Isis, ora interviene la Turchia Truppe di terra in Iraq e Siria

La Turchia entra in gioco come attore fondamentale nella guerra contro lo Stato Islamico

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 3/10/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1471 Viste

MURSITPINAR La Turchia entra in gioco come attore fondamentale nella guerra contro lo Stato Islamico. Ma ciò significa anche che i suoi interessi particolari condizioneranno qualsiasi tentativo di dettare i futuri assetti della Siria e, di riflesso, dell’Iraq.
Questo il senso della risoluzione presa ieri sera a grande maggioranza (298 «sì» contro 98 «no») dal parlamento di Ankara, che permette l’invio di soldati turchi nei due Paesi limitrofi e allo stesso tempo dà la luce verde allo stazionamento sul suolo turco di truppe della coalizione internazionale. Un successo per il governo di fresca formazione del neo premier Ahmet Davutoglu abbinato in stretto connubio con Recep Tayyip Erdogan nel suo nuovo ruolo di «super-presidente».
La risoluzione sulla carta offre enormi vantaggi alla coalizione guidata dagli americani. Oltre alle basi attorno a Bagdad e nelle regioni autonome curde dell’Iraq settentrionale, le loro forze aeree potranno infatti utilizzare la grande base di Incirlik (la stessa che fu negata agli americani al tempo dell’invasione dell’Iraq nel 2003).
Specialmente, sarà più facile controllare i transiti sugli oltre 900 chilometri di frontiera che separano la Turchia dalla Siria. In passato la Turchia è stata accusata di aver chiuso un occhio al passaggio sul suo territorio dei militanti legati ai gruppi estremisti della rivolta siriana, compresi i qaedisti e i volontari stranieri dello Stato Islamico. Tuttavia, occorrerà tempo prima che gli effetti pratici della risoluzione si facciano sentire. Ankara si riserva di elaborarne le modalità e il calendario. Soprattutto, il governo turco intende modificare nel profondo il carattere dell’intervento «muscolare» guidato da Washington.
Ieri Erdogan ha ribadito concetti già noti. «Lo sgancio di tonnellate di bombe sullo Stato Islamico porterà solo ad effetti temporanei», ha infatti detto, ricordando che una soluzione di lungo termine alla crisi siriana necessita per forza di cose anche la «rimozione immediata» del regime di Bashar Assad.
Altro mantra della politica turca è la creazione di «zone cuscinetto» lungo il proprio confine. Le finalità sono ovvie. In primo luogo si intende garantire un luogo-rifugio in Siria al circa milione e mezzo di profughi che negli ultimi tre anni sono fuggiti nel territorio turco. A questo fine, Erdogan e Davutoglu avevano anche ipotizzato la formazione unilaterale di cinque zone cuscinetto garantite dai soldati turchi. Ora vorrebbero crearne quindici con la partecipazione della Nato, o di truppe degli stessi Paesi che oggi contribuiscono ai raid voluti dagli americani.
Ma, specialmente, la Turchia intende fare di tutto per tenere sotto controllo le aspirazioni autonomiste curde. Si spiega così la durezza con cui impedisce ai volontari turchi del Pkk (il Partito dei Lavoratori curdo storicamente accusato di «terrorismo» da Ankara) di unirsi in combattimento alle brigate nelle enclave curde siriane in lotta con lo Stato Islamico.
Questa politica è particolarmente evidente nella cittadina curda di Kobane assediata dai jihadisti. Questa è situata a poche decine di metri dal confine turco e un centinaio di chilometri a nord di Raqqa, la capitale dello Stato Islamico. Le milizie curde locali chiedono armi e il libero passaggio in Turchia. Ma Ankara rifiuta e invia rinforzi di truppe per regolare il flusso dei profughi. Di conseguenza, Kobane potrebbe cadere nelle prossime ore letteralmente sotto gli occhi dei soldati turchi.
Lorenzo Cremonesi

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