La precarietà porta più lavoro? Falso: lo dicono i dati (e la realtà)

Analisi. Cosa c’è dietro la surreale crociata contro l’articolo 18. Renzi crede nella tesi sulla «precarietà espansiva». L’Isfol, l’Ocse e molti economisti hanno dimostrato che l’Italia è più «flessibile» della Germania

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 2/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 1305 Viste

La tesi di fondo che spinge Mat­teo Renzi a giu­sti­fi­care la sur­reale cro­ciata con­tro l’articolo 18 è che mag­giore fles­si­bi­lità nell’offerta di lavoro por­terà più occu­pa­zione in Ita­lia. La tesi è stata smen­tita sin dal 2004 dai rap­porti Ocse sull’occupazione e ha tro­vato una serie di con­ferme nell’elaborazione dei dati for­niti dall’Isfol, oltre che nei lavori di eco­no­mi­sti come, tra gli altri, Emi­liano Bran­cac­cio o Ric­cardo Realfonzo.

Il pro­blema è anche un altro: una mag­giore pre­ca­riz­za­zione del mer­cato del lavoro (e quello ita­liano lo è alla mas­sima potenza) pro­duce occu­pa­zioni (Jobs) «mordi e fuggi», di bassa qualità, di breve e bre­vis­sima durata e sem­pre meno pagati. Il dise­gno di Renzi (su impulso della Bce o dell’Ocse) sem­bra essere il seguente. In Ita­lia oggi sette per­sone su 10 (1.848.147 unità) lavo­rano a tempo deter­mi­nato. Per loro non vale l’articolo 18. Alla sca­denza di que­sti con­tratti nes­suno viene «licen­ziato». Il con­tratto non viene sem­pli­ce­mente «rin­no­vato». I dati sono del sistema infor­ma­tivo delle comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie del mini­stero del lavoro e riguar­dano il secondo tri­me­stre di quest’anno. Solo il 15,2%, cioè 403 mila per­sone, sono state assunte nel 2014 con un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato. Con la sua «riforma» Renzi vuole togliere il con­tratto «vero» a que­ste per­sone e ren­derle uguali — e senza diritti — al 70% che non ha le stesse garan­zie. Dice che, in com­penso, le vin­co­lerà cioè al fami­ge­rato «con­tratto a tutele crescenti».

Qui emerge un altro pro­blema: solo matu­rando l’anzianità que­ste per­sone matu­re­ranno diritti. Quelli di rice­vere un inden­nizzo nel caso di un licen­zia­mento. Il risul­tato para­dos­sale sarà quello di isti­tuire una vera e pro­pria «apar­theid gene­ra­zio­nale» che vin­cola il red­dito e i diritti all’anzianità di ser­vi­zio. Più sei vec­chio, più hai diritti. E sarai sem­pre a rischio di «non rin­novo» (cioè di licenziamento).

L’inganno è for­mi­da­bile. Oggi si vuole abo­lire l’articolo 18 per can­cel­lare l’«apartheid» tra garan­titi e non garan­titi (espres­sione discu­ti­bile resa nota da Pie­tro Ichino). Con la delega e l’abolizione dell’articolo 18 que­sto pre­sunto regime verrà gene­ra­liz­zato a tutti: «assunti» e «pre­cari». In maniera uni­forme. E senza pietà.

L’aumento della precarietà nella spe­ranza di otte­nere la cre­scita è stata la bat­ta­glia ideo­lo­gica anche della riforma For­nero. I dati Isfol dimo­strano che due anni dopo la sua appro­va­zione sono aumen­tati i con­tratti a tempo deter­mi­nato, men­tre l’incidenza delle assun­zioni di breve e bre­vis­sima durata (anche per un giorno) è esplosa: il 67,3%. Que­sto dimo­stra che le imprese non sono affatto inte­res­sate a man­te­nere il lavo­ra­tore, ma ad usarlo in base alla domanda a cui devono far fronte. Inu­tile aggiun­gere che, in man­canza di una domanda forte, que­sto sarà il destino di chi avrà in sorte il «con­tratto a tutele cre­scenti». Non sarà «rin­no­vato», sem­pre che non gli pre­fe­ri­scano il ben più con­ve­niente «con­tratto Poletti» senza «cau­sale». Una misura appena appro­vata, ma che entrarà ine­vi­ta­bil­mente in con­tra­sto con il nuovo contratto.

Que­sta guerra con­tro la vita messa al lavoro (ser­vile) è carat­te­riz­zata da un altro falso ideo­lo­gico. Il mer­cato ita­liano del lavoro è uno dei più fles­si­bili d’Europa, men­tre quello tede­sco è uno dei più rigidi. Nel paese della Mer­kel vige dav­vero una sepa­ra­zione tra i garan­titi e gli schiavi dei «mini-jobs». Ma gli ita­liani illu­mi­nati sulla strada di Ber­lino se lo sono dimen­ti­cato. Oppure, cosa ancora più grave, non lo sanno. Emi­liano Bran­cac­cio ha defi­nito que­sta stra­te­gia «pre­ca­rietà espan­siva», men­tre Ric­cardo Real­fonzo ha dimo­strato la fal­si­fi­ca­zione dei dati Ocse.

L’Italia è stata infatti uno dei paesi più impe­gnati a ridurre la pro­te­zione dell’occupazione. Le tutele sono crol­late di oltre il 40% dal valore 3,82 dell’indice Epl (Employe­ment Pro­tec­tion Legi­sla­tion Index) nel 1990 al 2,26 del 2013. Le poli­ti­che di pre­ca­riz­za­zione del lavoro non hanno avuto alcun suc­cesso negli ultimi 25 anni. Dalla metà degli anni Novanta il nostro paese ha supe­rato ogni record di pre­ca­riato in Europa. Secondo l’Isfol è stato del 122% con­tro il 62% della Spa­gna e del 48% di Fran­cia e Ger­ma­nia. Di tutto que­sto Renzi tace. O non sa. Spe­rando che nes­suno sappia.

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