L’economia politica della promessa

Terre promesse. Il lavoro gratuito è uno dei pilastri che consente l’accumulo di profitti e rendite nell’università, nei media, nell’editoria. Tutto in cambio del miraggio di un futuro migliore. Il primo di una serie di articoli su questa sempre più diffusa forma di lavoro

Marco Bascetta, il manifesto redazione • 22/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Libri & culture • 1134 Viste

Tra la poli­tica e la pro­messa vi è un rap­porto di imme­diata con­ti­guità quando non di pura e sem­plice sovrap­po­si­zione. Un pro­gramma poli­tico, nel cre­pu­scolo della rap­pre­sen­tanza e nella sta­gione del lea­de­ri­smo ram­pante, non è in fondo altro che una sequenza di pro­messe dispo­ste lungo un per­corso che dovrebbe con­durre alla loro rea­liz­za­zione. Ma se ci spo­stiamo sul ter­reno dell’economia, man­te­nen­doci fedeli ai suoi prin­cipi, è un’altra dimen­sione a occu­pare il cen­tro della scena: quella della scom­messa, della pre­vi­sione sul futuro. Un’attesa di gua­da­gno, di espan­sione, di cre­scita che com­porta però una buona dose di azzardo. Un rischio che cor­ri­sponde a un valore. Quanto mag­giore è il rischio tanto mag­giore sarà il gua­da­gno se le cose doves­sero andare per il verso giu­sto. È in rife­ri­mento a que­sta dimen­sione, svi­lup­pata oltre­mi­sura dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, che è stata coniata l’espressione capitalismo-casinò.
Anche se, con­tra­ria­mente a quanto accade nelle case da gioco, a pagare la «mala­sorte» e ad accu­mu­lare i gua­da­gni rara­mente saranno le stesse per­sone. Tut­ta­via, quando la scom­messa eco­no­mica viene spesa sul mer­cato poli­tico pre­fi­gu­rando la ricon­qui­sta della «com­pe­ti­ti­vità» e del benes­sere, il rilan­cio dell’occupazione, dei con­sumi e dei red­diti, si ritorna per via diretta al lin­guag­gio della pro­messa. Le incer­tezze dell’azzardo scom­pa­iono d’incanto per lasciar posto alla ras­si­cu­rante sicu­mera della poli­tica, imper­mea­bile a qual­si­vo­glia indi­ca­tore nega­tivo. L’ottimismo è un dovere patriot­tico anche se non sem­pre con­di­viso dai mer­cati. Come che sia, in poli­tica così come in eco­no­mia, la pro­messa agi­sce da fat­tore pro­dut­tivo di con­sensi, di inve­sti­menti o di entrambi. La ven­dita del futuro rende denaro immediato.

