Il partito della restaurazione

Tempi presenti. I disastri della sinistra liberista in nome del Progresso. Dal Jobs Act alle barbarie postmoderne

Marco Bascetta, il manifesto redazione • 31/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Libri & culture • 644 Viste

Al ter­mine di una delle prime espo­si­zioni pub­bli­che delle sue ricer­che, Sig­mund Freud si gua­da­gnò un com­mento piut­to­sto vele­noso: «C’è del nuovo e del buono nelle sue teo­rie, dot­tor Freud, pec­cato che il buono non sia nuovo e il nuovo non sia buono!». L’astio con­ser­va­tore che ispirò que­sto giu­di­zio rive­lava bru­tal­mente l’intento di deni­grare ogni inno­va­zione e cele­brare le salde verità della tra­di­zione acca­de­mica. Non­di­meno si faceva forza di una con­trad­di­zione, sem­pre pos­si­bile, sul piano logico come su quello sto­rico, tra il «nuovo» e il «buono». Con­trad­di­zione che l’ideologia pro­gres­si­sta lasciava sva­nire in un otti­mi­smo rara­mente disin­te­res­sato e assai effi­cace nel masche­rare gli squi­li­bri, gli orrori di nuovo conio, le esclu­sioni e le discri­mi­na­zioni com­piute durante il cam­mino verso il «Pro­gresso». Que­sta ideo­lo­gia, un tempo ter­reno pre­di­letto d’incontro tra la cosìd­detta bor­ghe­sia «illu­mi­nata» e il socia­li­smo del movi­mento ope­raio, è stata sot­to­po­sta alle cata­stro­fi­che prove della sto­ria e a una ine­lu­di­bile cri­tica teo­rica e poli­tica, che alla fine ha pre­teso che la «Moder­nità» si facesse «rifles­siva», attenta ai gua­sti che aveva pro­dotto e al blocco delle sue stesse pro­spet­tive. Il «pro­gres­si­smo» inge­nuo e trion­fa­li­sta divenne così un ferro vec­chio che nes­suno voleva più nomi­nare, seb­bene fosse rima­sto, sot­to­trac­cia, l’ultima linfa iden­ti­ta­ria della «sini­stra». La rivo­lu­zione neo­li­be­ri­sta le avrebbe sot­tratto anche que­sto labile anco­rag­gio. Quando fu fatta pas­sare l’idea che dall’ arric­chi­mento dei ric­chi tutti avreb­bero tratto un qual­che van­tag­gio, che l’accentuarsi delle dise­gua­glianze sarebbe stato motore di svi­luppo e il potere incon­tra­stato delle éli­tes il trionfo dell’efficienza, il campo del «Pro­gresso» era inte­ra­mente occu­pato. A sug­gello di que­sta occu­pa­zione i cer­vel­loni del Cor­riere della sera, pote­rono infine decre­tare che «il libe­ri­smo è di sini­stra». Ben con­sa­pe­voli che con l’inversione dei ter­mini il risul­tato non cam­bia. La sini­stra libe­ri­sta si accin­geva a occu­pare la scena all’insegna della «novità».

Il «pro­gres­si­smo» era però alquanto scre­di­tato e per rie­su­marne il nuovo spi­rito ani­male biso­gnava ricor­rere ad altre parole: «inno­va­zione», «cam­bia­mento», «futuro», «nuovo», per­fino «rivo­lu­zione» accom­pa­gnata da qual­che agget­tivo gla­mour. E sospin­gere negli inferi della «con­ser­va­zione» voci cri­ti­che, posi­zioni con­flit­tuali e resi­stenze. Ma per fare que­sto una ulte­riore acro­ba­zia reto­rica si ren­deva neces­sa­ria. Fin dagli albori della Moder­nità, «con­ser­va­zione» ha signi­fi­cato la con­ser­va­zione di gerar­chie e pri­vi­legi e «tra­di­zione» la tra­smis­sione indi­stur­bata dei mede­simi. Si trat­tava a que­sto punto di equi­pa­rare i diritti acqui­siti ai pri­vi­legi di que­sta o quella cate­go­ria, gli ope­rai di fab­brica ai signori col san­gue blu. Ope­ra­zione faci­li­tata dal fatto che quei diritti erano stati nel frat­tempo inde­bo­liti e soprat­tutto negati a una vasta pla­tea di cit­ta­dini, la nuova plebe del pre­ca­riato e dei diver­sa­mente inoc­cu­pati (che, di riforma in riforma, plebe è sem­pre rima­sta). Fatto sta che altri «pri­vi­legi», quelli spet­tanti (per tra­di­zione o per usur­pa­zione) alle alte sfere della gerar­chia eco­no­mica e sociale non dove­vano essere toc­cati. Per­ché esi­gere una cosa del genere ci avrebbe con­fi­nato nelle fila della «con­ser­va­zione» più arcaica, osta­co­lando il pro­gresso (par­don, l’innovazione) fon­data sulla mito­lo­gia della «com­pe­ti­ti­vità» e del «merito». In poche mosse la dia­let­tica tra inno­va­zione e con­ser­va­zione veniva così ridi­se­gnata ad uso e con­sumo della pro­pa­ganda governativa.

