita della dise­gua­glianza e alla sem­pre mag­giore con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani di una ristretta fascia della popo­la­zione dei paesi più svi­lup­pati, pro­ietta in un certo senso in un futuro sem­pre rin­via­bile l’esplosione del con­flitto sociale, come con­se­guenza di uno squi­li­brio che finirà col supe­rare i livelli di guar­dia. Tra­scu­rando invece lo scon­tro imme­diato, sem­pre aspro e sem­pre pre­sente che sca­tu­ri­sce dalle forme stesse, intrin­se­ca­mente squi­li­brate, del capi­ta­li­smo, che ne con­nota i sog­getti e ne segna la con­creta vicenda sto­rica, tutt’altro che incline al pacato ragio­na­mento e alle solu­zioni razio­nali.
La com­pren­sione teo­rica di que­sto fosco futuro dovrebbe indi­care, secondo la più clas­sica fede illu­mi­ni­sta che il nostro autore fa pro­pria, i rimedi da adot­tare per pre­ve­nirlo.
Nel grande affre­sco, trac­ciato con l’aiuto di una impres­sio­nante mole di mate­riali sto­rici e sta­ti­stici dallo stu­dioso pari­gino, la cre­scita della dise­gua­glianza deter­mi­nata da un tasso di ren­di­mento del capi­tale (4\5%) assai mag­giore del tasso di cre­scita (1\1,5%, desti­nato a rima­nere tale per un lungo tempo) sem­bra essere un pro­cesso che si svolge senza sog­getti e senza volontà, sulla base di una dina­mica sto­rica alquanto disin­car­nata.
Piketty ripete innu­me­re­voli volte che non esi­stono for­mule mate­ma­ti­che in grado di dare una rispo­sta certa sui punti di equi­li­brio eco­no­mici e sociali. E che, alla fine, a inci­dere for­te­mente sul corso delle cose saranno volontà poli­ti­che e pres­sioni sociali. Ma que­ste ultime restano uno sfondo indi­stinto, celato die­tro espres­sioni gene­ri­che e vaghe, come «dia­let­tica demo­cra­tica» o «con­fronto delle idee» che non danno in nes­sun modo conto del capi­ta­li­smo come rap­porto sociale e della sua asprezza. Nelle pagine del Capi­tale nel XXI secolo ci si imbatte in nume­rosi gra­fici che, rife­ren­dosi a diversi indi­ca­tori, pre­sen­tano una forma a U. La con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani della fascia più ricca, e ancor più di quella ultra­ricca, della popo­la­zione euro­pea è mas­sima all’inizio del ’900, dimi­nui­sce dra­sti­ca­mente tra il 1914 e gli anni ’50 ’60 per poi risa­lire a par­tire dagli anni ’80 e sem­pre di più fino ad oggi e nel pre­ve­di­bile futuro. (Diverso l’andamento negli Usa, ma ana­loga la ten­denza alla con­cen­tra­zione di ric­chezza nella fase più recente).
Que­sto crollo dei patri­moni, soprat­tutto in Europa tra la grande guerra e gli anni del mira­colo eco­no­mico, viene impu­tato da Piketty agli eventi «cata­stro­fici» e alle «distru­zioni» nella prima metà del ’900. Ma anche que­sti eventi sto­rici appa­iono quasi come feno­meni natu­rali, gene­rici, ogget­tivi. Non spicca per nulla, citato al mar­gine tra altri fat­tori, il peso enorme della Rivo­lu­zione bol­sce­vica, quale che sia il giu­di­zio che si voglia darne, o della scelta di forag­giare i fasci­smi per neu­tra­liz­zarne l’influenza e fre­narne l’espansione.

L’OPPOSIZIONE OPE­RAIA

Quella sto­ria ha inciso pro­fon­da­mente sui rap­porti sociali per lun­ghi anni. Se la paura dei grandi capi­ta­li­sti di per­dere il con­trollo sulla società e la cer­tezza delle pro­prie ren­dite potesse essere ripro­dotta su un gra­fico (a U rove­sciata) vedremmo che quanto più que­sta cre­sce di fronte all’affacciarsi di sog­getti poli­tici aggres­sivi, tanto più si accen­tua la redi­stri­bu­zione di red­dito verso il basso. Se, a par­tire dagli anni ’80 le dise­gua­glianze tor­nano a cre­scere è per­ché i deten­tori di capi­tale non hanno più avuto molto da temere da una con­tro­parte for­te­mente inde­bo­lita. Tut­ta­via, nella sto­ria eco­no­mica rico­struita da Piketty, a dispetto della ripe­tu­ta­mente negata auto­no­mia della «scienza eco­no­mica», le lotte ope­raie e popo­lari non tro­vano posto alcuno. Si può anche rite­nere che lo schema della lotta di classe sia oggi supe­rato, ma non certo negare che abbia deter­mi­nato il mondo del XIX e del XX secolo in modo decisivo.

TASSE MON­DIALI

Nella sta­bi­lità poli­tica ad alto tasso di con­trollo sociale e forte ricat­ta­bi­lità del «capi­tale umano», che carat­te­rizza da tempo i paesi ric­chi, nume­rosi fat­tori, che pos­siamo defi­nire «poli­tici», con­cor­rono all’aumento delle dise­gua­glianze: dalle retri­bu­zioni stra­to­sfe­ri­che dei super­ma­na­ger, (desti­nate pre­sto ad accu­mu­larsi e tra­sfor­marsi in patri­moni tra­smis­si­bili per via ere­di­ta­ria) del tutto irri­con­du­ci­bili a un cal­colo della pro­dut­ti­vità mar­gi­nale, e dun­que impu­ta­bili a ren­dite di posi­zione e poteri oli­gar­chici, alla dimi­nu­zione della tas­sa­zione sui grandi patri­moni dovuta alla con­cor­renza fiscale tra gli stati e all’influenza poli­tica degli oli­gar­chi. Ine­so­ra­bil­mente la for­bice tra i ric­chi da una parte, il ceto medio e i poveri dall’altra, si allarga.
È una ten­denza lar­ga­mente per­ce­pita che il ter­mo­me­tro storico-economico alle­stito da Pi­ketty dota di un fon­da­mento ogget­tivo. Non è un lavoro di poco conto in un con­te­sto poli­tico e politico-accademico molto attento alle ragioni della ren­dita e della ric­chezza pri­vata. Nel quale le posi­zioni oscil­lano tra il negare che, alla lunga, cre­sca la dise­gua­glianza e la mito­lo­gia secondo cui la cre­scita delle dise­gua­glianze, effet­ti­va­mente in atto, reche­rebbe in ogni caso un incre­mento del benes­sere gene­rale.
L’antidoto che l’autore pro­pone in chiu­sura del volume è una tas­sa­zione pla­ne­ta­ria, pro­gres­siva e annuale sul capi­tale (inteso in tutte le sue com­po­nenti immo­bi­liari, fon­dia­rie, azio­na­rie, finan­zia­rie) con lo scopo di riav­vi­ci­nare il tasso di ren­di­mento del capi­tale a quello di cre­scita eco­no­mica e arre­stare così la pro­gres­sione inde­fi­nita della disu­gua­glianza. Pin­ketty non si nasconde la dif­fi­coltà di un simile obiet­tivo, rite­nendo più rea­li­sti­che misure inter­me­die e par­ziali che muo­vano però in quella dire­zione. Ma su quali gambe dovreb­bero mar­ciare? E cosa ci garan­ti­sce che il fra­gile con­nu­bio tra capi­ta­li­smo e demo­cra­zia non si sia irri­me­dia­bil­mente esaurito?

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