OLTRE LA SER­VITÙ VOLONTARIA

Quello che ora ci inte­ressa esa­mi­nare è come la pro­messa, o la scom­messa masche­rata da pro­messa, ven­gano spese oggi sul mer­cato del lavoro. Tanto mas­sic­cia­mente da con­fi­gu­rare una vera e pro­pria «eco­no­mia poli­tica della pro­messa». Chia­riamo subito il punto cen­trale: la pro­messa è il sala­rio del lavoro gra­tuito. E il lavoro gra­tuito, o semi­gra­tuito, è oggi una forza pro­dut­tiva irri­nun­cia­bile nel pro­cesso di valo­riz­za­zione, nell’incremento dei pro­fitti e delle ren­dite. Non­ché, più in gene­rale, nella pro­du­zione di ric­chezza eco­no­mica ed extrae­co­no­mica nelle società avan­zate. È que­sto appa­rente rap­porto di «scam­bio» che distin­gue net­ta­mente il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo da qual­siasi forma di «ser­vitù volon­ta­ria». Si tratta di una mac­china pro­dut­tiva com­plessa, un’articolazione di fat­tori mate­riali e imma­te­riali, ideo­lo­gici e orga­niz­za­tivi di diversa natura. Una realtà che con­verrà esa­mi­nare nelle sue diverse com­po­nenti per com­pren­derne la potenza e la per­va­si­vità.
Una prima grande par­ti­zione è quella tra il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole e quello incon­sa­pe­vole. Tra quando sap­piamo di essere messi al lavoro e quando pro­du­ciamo per altri dedi­can­doci alle nostre usuali atti­vità sociali, rela­zio­nali e per­fino ricrea­tive: inter­ve­nendo in un «social net­work», immet­tendo idee e infor­ma­zioni nella Rete o esco­gi­tando schemi e forme di inte­rat­ti­vità sociale. Ovvero, su un piano più diret­ta­mente mate­riale, quando tra­spor­tiamo e mon­tiamo un mobile Ikea for­nendo gra­tui­ta­mente alla mul­ti­na­zio­nale scan­di­nava logi­stica e lavoro ope­raio. È, insomma, la «vita messa al lavoro», la coo­pe­ra­zione sociale espro­priata di cui molto si è scritto e su cui qui non tor­ne­remo.
Il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole, che è l’oggetto spe­ci­fico della nostra inda­gine, può essere otte­nuto per diverse vie. La prima è quella della coa­zione, la seconda quella della pro­messa. Entrambe sono sot­to­po­ste, in mag­giore o minore misura, alla dimen­sione del ricatto. La coa­zione può essere eser­ci­tata in diverse forme, tutte, senza ecce­zione, in forte incre­mento. La prima si può rias­su­mere nel pas­sag­gio dalWel­fare al cosìd­detto Work­fare. I disoc­cu­pati di lungo corso, per­cet­tori dei sus­sidi, ven­gono sostan­zial­mente costretti, pena la ridu­zione o per­dita dell’assegno, ad accet­tare un lavoro a sala­rio zero, o quasi zero, indi­pen­den­te­mente dalle loro qua­li­fi­che e dispo­si­zioni e dalle con­di­zioni, il più delle volte pes­sime, del lavoro «offerto». È la via imboc­cata con deci­sione, per esem­pio, dal governo tede­sco che pure qual­che risorsa rede­stri­bu­tiva la mette in gioco. Va da sè che que­sto lavoro coatto a costo quasi zero, aldilà dalle moti­va­zioni ideo­lo­gi­che che lo amman­tano, ser­virà a sosti­tuire un equi­va­lente volume di lavoro retri­buito con il risul­tato di otte­nere al prezzo di un mode­sto sus­si­dio la pro­dut­ti­vità di una forza lavoro che altri­menti risul­te­rebbe assai più costosa. Si tratta, insomma, di un incre­mento smi­su­rato del tasso di sfrut­ta­mento. A que­sto si aggiun­gono le ricor­renti pro­po­ste di restau­ra­zione del ser­vi­zio civile obbli­ga­to­rio con tutta la reto­rica pseu­do­so­li­da­ri­stica ed edu­ca­tiva che le accom­pa­gna. Non si tratta, in sostanza, che della ripro­po­si­zione moderna dell’antico isti­tuto della cor­vée.
Vi è poi lo ster­mi­nato ter­ri­to­rio della «for­ma­zione» che sem­pre più mas­sic­cia­mente include la costri­zione al lavoro. Sono in con­ti­nua espan­sione i tiro­cini obbli­ga­tori e gli sta­ges pre­vi­sti dai corsi di studi e dai più diversi per­corsi for­ma­tivi che, ben lungi dall’assicurare l’accesso al lavoro retri­buito, costi­tui­scono un bacino in perenne rin­no­va­mento di lavoro gra­tuito rigo­ro­sa­mente subor­di­nato. E come tale le aziende se ne sono sem­pre ser­vite e con­ti­nuano a ser­vir­sene, dedite più che alla tra­smis­sione di capa­cità, all’abbattimento di costo delle man­sioni più ele­men­tari. In que­sto ambito la «pro­messa» for­ma­tiva fa da alea­to­rio con­torno alla realtà quo­ti­diana della coazione.