Ora, tra le «novità» del tempo pre­sente pos­siamo anno­ve­rare l’erosione dei red­diti e delle con­di­zioni di vita, il blocco della mobi­lità sociale verso l’alto, la deva­sta­zione dell’ambiente, il potere incon­trol­la­bile del capi­tale finan­zia­rio, la per­va­si­vità dei dispo­si­tivi di con­trollo sulla vita quo­ti­diana, la cre­scita smi­su­rata della popo­la­zione car­ce­ra­ria, la bar­ba­rie post­mo­derna e «gio­va­nis­sima» che imper­versa in diverse aree del modo e molte altre sgra­de­voli «inno­va­zioni». Esi­ste un «nuovo» capace di con­tra­stare que­ste «novità»? Un «buon nuovo»? Se esi­ste non sem­bra pro­spe­rare tra gli inno­va­tori per pro­fes­sione e per voca­zione. Dediti, piut­to­sto, a un sostan­ziale ritorno al pas­sato. Il lavoro con pochi diritti e a basso sala­rio è già esi­stito, la «gover­na­bi­lità» senza intralci anche, l’identificazione tra Par­tito e Nazione, disgra­zia­ta­mente, pure. Il gioco con­si­ste nello spac­ciare il nega­tivo pro­dotto nel pre­sente, e secondo i suoi para­me­tri «inno­va­tivi», come retag­gio del pas­sato. Atte­nen­dosi al vec­chio ada­gio secondo cui tutti i mali deri­ve­reb­bero dal fatto di non aver appli­cato le «riforme» con suf­fi­ciente deci­sione e non dal con­te­nuto di quelle «riforme» stesse.

«Tutto è cam­biato», declama l’uomo del futuro, «il posto fisso non esi­ste più» (ce ne era­vamo accorti da almeno due decenni), ragion per cui il suo Jobs act, pro­mette di ampliare e sta­bi­liz­zare il lavoro a tempo inde­ter­mi­nato (e cioè la fin­zione di un «posto fisso» a certe impro­ba­bili con­di­zioni). Serve un chia­ri­mento: se, ten­den­zial­mente, il lavoro stan­dard a tempo inde­ter­mi­nato con­ti­nuerà ine­vi­ta­bil­mente a con­trarsi (vuoi per pro­cessi con­nessi all’automazione, vuoi per l’affermarsi di diverse forme di vita, vuoi per obso­le­scenza sto­rica del lavoro sotto padrone e l’accresciuta auto­no­mia del lavoro vivo) allora la redi­stri­bu­zione della ric­chezza andrebbe ripen­sata su basi più uni­ver­sa­li­sti­che e sgan­ciate dalla spe­ci­fica con­di­zione lavo­ra­tiva; se invece «il posto fisso» esi­ste ancora ed è con­si­de­rato addi­rit­tura la con­di­zione nor­male e auspi­ca­bile, pri­varlo di diritti e di garan­zie sarebbe sem­pli­ce­mente cri­mi­nale. Almeno se ci si pone dal punto di vista della difesa dei lavo­ra­tori e non da quello di chi si giova della loro più estrema ricat­ta­bi­lità, senza dare, nean­che a que­ste con­di­zioni, alcuna garan­zia di nuova occupazione.

Nel frat­tempo si aumenta enor­me­mente la pres­sione fiscale sui lavo­ra­tori auto­nomi (que­sti sì dav­vero nuovi nelle loro grame con­di­zioni di vita) a par­tire dallo stra­to­sfe­rico red­dito di 15.000 euro all’anno. Per un cam­pione del post­for­di­smo di «sini­stra», quale si vor­rebbe il nostro pre­si­dente del con­si­glio, non c’è male.

Pas­sando in ras­se­gna la più avan­zata fron­tiera dell’immaginazione poli­tica con­tem­po­ra­nea tro­ve­remo poi il bonus bebè rateiz­zato, lo sconto penale sul rien­tro dei capi­tali «eso­dati», senza dimen­ti­care gli ate­liers natio­naux delle Grandi opere, la pro­messa di 800mila posti di lavoro e altre inau­dite «inno­va­zioni» del mede­simo tenore. La «luce in fondo al tun­nel» è addi­rit­tura abbagliante.

Il ritorno inno­va­tivo all’antico fu chia­mato, in un tempo feroce ma di for­mi­da­bile fio­ri­tura cul­tu­rale, Rina­sci­mento. In un altro tempo di ritorno delle signo­rie e delle ser­vitù, delle teste coro­nate e dei loro pri­vi­legi, di spie­tata repres­sione di ogni dis­senso e con­flitto, fu invece bat­tez­zato Restau­ra­zione. Que­sta seconda deno­mi­na­zione sem­bra pur­troppo la più adatta a desi­gnare il pano­rama della crisi e del suo governo che ci circonda.

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