Kobane. Lettera di una figlia combattente a una madre solidale. “Possiamo vedere le loro bandiere nere”

Lettera di una figlia combattente a una madre solidale. Perché il loro desiderio di libertà non sia frustrato e perché la mamma di Narin non debba recarsi a Kobane in cerca della “casa dalla porta verde crivellata di colpi” dove sua figlia sta difendendo il diritto a vivere in pace e liberi

a cura di Orsola Casagrandre, redazione Diritti Globali redazione • 17/10/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1533 Viste

Dal 15 settembre donne e uomini kurdi, cittadini membri delle Unità di Difesa Popolari (YPG) stanno difendendo la città di Kobane dall’aggressione dello Stato Islamico. Difendono non solo la loro città. Difendono la loro libertà e la libertà di ciascuno di noi: libertà di decidere, di scegliere come vogliamo vivere.
Questa resistenza fa arrossire i “potenti” del mondo ed è fatta di nomi, volti e storie. Per questo ci permettiamo, con il loro consenso, di violare l’intimità più profonda di alcune di queste donne e uomini kurdi, pubblicando oggi questa lettera di una figlia combattente a una madre solidale. Perché il loro desiderio di libertà non sia frustrato e perché la mamma di Narin non debba recarsi a Kobane in cerca della “casa dalla porta verde crivellata di colpi” dove sua figlia sta difendendo il diritto a vivere in pace e liberi.
(Orsola Casagrande)

Sto bene mamma. Ieri abbiamo festeggiato il mio diciannovesimo compleanno.
Il mio amico Azad ha cantato una dolce canzone sulle mamme. Io ti ho pensata e ho pianto tanto. Azad ha una bella voce e anche lui piangeva mentre cantava. Gli manca sua mamma che non vede da un anno.
Ieri abbiamo curato un amico ferito da due proiettili. Non si era reso conto della seconda ferita e mi indicava solo la prima, al petto.
Sanguinava da un fianco, lo abbiamo bendato e io gli ho dato il mio sangue.
Ci troviamo nel lato est di Kobane, mamma, solo pochi chilometri separano noi da loro, possiamo vedere le loro bandiere nere, ascoltiamo le loro comunicazioni e a volte non capiamo che dicono perché parlano lingue straniere, però possiamo percepire che hanno paura.
Siamo un gruppo di 9 combattenti: il più giovane, Resho, è di Afrin.
Ha combattuto a Tal Abyad prima di unirsi al nostro gruppo. Alan è di Qamishlo, del quartiere migliore: ha combattuto a Sere Kaniye prima di raggiungerci e ha molte cicatrici sul corpo. Dice che sono ricordo di Avin. Il più grande di noi è Dersim, che è delle montagne di Kandil.
Sua moglie è morta, martire, a Diyarbakir e lo ha lasciato con due bimbi.
Siamo in una casa alla periferia di Kobane. Non sappiamo quasi nulla dei suoi inquilini: ci sono foto alla parete di un signore anziano e di uno più giovane con un nastro nero alla cornice… mi sembra un martire. Ci sono foto di Qazi Mohamad, Mulla Mustafa Barzani, Apo e una vecchia mappa ottomana del Kurdistan.
Da un po’ di tempo è finito il caffè e ci siamo resi conto che la vita è bella, anche senza caffè. Però per dire la verità, mamma, non ho mai bevuto un caffè buono come il tuo.
Stiamo difendendo una città pacifica, non abbiamo mai attaccato nessuno, al contrario abbiamo accolto molti dei nostri fratelli siriani feriti e in fuga. Stiamo difendendo una città musulmana che ha decine di moschee. La difendiamo da forze barbare.
Mamma, verrò a trovarti quando questa orribile guerra che ci hanno imposto finirà. Verrò con il mio amico Dersim che deve tornare a Diyarbakir per riunirsi con i suoi bambini. A tutti noi manca la nostra casa e vogliamo tornare, però questa guerra non sa cosa significa sentire la mancanza di qualcosa.
Forse non tornerò, mamma, però se sarà così voglio che sappia che in tutto questo tempo non ho fatto altro che sognare di riabbracciarti.
Vorrà dire che non ho avuto fortuna. E se sarà così, so che tu un giorno verrai a Kobane e cercherai la casa che è stata testimone dei miei ultimi giorni…Si trova nella zona est della città, è mezza distrutta, ha una porta verde crivellata dei colpi dei cecchini.
Vedrai tre finestre, in quella che dà a est troverai il mio nome scritto in rosso… Dietro questa finestra ho atteso, contando i miei ultimi momenti guardando la luce del sole che penetra dai buchi dei proiettili… E’ stato dietro questa finestra che Azad ha cantato la sua dolce canzone sulla sua mamma, la sua voce era bella quando diceva “mi manchi, mamma”.
Mi manchi mamma
Tua figlia Narin

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