MEC­CA­NI­SMI DI RECLUTAMENTO

Veniamo, infine, all’economia della pro­messa vera e pro­pria che domina incon­tra­stata nei diversi ambiti del lavoro intel­let­tuale e delle sva­riate «inten­denze» che lo seguono. Non è un mistero che interi com­parti, come l’università, il gior­na­li­smo, l’editoria, la comu­ni­ca­zione chiu­de­reb­bero imme­dia­ta­mente i bat­tenti se non potes­sero fare ricorso a un enorme volume di lavoro gra­tuito o quasi gra­tuito. E altri com­parti, come quello della tutela e valo­riz­za­zione dei beni cul­tu­rali, stanno met­tendo a punto mec­ca­ni­smi di reclu­ta­mento di ope­ra­tori a sala­rio zero e magari con spese e assi­cu­ra­zioni a pro­prio carico in cam­bio dell’onore rice­vuto (vi è stata una pro­po­sta in que­sto senso del mini­stro Dario Fran­ce­schini, poi riti­rata).
Que­sta ero­ga­zione di lavoro è retri­buita con null’altro che con la pro­messa. Quest’ultima può essere sud­di­visa, sia pure un po’ sche­ma­ti­ca­mente, in pro­messa diretta e pro­messa indi­retta. La prima lascia intra­ve­dere al col­la­bo­ra­tore di lungo corso, in pre­mio alla sua dedi­zione e costanza, la remota pos­si­bi­lità di una qual­che con­trat­tua­liz­za­zione (quasi sem­pre a ter­mine). Alla fac­cia di tutta la reto­rica meri­to­cra­tica, e anzi sve­lan­done la vera natura, sarà chi resi­ste in «ser­vi­zio» un minuto di più dei suoi con­cor­renti a incas­sare la posta, quando e se mai ve ne sarà una in gioco. È stato que­sto il sistema asso­lu­ta­mente domi­nante nel mondo dell’università e in quello del gior­na­li­smo e dell’editoria. Tut­ta­via, di fronte al blocco gra­ni­tico del ricam­bio gene­ra­zio­nale e alla inces­sante ridu­zione delle risorse la pro­messa diretta ha pro­gres­si­va­mente perso di cre­di­bi­lità e di attrat­tiva. Soprav­vive, per­lo­più tra quanti sono stati tra­sfor­mati dall’eternità dell’attesa in veri e pro­pri «casi umani» più o meno dispe­rati.
La pro­messa indi­retta, invece, si gioca tutta intorno a una parola magica: la «visi­bi­lità». Fa dun­que leva su una delle paure più dif­fuse nelle società alta­mente indi­vi­dua­liz­zate e com­pe­ti­tive, quella dell’anonimato. Nel gior­na­li­smo, nell’editoria, nel mondo dello spet­ta­colo la com­parsa e la firma, elar­gite come una pre­zio­sis­sima ono­re­fi­cenza sono la con­sueta con­tro­par­tita del lavoro gra­tuito. Farsi cono­scere, esi­birsi, pub­bli­care, costi­tui­scono la pro­messa di future occa­sioni e un cer­ti­fi­cato di esi­stenza in vita (sociale). Chi eser­cita il con­trollo su un qual­siasi luogo della «visi­bi­lità» può disporre di un bacino ine­sau­ri­bile di lavoro a costo zero dal quale trarre pro­fitto. Non è certo que­sta una novità, ma la dif­fe­renza con­si­ste nel fatto che que­sto bacino non rap­pre­senta ormai un «di più», un inve­sti­mento sul futuro, un mec­ca­ni­smo di sele­zione, un pas­sag­gio tran­si­to­rio, una risorsa mar­gi­nale, ma l’ingranaggio impre­scin­di­bile dell’intera mac­china pro­dut­tiva e lo stru­mento deci­sivo per abbat­tere i costi e ricat­tare il lavoro a vario titolo retri­buito, se non per sosti­tuirlo diret­ta­mente. Si sba­glie­rebbe, tut­ta­via, ad attri­buire que­sto biso­gno di visi­bi­lità ai soli gio­vani. Chiun­que, nell’instabilità gene­rale del lavoro, può essere costretto a rein­ven­tarsi e ripro­porsi in un ambito del tutto diverso da quello in cui aveva costruito il suo rico­no­sci­mento. A ricer­care, dun­que, nuova «visi­bi­lità» offrendo gra­tui­ta­mente le sue pre­sta­zioni.
Ma il lavoro gra­tuito, con­sa­pe­vole e volon­ta­rio, quello che sta al cen­tro dell’«economia poli­tica della pro­messa», non si limita a ven­ti­lare occa­sioni future, a isti­tuire «pro­fili» da ven­dere sul mer­cato. Risponde anche a un biso­gno più imme­diato, quello di poter dare rispo­sta alla domanda, sem­pre più imba­raz­zante e mole­sta: «di che cosa ti occupi?» L’aspetto di rime­dio iden­ti­ta­rio a una con­di­zione di sostan­ziale inde­ter­mi­na­tezza, di sra­di­ca­mento e di iso­la­mento non può essere sot­to­va­lu­tato. «Scrivo, per il gior­nale tal dei tali», «lavoro presso que­sta o quella cat­te­dra», «col­la­boro con una impor­tante casa edi­trice», sono tutte rispo­ste che com­pen­sano la fra­gi­lità della pro­pria con­di­zione, accre­scono l’autostima e lustrano l’immagine sociale. Non si tratta, tut­ta­via, del solo «pri­vi­le­gio» di esi­bire un ruolo impor­tante, di essersi con­qui­stati l’autorizzazione a «fare qual­cosa» di signi­fi­ca­tivo (o di rite­nuto tale), ma anche della simu­la­zione di appar­te­nenza a un orga­ni­smo o a una squa­dra. Vale per la testata che ti con­cede un euro al pezzo, così come per la cat­te­dra che ti con­sente di inter­ro­gare e giu­di­care gli stu­denti o per l’amministrazione pub­blica che ti chiama a orga­niz­zare un evento. Sei uno del gruppo e dun­que tenuto a difen­derne gli inte­ressi e le gerar­chie, senza alcun potere deci­sio­nale nem­meno sul tuo spe­ci­fico fram­mento di atti­vità. Il senso di appar­te­nenza can­cella ogni con­trad­di­zione, di con­flitto nean­che a par­larne, tra il lavo­ra­tore gra­tuito e i suoi capi retri­buiti. Quello che fa la dif­fe­renza tra la «gavetta» di un tempo e il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo è una que­stione di durata e di esten­sione che ne deter­mi­nano però la diversa qua­lità. L’attesa può pro­trarsi per una intera vita attiva e non ha più lo scopo di pre­pa­rare al lavoro retri­buito, ma quello di sosti­tuirlo (con­ver­reb­bero, fra l’altro, valu­tare anche gli effetti fiscali di que­sta sosti­tu­zione che di fatto com­porta una esten­sione del lavoro in nero o semi­nero, che la Ger­ma­nia ha par­zial­mente isti­tu­zio­na­liz­zato attra­verso il sistema dei mini­jobs). Il lavoro gra­tuito non è più ai mar­gini del sistema ma sal­da­mente inse­diato nel suo cen­tro. E con­tri­bui­sce in maniera deci­siva a deter­mi­nare la forma attuale della «piena occu­pa­zione», che com­prende una vasta area di «disretribuzione».

