L’illusione tedesca

Dal 2000 a oggi la Ger­ma­nia regi­stra una cre­scita infe­riore a quella media della zona euro, la pro­dut­ti­vità cre­sce poco, due terzi degli occu­pati hanno visto dimi­nuire i loro red­diti e sono aumen­tate for­te­mente le dise­gua­glianze di red­dito e di patri­mo­nio

Vincenzo Comito, il manifesto redazione • 10/10/2014 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 550 Viste

Un’inquietudine ini­zia ad aggi­rarsi in Ger­ma­nia, rias­sunta nel titolo di un volume di suc­cesso: «L’illusione tedesca. Per­ché sovra­sti­miamo la nostra eco­no­mia e per­ché abbiamo biso­gno dell’Europa» (Die Deutschland-Illusion, Han­ser, 2014). L’autore è Mar­cel Fra­tscher, diret­tore dell’Istituto tede­sco per la ricerca eco­no­mica, un mode­rato lon­tano dalle ten­ta­zioni keynesiane.

Ini­ziamo da una domanda: qual è il paese che dal 2000 ad oggi regi­stra una cre­scita infe­riore a quella media della zona euro, nel quale la pro­dut­ti­vità cre­sce poco, due terzi degli occu­pati hanno visto dimi­nuire i loro red­diti e sono aumen­tate for­te­mente le dise­gua­glianze di red­dito e di patri­mo­nio, un paese ormai tra i più disu­guali d’Europa? La rispo­sta — inat­tesa — è la Ger­ma­nia, in preda a tre peri­co­lose illu­sioni: la prima è che il suo futuro eco­no­mico sia sicuro, men­tre l’economia mostra segni di declino. La seconda è che la Ger­ma­nia non avrebbe biso­gno dell’Europa, quando invece i paesi dell’Ue reste­ranno a lungo i part­ner prin­ci­pale di Ber­lino. La terza è che l’Europa serve sol­tanto a suc­chiare il denaro dei tede­schi, quando in realtà porta alla Ger­ma­nia grandi van­taggi. Vediamo i dati. La cre­scita tede­sca si è incep­pata. Nel secondo tri­me­stre del 2014 il pil tede­sco è dimi­nuito dello 0,2% e le pre­vi­sioni per la fine dell’anno sono meno posi­tive di qual­che mese fa. Pesano la reces­sione nel resto d’Europa, la crisi ucraina e la guerra in Medio oriente. L’indice degli ordini nell’industria è sceso del 5,7% in ago­sto, la ridu­zione più ele­vata dal gen­naio 2009, al momento del mani­fe­starsi della crisi, e la pro­du­zione indu­striale di ago­sto pare sia calata del 4%.

In que­sto qua­dro la poli­tica di equi­li­brio di bilan­cio per­se­guita dal governo sem­bra sem­pre più insen­sata. Si sco­pre che gli inve­sti­menti del set­tore pub­blico nel 2013 sono stati di appena 1,6% del pil, infe­riori a quelli ita­liani (1,7%), con­tro una media Ue del 2,2%. Anche gli inve­sti­menti pri­vati sono crol­lati: dopo la caduta del muro erano al livello record del 25% del pil, ora siamo sotto al 20%. Pro­spe­rano invece gli inve­sti­menti esteri fuori dall’Europa; tra gen­naio e set­tem­bre di quest’anno le imprese tede­sche hanno inve­stito 65 miliardi di dol­lari per com­prare società sta­tu­ni­tensi, molto di più che in pas­sato. A essere prese di mira sono soprat­tutto imprese con una forte base com­mer­ciale e pro­dut­tiva nei paesi emer­genti. Sem­bra essere que­sta la via che viene a pren­dere in misura cre­scente il reim­piego del sur­plus delle par­tite cor­renti della bilan­cia dei paga­menti tede­sca: 250–300 miliardi di dol­lari nel 2014, una cifra record, più dell’avanzo cinese, uno dei fat­tori più gravi che ali­men­tano gli squi­li­bri europei.

La scelta tede­sca di uti­liz­zare l’avanzo con l’estero per inve­sti­menti inter­na­zio­nali ha l’effetto di inde­bo­lire la base pro­dut­tiva interna e di depri­mere la cre­scita; si tratta di una novità per Ber­lino, ma è una scelta già rea­liz­zata in pas­sato dalla Gran Bre­ta­gna alla fine dell’impero – che ne segnò il declino. Allo stesso esito porta la rigi­dità tede­sca sul rispetto delle poli­ti­che di auste­rità in Europa, una scelta che ripro­duce le poli­ti­che che hanno pro­vo­cato la grande depres­sione degli anni trenta. Il nostro com­plesso di supe­rio­rità — è l’ammonimento di Mar­cel Fra­tscher ai tede­schi — ci rende cie­chi rispetto alle sfide del nostro tempo, al fatto che il futuro comune dell’Europa è fon­da­men­tale per la Ger­ma­nia e che biso­gna bat­tersi per l’integrazione e l’unificazione euro­pea, per noi stessi e per le gene­ra­zioni future. A Ber­lino chi ascolta?

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