Kobanè resiste all’attacco dell’Isis

Siria. I guerriglieri curdi delle Ypg continuano a combattere e ieri controllavano ancora la città sulla frontiera con la Turchia messa sotto assedio dai jihadisti dello Stato Islamico. Il vice presidente Usa Joe Biden ha accusato Ankara di aver aiutato i terroristi. Erdogan nega

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 5/10/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 936 Viste

Ieri un coro di ragazzi e ragazze, sul canale tele­vi­sivo curdo Med Music, can­tava per Kobanè, per i com­bat­tenti che difen­dono la città asse­diata da più punti dai mili­ziani dello Stato Isla­mico (Isis). E i guer­ri­glieri curdi delle forze di auto­di­fesa Ypg resi­stono all’avanzata dei jiha­di­sti, smen­tendo chi aveva annun­ciato troppo pre­sto la caduta di Kobanè. Da que­ste parti non ha fatto par­ti­co­lare rumore la deca­pi­ta­zione di Alan Hen­ning. Non si ha tempo per seguire le noti­zie, si lotta senza sosta per evi­tare nuovi mas­sa­cri di massa da parte dei jiha­di­sti. Nella notte tra venerdì e sabato, dopo alcuni raid aerei della “Coa­li­zione anti-Isis” con­tro posta­zioni degli asse­dianti, i com­bat­tenti delle Ypg hanno recu­pe­rato parte del ter­reno per­duto e ieri con­trol­la­vano ancora la città. Kobanè però resta in peri­colo, gli scon­tri sono san­gui­nosi soprat­tutto sulla col­lina di Mish­te­nur. I mor­tai e i can­noni dell’Isis con­ti­nuano a col­pire la città, da tre lati. I jiha­di­sti stanno ammas­sando forze fre­sche per l’assalto decisivo.

Salih Muslim, co-presidente delle Pyd, giunto a Cope­na­ghen per incon­tri diplo­ma­tici, ha assi­cu­rato che la città non cadrà. Ha spie­gato – rife­ri­sce il sito Rete?Kur?di?stan?.it – che la pres­sione dei jiha­di­sti, con varie sigle, sul distretto di Kobanè va avanti da due anni e che le forze delle Pyd sono riu­scite sem­pre a difen­dere le posi­zioni. Poi, ha aggiunto, «alcuni Stati» ha reclu­tato l’Isis per met­tere fine all’autogoverno curdo e al sistema demo­cra­tico nel Rojava (il Kur­di­stan siriano). «Abbiamo costruito un sistema che rico­no­sce dif­fe­renti fedi – ha detto Muslih — i diritti delle donne e le lin­gue madri di popoli diversi…ciò non sta bene a que­gli Stati …che hanno cer­cato assas­sini mer­ce­nari e l’Isis faceva al caso loro». Rife­ren­dosi al via libera del Par­la­mento turco ad incur­sioni mili­tari in Siria e Iraq, Muslih ha lan­ciato un avver­ti­mento: «Se ver­ranno fatte azioni dan­nose a comu­nità, ci sarà una rea­zione dura. Stanno par­lando di una zona cusci­netto. Noi diciamo che c’è un’amministrazione nel Rojava. Con­si­de­re­remo ogni azione intra­presa senza con­sul­tare que­sta ammi­ni­stra­zione come un’occupazione e ci opporremo».

Il nodo resta l’atteggiamento della Tur­chia che da un lato sostiene di par­te­ci­pare alla lotta con­tro l’Isis e dall’altro non ha alcun inte­resse a fer­mare i jiha­di­sti che asse­diano Kobanè. L’ambiguità del lea­der turco Erdo­gan è stata messa nudo da un comu­ni­cato del Con­si­glio diret­tivo cen­trale del Par­tito demo­cra­tico dei popoli (Hdp): «La Tur­chia, che ha il con­trollo del nord di Kobanè – l’unico lato che non è sotto asse­dio dell’Isis -, impe­di­sce a qual­siasi aiuto di rag­giun­gere la città», quindi ai com­bat­tentti curdi del Pkk di unirsi alla difesa della città. Il ruolo di Erdo­gan è stato spie­gato addi­rit­tura dal vice pre­si­dente Usa Joe Biden. Par­lando l’altro giorno all’Università di Har­vard, Biden ha detto che la Tur­chia, l’Arabia Sau­dita e gli Emi­rati hanno soste­nuto in Siria orga­niz­za­zioni ter­ro­ri­sti­che per­chè il loro scopo era quello di rove­sciare il pre­si­dente Bashar Assad e così facendo hanno con­tri­buito a far scop­piare la guerra tra musul­mani sun­niti e sciiti. Parole alle quali Erdo­gan ha rea­gito con rab­bia. Le parole di Biden non fanno altro che rive­lare pub­bli­ca­mente quello che era evi­dente da anni. Allo stesso tempo il vice pre­si­dente ame­ri­cano avrebbe dovuto anche rico­no­scere che gli Stati Uniti sape­vano e non hanno fatto nulla per fer­mare gli “alleati”. Anzi, attra­verso le riu­nioni del gruppo “Amici della Siria” hanno prima segre­ta­mente e poi aper­ta­mente dato il via libera alle for­ni­ture di armi ai ribelli anti-Assad che poi, in parte, le hanno ven­dute o con­se­gnate ai jihadisti.

Ribelli e forze gover­na­tive siriane intanto, all’ombra dei raid aerei della “Coa­li­zione” sull’Isis, si pre­pa­rano a cogliere tutte le occa­sioni favo­re­voli sul ter­reno. L’Esercito di Assad – il pre­si­dente siriano ieri è riap­parso in pub­blico in occa­sione della festa isla­mica dell’Eid al Adha — ha ripreso il con­trollo di vil­laggi stra­te­gici nei pressi di Aleppo. L’Els (la mili­zia dell’opposizione) invece cam­bia tat­tica e porta l’attacco nelle regioni siriane più “fedeli” a Dama­sco. Con i ribelli, rife­ri­sce il sito dell’opposizione Zaman al-Wasl, scen­derà pre­sto in campo la neo­nata “Alleanza delle tribù sun­nite”, com­po­sta in mag­gio­ranza da mem­bri dei clan allar­gati Al-Mawali e Al Hadedeen.

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