L’ira delle ragazze di Teheran “Esecuzioni e sfregi non riusciranno a fermarci”

Dopo la morte di Reyhaneh e gli attacchi con l’acido il governo vieta i cortei. Ma la rivolta dilaga nel web

VANNA VANNUCCINI, la Repubblica redazione • 27/10/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 1464 Viste

TEHERAN. CENTINAIA di poliziotti sono schierati sulla piazza Fatemi, vicino al ministero dell’Interno, dove sabato c’era stata la seconda grande manifestazione contro gli attacchi all’acido che hanno sfregiato almeno quattro donne, una delle quali è diventata cieca a un occhio. I social media avevano annunciato un’altra manifestazione per ieri, alla quale dovevano arrivare persone «da cinque regioni ». Da quando la notizia dell’esecuzione di Reyhaneh è diventata di dominio pubblico, la Rete è diventato l’epicentro della rivolta delle donne iraniane. «Condannare il regime e rompere il silenzio», hanno scritto le donne del Ncr, il consiglio nazionale della resistenza. «Il mondo deve prendere una posizione forte contro la ferocia dei mullah» «Corruzione e patriarcato sono le cose più brutali. Lei trovi la pace, per i suoi oppressori, l’inferno più profondo», scrive in un tweet “Nadira”.
Ma la manifestazione non c’è stata perché il ministero dell’Interno ha fatto sapere che tutti i cortei per i quali non è stata preventivamente chiesta un’autorizzazione, sono da considerarsi illegali e come tali saranno trattati. Il presidente Rohani ha chiamato i ministri degli Interni, Giustizia e Intelligence, esortandoli a lanciare un’indagine e fare seriamente ogni sforzo per trovare «colpevoli e i mandanti» degli attacchi con l’acido. «Sono atti disumani » ha detto il presidente, non bisogna fermarsi fino a che i colpevoli e i loro mandanti non saranno identificati e puniti.
Però alle manifestazioni il governo pone limiti rigorosi, vedi chiusura delle strade intorno a piazza Fatemi. «Hanno spedito su questa piazza tutti i poliziotti di Teheran», dice irritato un tassista bloccato nel traffico. Perché questa paura delle manifestazioni? Non è una contraddizione per un presidente moderato che ha promesso di rendere l’Iran un paese più libero? Lo chiedo a Abbas Abdi che mi accompagna. Abdi è un riformatore molto noto e molto attivo negli anni di Khatami, sociologo e sondaggista. «In Iran le cose non sono ma solo come sembrano. Io difendo il diritto di tutti a manifestare sempre e dovunque, ma è evidente che c’è chi vuole approfittare degli attacchi all’acido per screditare Rohani, per diffondere l’impressione che anche in Iran la violenza dell’estremismo si sia fatta strada, che l’Is alligni anche qui. I segnali sono tanti, e non ci dimentichiamo che tra poche settimane dovrebbe arrivare la conclusione positiva del negoziato sul nucleare, che ha molti nemici. Il governo deve difendersi se non vuole essere danneggiato».
Elham, una studentessa che ha partecipato alla manifestazione di sabato, dice di essere rimasta sorpresa anche lei dal numero di messaggini che lei e le sue amiche hanno ricevuto in questi giorni: inviti a non uscire di casa per paura degli attacchi all’acido: «Chi li manda? Certo volevano creare il panico». Ogni volta che c’è un governo che fa migliorare l’immagine dell’Iran nel mondo, c’è subito qualcuno che fa peggiorare la situazione, nota la regista Pouran Derkhshandé, autrice di un bellissimo film sulla condizione femminile: “Sss.. le ragazze non gridano”.
«Il governo deve andare in fondo e far chiarezza su questi crimini subito», dice Faezeh Rafsanjani, figlia dell’ex presidente che è uno dei più decisi sostenitore di Rohani. Faezeh è da sempre impegnata per i diritti delle donne: «Non si può permettere che come è sempre successo in passato nessuno venga punito perché ha qualche angelo custode da qualche parte. Crimini ignobili come questi vanno affrontati non come reati commessi contro una singola donna o una singola famiglia, che poi non troverebbe nemmeno il coraggio di chiedere il “qisas” per paura che le loro vite vengano messe ulteriormente a repentaglio. Sono crimini pubblici, contro lo Stato». Terrorismo, ha detto il ministro della giustizia Pour Mohammadi.
Anche Nasrin Sotoudeh è venuta sabato alla manifestazione su piazza Fatemi. Per essere presente, aveva terminato in anticipo la personale protesta che ogni giorno fa davanti alla sede del Consiglio degli Avvocati, a piazza Argentine. Nel 2011 l’avvocato Nasrin Sotoudeh, premio Sakharov del Parlamento europeo per il suo impegno per i diritti umani, era stata condannata a sei anni di prigione e dieci d’interdizione dall’esercizio della professione, e poi liberata nel settembre 2013, poco dopo l’elezione di Rohani. Il mese scorso una istanza interna dell’ordine degli avvocati le aveva restituito il diritto di esercitare, ma subito dopo un’istanza superiore l’aveva cancellato: «Non si può nemmeno ignorare o sottovalutare che la mentalità che porta a compiere crimini come gli attacchi all’acido è stata creata e nutrita da un sistema». Abbas Abdi è d’accordo con lei. «Anche se non conosciamo ancora chi siano gli autori degli attacchi è sicuro che sta crescendo la resistenza al flusso crescente della presenza delle donne nella società».
Il processo dell’avanzata delle donne nella società cominciò con la rivoluzione, sostiene Abdi che era stato un rivoluzionario della prima ora come molti dei politici riformatori che poi sostennero Khatami. Fu con la rivoluzione che le figlie delle famiglie tradizionaliste uscirono per la prima volta dalle case, ancorché coperte da un chador che però per molte divenne una sorta di lasciapassare. «Ma l’accelerazione di questo processo negli ultimi anni è diventata per alcuni settori più retrivi della società difficile da digerire».

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