I morti di Lampedusa e la questione mediterranea

3 ottobre. Il festival Sabir forse non eviterà nuove stragi, ma è un lavoro che parte da lontano. E dimostra che solo il dialogo e un compromesso tra le due sponde cambieranno l’approccio al problema

Luciana Castellina, il manifesto redazione • 4/10/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 729 Viste

Tre­cen­to­ses­san­totto morti affo­gati il 3 otto­bre 2013 (già 3 mila dall’inizio del 2014 e 25 mila dal 2.000): ieri sono stati ricor­dati con una corona di fiori e una lapide get­tate in mare nelle acque pro­spi­centi il Porto Nuovo di Lampedusa, una tri­stis­sima ceri­mo­nia, alla pre­senza di auto­rità e di un pugno di parenti delle vittime.

Una pagliac­ciata? Qual­che fran­gia di pro­te­sta­tari così l’ha voluta bol­lare inter­rom­pendo il pre­si­dente del Par­la­mento euro­peo Mar­tin Schulz e la pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini, che pre­si­dia­vano l’evento, pre­sente anche il mini­stro Moghe­rini. Per ragioni oppo­ste hanno mani­fe­stato anche i leghi­sti iso­lani, seguaci della sin­daca pre­ce­dente che si era affi­liata al par­tito padano.

Come sem­pre accade in que­sti casi tv e gior­nali daranno conto di que­sti giorni di memo­ria par­lando solo delle isti­tu­zioni e di quelli che ne hanno inter­rotto i discorsi. Pochi rac­con­te­ranno del Festi­val Sabir, dal nome della lin­gua comune che un tempo univa i popoli mediterranei.

Il festi­val è pro­mosso dall’Arci e da altre asso­cia­zioni delle due sponde: 4 giorni di con­fronto per tro­vare una strada che con­senta di rimuo­vere i detriti che in que­sto pezzo di mare si sono accu­mu­lati in mezzo mil­len­nio e rico­struire una comu­nità medi­ter­ra­nea. Non un incon­tro improv­vi­sato, ma frutto di un lavoro, paziente e dif­fi­cile, che dura da anni. Durante i quali sono stati intes­suti rap­porti, reti di soli­da­rietà e occa­sioni di reci­proca cono­scenza, fra chi sulle due sponde non si rassegna.

Sono stati tan­tis­simi quelli che hanno rispo­sto all’appuntamento, accom­pa­gnato da un ricco pro­gramma tea­trale e musi­cale desti­nato ad appro­fon­dire la reci­proca cono­scenza; o meglio a col­mare almeno un po’ la nostra pro­fonda e scan­da­losa igno­ranza sul mondo arabo che ricor­diamo solo per quanto vi accadde 2000 anni fa, solo un pre­zioso reperto, come se nel frat­tempo non avesse più dato nulla alla cul­tura del mondo.

Non riu­sci­remo con que­sta ini­zia­tiva, come con tante altre di que­sti anni, a fer­mare le stragi di immi­grati. Ma anche que­sto, anzi forse solo que­sto dia­logo, può aiu­tare a dare un nuovo approc­cio al pro­blema. Innan­zi­tutto a chie­dere una svolta nelle poli­ti­che medi­ter­ra­nee euro­pee, 40 anni di fal­li­menti, per­ché tutte impron­tate alla libe­ra­liz­za­zione degli scambi, che hanno avuto come effetto – e non poteva essere diver­sa­mente – che quello di accen­tuare gli squi­li­bri fra le due sponde, pen­sate come si trat­tasse di due part­ner com­mer­ciali alla pari e non invece, come sono, la rap­pre­sen­ta­zione del con­fine più dram­ma­tico del mondo,più di quello già ter­ri­bile che divide Stati Uniti e Mes­sico: qui un rap­porto nel red­dito pro­ca­pite di 1 a 6, nel Medi­ter­ra­neo di 1 a 14.

La que­stione medi­ter­ra­nea non è una spe­ci­fi­cità regio­nale, ha un signi­fi­cato molto più grosso: è qui che ha preso corpo lo scon­tro più forte fra fana­ti­smi. Fra i quali occorre anno­ve­rare anche e soprat­tutto quello occi­den­tale: non più le Cro­ciate in nome del cri­stia­ne­simo, né il vec­chio colo­nia­li­smo masche­rato da «civi­liz­za­zione», ma l’ideologia del mer­cato. Potremmo mai bat­tere le punte jah­di­ste più estreme se prima non capi­remo che la nostra moder­nità, il nostro lai­ci­smo, anche tanti aspetti della nostra demo­cra­zia fon­data sull’uguaglianza astratta dei diritti appli­cata a esseri disu­guali nel potere effet­tivo di fruirne, sono stati vis­suti sull’altra sponda come trauma, per­ché si è trat­tato di una moder­nità che li ha schiacciati?

È anche nella nostra arro­ganza euro­cen­trica, di chi si pro­pone come punto di arrivo del pro­cesso di civi­liz­za­zione, che lascia agli altri popoli il solo com­pito di col­mare il ritardo e alli­nearsi, che si fonda la dif­fi­denza, quando non il rigetto dell’Europa, dei popoli del Magh­reb e del Mash­rek. Il Medi­ter­ra­neo del sud è oggi lo spa­zio in cui prende corpo una cri­tica di quella moder­nità e di quel pro­gresso che è stato pre­sen­tato come l’unica civiltà pos­si­bile. Costruire una comu­nità medi­ter­ra­nea che ria­pre un dia­logo alla pari fra le due sponde, che ascolta le ragioni dell’altro e le assume, come chie­deva Eduard Said, «come risorsa cri­tica di sé stessi», signi­fica deco­struire lo sce­na­rio di scon­tro di civiltà che costi­tui­sce il retro­terra dell’estremismo jihadista.

Il festi­val Sabir è un pezzo di que­sto lavoro. Serve anche a far capire agli euro­pei che non siamo più in pre­senza di un pro­blema di immi­gra­zione, ma di uno stra­vol­gi­mento epo­cale che ha già reso, e sem­pre più ren­derà l’Europa una società sem­pre meno etni­ca­mente e reli­gio­sa­mente omo­ge­nea. Pen­siamo solo che fra cin­que anni solo per man­te­nere i livelli di occu­pa­zione attuali occor­re­ranno sull’altra sponda 90 milioni di nuovi posti di lavoro. Pen­siamo di rispon­dere alla ine­vi­ta­bile ricerca di attra­ver­sare il Medi­ter­ra­neo che que­sta domanda pro­durrà con la bomba ato­mica, o non dob­biamo piut­to­sto attrez­zarci a pen­sare a un patto, un com­pro­messo fra le due sponde, e, in pro­spet­tiva, anche a un’Europa che abbia un’idea della cit­ta­di­nanza non più ana­loga a quelle delle nazioni che l’hanno com­po­sta, ma tale da inclu­dere quelli che dovremmo chia­mare nuovi euro­pei e non più extracomunitari?

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