I pm sulla deposizione di Napolitano: «Mancino e i boss devono assistere»

Trattativa Stato-mafia, dopo Riina e Bagarella arriva la richiesta dell’ex ministro La Procura alla Corte: senza di loro la sentenza rischia la nullità. Pd e Ncd: inaccettabile

Giovanni Bianconi, Corriere della Sera redazione • 8/10/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Politica & Istituzioni • 570 Viste

ROMA Non solo Totò Riina e Leoluca Bagarella: pure Nicola Mancino chiede di partecipare all’udienza del processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa nostra in cui deporrà il presidente della Repubblica, fissata per il 28 ottobre. I capimafia rinchiusi al «carcere duro» vogliono entrare al Quirinale in videoconferenza; l’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato, che ha frequentato in tante occasioni quel palazzo per motivi istituzionali, da imputato a piede libero, in carne e ossa. Con il parere favorevole dei pubblici ministeri. Per tutti, boss ed ex ministro.
«L’onorevole Giorgio Napolitano è chiamato a riferire in ordine a circostanze che investono la posizione processuale del Mancino — scrivono gli avvocati Massimo Krogh e Nicoletta Piergentili a nome del loro assistito —, imputato di falsa testimonianza perché avrebbe taciuto di essere a conoscenza di una trattativa. Ne deriva che per la sua posizione è influente lo stabilire se una trattativa ci sia o non ci sia stata. Tale influenza è poi evidente stante il fatto che il senatore Mancino è anche nominato nella lettera di D’Ambrosio, in cui quest’ultimo si duole di poter essere stato utilizzato come il coperchio di oscuri rapporti».

La lettera di D’Ambrosio
Il riferimento è a una missiva dell’ex consigliere giuridico di Napolitano — Loris D’Ambrosio, morto un mese dopo averla scritta nel luglio 2012 — inviata allo stesso presidente dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle intercettazioni tra lui e Mancino, che sarà l’argomento della deposizione del capo dello Stato. «Sembra evidente l’interesse del Mancino a presenziare all’udienza», concludono i legali dell’ex ministro.
La corte d’assise di Palermo ha già escluso tutti tranne pubblici ministeri e difensori, ma ora il problema si ripropone. Per certi versi reso più spinoso dalla richiesta di Mancino. In molti avevano infatti gridato alla provocazione dopo l’istanza di Riina e Bagarella; con Mancino non si può dire la stessa cosa. Anzi, secondo i suoi avvocati si tratta di «un atto di riguardo nei confronti del capo dello Stato impropriamente chiamato a testimoniare in questo processo». Effettivamente loro si erano opposti alla deposizione di Napolitano, al pari dei difensori di Marcello Dell’Utri e dell’avvocatura dello Stato.

Rischio di nullità
La corte ha deciso diversamente, ma dopo le istanze dei boss (e ora quella dell’ex ministro) dovrà pronunciarsi nuovamente. E non sarà semplice, perché un conto sono le interpretazioni sulle possibili strumentalizzazioni, un altro è la legge: fare differenze tra imputati è impossibile, quindi o vengono ammessi tutti o nessuno. Che siano uomini «d’onore» o delle istituzioni.
La Procura di Palermo ha inviato alla corte una nota in cui sostiene che in base all’articolo 502 del codice di procedura, utilizzato per regolare la testimonianza del capo dello Stato, «quando ne è fatta richiesta il giudice ammette l’intervento dell’imputato interessato all’esame» del testimone. Parere favorevole alla presenza di Riina, Bagarella e Mancino, dunque, televisiva o di persona. Se ciò non avvenisse, avvertono i pubblici ministeri, si porrebbe la futura sentenza a rischio di nullità assoluta, per violazione del diritto di difesa. Esattamente la stessa posizione degli avvocati difensori, dei boss e di Mancino. Nonostante ciò, dopo la notizia del parere della Procura, è scattata la reazione unanime del Pd e del Nuovo Centrodestra che protestano contro l’avallo della Procura alla «inaccettabile» partecipazione dei capimafia ergastolani all’udienza quirinalizia.

L’interesse dell’imputato
In teoria è ipotizzabile anche una diversa interpretazione del codice, appesa al fatto che la stessa norma prevede che l’imputato — generalmente escluso dalle deposizioni a domicilio — possa presenziare qualora sia «interessato». E il giudice, che ha fatto ricorso all’articolo 502 «nei limiti in cui sia compatibile», potrebbe stabilire che per un’udienza straordinaria nella residenza del capo dello Stato che gode della cosiddetta «immunità di sede», l’interesse dell’imputato debba essere valutato.
Lo stesso giudice avrebbe dunque la facoltà di stabilire, a differenza di quanto sostenuto dai suoi difensori, che Mancino — accusato di falsa testimonianza su circostanze che poco hanno a che fare con le domande da porre a Napolitano — non ha particolare motivo di essere presente alla deposizione. E così Riina e Bagarella. Tutti, in ogni caso, dopo aver letto le trascrizioni dell’udienza a porte chiuse ma non segreta, potranno presentare nuove istanze; perfino chiedere un’altra convocazione di Napolitano per far porre ai propri avvocati quesiti che sul momento non hanno potuto suggerire.
Questioni tecniche di difficile comprensione e soluzione. Di puro diritto, mentre l’opportunità di aprire le porte del Quirinale ai boss di Cosa nostra (sia pure virtualmente) e agli imputati in libertà riguarda il dibattito politico e il decoro dell’istituzione. Che mal si conciliano con le regole di un processo penale in cui sono alla sbarra, uno accanto all’altro, mafiosi, politici ed ex carabinieri. Nel quale è chiamato a deporre il presidente della Repubblica che ha già anticipato, in una lettera considerata non utilizzabile e comunque non sufficiente a evitare la testimonianza, di non sapere alcunché di quello che pm e avvocati intendono domandargli.
Giovanni Bianconi

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