LA DOT­TRINA DELLA COMPETIVITÀ

Stando così le cose si potrebbe con­clu­dere che una mas­sic­cia asten­sione dal lavoro gra­tuito por­te­rebbe, se non al col­lasso del sistema, almeno alla crisi pro­fonda di molti suoi com­parti. Inol­tre, trat­tan­dosi di lavo­ra­tori che non per­ce­pi­scono alcun red­dito, o un red­dito pura­mente sim­bo­lico, essa non com­por­te­rebbe nes­suna con­se­guenza sulle loro con­di­zioni mate­riali di esi­stenza. Se il lavoro è a costo zero anche lo scio­pero lo è. L’economia poli­tica della pro­messa (cor­re­data dall’esibizione di qual­che car­riera esem­plare) è il dispo­si­tivo inca­ri­cato di impe­dire che si arrivi a un fronte del rifiuto nei con­fronti del lavoro non retri­buito. È la dot­trina della com­pe­ti­ti­vità con­si­de­rata dal punto di vista di quelli che la cer­ti­fi­cano e la gover­nano.
Le arti­co­la­zioni e le distin­zioni che abbiamo cer­cato di descri­vere, gli aspetti psi­co­lo­gici e iden­ti­tari, spie­gano per­ché il lavoro gra­tuito fati­chi a rico­no­scersi nei suoi tratti comuni e gene­rali, non­ché nel suo destino di grama per­ma­nenza. La pro­messa ha sem­pre un desti­na­ta­rio indi­vi­duale e l’intento di con­vin­cerlo che la sua è una «sto­ria del tutto spe­ciale». Tut­ta­via, il pro­trarsi della crisi, deter­mina una mol­ti­pli­ca­zione di espe­rienze indi­vi­duali che vanno tra­sfor­man­dosi in un patri­mo­nio col­let­tivo. I tratti comuni ven­gono sem­pre più in luce e comin­ciano a pren­der forma, soprat­tutto nella rete, ini­zia­tive e appelli che pren­dono di mira il lavoro gra­tuito e ne denun­ciano lo sfrut­ta­mento sem­pre più siste­ma­tico. A que­sto si aggiunge il fatto che le risorse com­pen­sa­to­rie della «disre­tri­bu­zione» di massa (risparmi, wel­fare fami­liare, pre­sta­zioni occa­sio­nali) si sono esau­rite o sono in via di esau­ri­mento. Que­sti fat­tori non si sono ancora tra­sfor­mati nell’esercizio di una forza con­sa­pe­vole, ma le con­di­zioni di uno scon­tro comin­ciano ad essere distin­ta­mente visibili

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