La Tunisia sconfigge la paura e Ennahdha

I tuni­sini non hanno aspet­tato i risul­tati defi­ni­tivi per festeg­giare il peri­colo scam­pato di veder con­fer­mato il par­tito isla­mi­sta Ennah­dha nelle ele­zioni di dome­nica scorsa. In attesa dei risul­tati uffi­ciali, i dati dei primi son­daggi che davano in testa Nida Tou­nes seguito dagli isla­mi­sti, sono fino al momento in cui scri­viamo con­fer­mati anche dalla rete degli osser­va­tori Mou­ra­ki­boum: Nida Tou­nes 37,1% ed Ennah­dha 27,9. Gli altri par­titi regi­strano per­cen­tuali a una sola cifra: Unione patriot­tica libera 4,4% e Fronte popo­lare 3,7, per citare solo i primi.

I risul­tati dei son­daggi hanno fatto scen­dere in piazza non solo i soste­ni­tori di Nida Tou­nes (par­tito laico di cen­tro, costi­tuito nel 2012) ma tutti i demo­cra­tici che ave­vano vis­suto que­sto turno elet­to­rale con grande tre­pi­da­zione per la paura di una vit­to­ria isla­mi­sta. In piazza a urlare gli slo­gan con­tro Ennah­dha c’erano anche coloro che hanno votato Nida Tou­nes «con la testa men­tre il cuore batte da un’altra parte». E tutti quelli che hanno votato per altri par­titi laici che senza Nida Tou­nes non sareb­bero riu­sciti a bat­tere Ennahdha.

La par­te­ci­pa­zione al primo voto legi­sla­tivo libero (nel 2011 si era votato per la costi­tuente) non è stata comun­que mas­sic­cia: ha votato il 61,8% degli iscritti alle liste (3,1 milioni) su 5,3 milioni di aventi diritto. Nel 2011 ave­vano votato 4,3 milioni. Segno del disin­canto e della delu­sione per il pro­cesso di transizione.

Que­sto risul­tato, se con­fer­mato, potrà ridare una spinta alle forze rivo­lu­zio­na­rie, anche se tra le accuse rivolte a Nida Tou­nes dai suoi oppo­si­tori vi è quella di essere legato al vec­chio potere. I soste­ni­tori di Ben Ali non si danno per vinti e hanno pre­sen­tato nume­rose liste di «indi­pen­denti» alle ele­zioni, non si sa ancora se avranno qual­che eletto. Il lea­der di Nida Tou­nes, l’ottantasettenne Beji Caid Essebsi è più legato al periodo di Bour­ghiba, di cui è stato mini­stro degli Esteri, che del suo suc­ces­sore. È stato anche primo mini­stro dal feb­braio al dicem­bre 2011, dopo la caduta di Ben Ali.

Per i «vin­ci­tori» il risul­tato sem­bra ormai asso­dato, men­tre il lea­der isla­mi­sta Rachid Ghan­nou­chi man­tiene un pro­filo basso, anzi avanza denunce di bro­gli insieme al pre­si­dente uscente Mon­cef Mar­zouki, il cui par­tito, il Con­gresso per la repub­blica (Cpr) avrebbe otte­nuto circa il 2%. Nella sua caduta Ennah­dha ha tra­sci­nato con sé i due par­titi che ave­vano fatto parte della troika di governo, il Cpr ed Etta­ka­tol (sotto l’1%).

L’affluenza alle urne è stata molto più bassa all’estero con una media del 29%, il 14 in Ita­lia, record nega­tivo. Ed è pro­prio all’estero che si sono regi­strate mag­giori pro­te­ste e denunce per vio­la­zioni della legge elet­to­rale. In Tuni­sia, anche se non sono man­cate denunce, lo scru­ti­nio è stato aval­lato dagli osservatori.

Appena chiusi i seggi, man mano che afflui­vano i son­daggi, un’amica mi annun­ciava di aver messo una bot­ti­glia di cham­pa­gne nel free­zer. Tut­ta­via, per sca­ra­man­zia, era meglio aspet­tare. Ma Nora, fem­mi­ni­sta, non riu­sciva a fre­nare il suo entu­sia­smo: «Il merito del risul­tato è da attri­buire alla matu­rità dei tuni­sini e delle tuni­sine. Ancora una volta que­sto pic­colo paese sor­prende e sor­pren­derà ancora…».

Chi avrebbe voluto tra­sfor­mare la Tunisia nel nuovo labo­ra­to­rio della «demo­cra­zia isla­mica» poi­ché il modello turco sta tra­bal­lando sarà rima­sto deluso, ma ha fatto buon viso a cat­tivo gioco. Mes­saggi di con­gra­tu­la­zioni arri­vano da tutto il mondo. La Tuni­sia che ha dato il via alle rivo­lu­zioni nei paesi arabi nel 2011 dimo­stra ancora una volta di saper indi­care una via rivo­lu­zio­na­ria per­cor­ri­bile. Natu­ral­mente gli osta­coli non man­cano. Il governo isla­mi­sta e quello tec­nico che ne è seguito non hanno risolto i pro­blemi che atta­na­gliano il paese e che spin­gono ancora i gio­vani a imbar­carsi per Lam­pe­dusa (è suc­cesso anche domenica).

A pena­liz­zare Ennah­dha è stato anche il fatto di non aver saputo o voluto con­tra­stare il ter­ro­ri­smo, oltre ai jiha­di­sti che sono par­titi per la Siria vi sono gruppi com­bat­tenti sulle mon­ta­gne di Chaambi al con­fine con l’Algeria. L’assassinio, lo scorso anno, di poli­tici come Lofti Naguedh, diri­gente di Nida Tou­nes nel sud della Tunisia, di Cho­kri Belaid, lea­der del Fronte popo­lare e di Moha­med Brahmi depu­tato alla costi­tuente, aveva allar­mato il paese e mobi­li­tato l’opposizione fino a far cadere il governo di Ennah­dha. Gli attac­chi ter­ro­ri­stici nel paese con­ti­nuano tanto da indurre Tunisia e Alge­ria a con­cor­dare un’azione comune alla fron­tiera. Pre­oc­cu­pante per la Tuni­sia è anche il con­fine libico, reso incan­de­scente dalla situa­zione che regna nella Libia del dopo Gheddafi.

Che cosa suc­ce­derà in Tuni­sia dopo le ele­zioni? Nulla è scon­tato, anche se i risul­tati indi­cati doves­sero con­fer­marsi. Con circa 80 seggi su 217 Nida Tou­nes non potrà certo for­mare un governo, che secondo le dichia­ra­zioni dei diri­genti del par­tito dovrebbe essere affi­dato a una per­so­na­lità esterna, e dovrà tro­vare delle alleanze. Quali? La sini­stra del Fronte popo­lare non basta. Il par­tito che si piazza al terzo posto, l’Unione patriot­tica libera, è gui­dato dal discusso uomo d’affari Slim Rihai, arric­chi­tosi in Libia, che non ha rispar­miato soldi nella cam­pa­gna e che si can­dida alle pre­si­den­ziali del 23 novem­bre. Non è certo un’alleanza rac­co­man­da­bile. A meno che Essebsi non accetti la pro­po­sta di Ennah­dha – che ha rico­no­sciuto la vit­to­ria di Nida Tou­nes – di for­mare un governo di unità nazio­nale, anche se lo aveva escluso in cam­pa­gna elettorale.

L’entusiasmo del risul­tato elet­to­rale potrebbe spe­gnersi di fronte alle dif­fi­coltà o alle scelte che farà il vin­ci­tore. Una cosa tut­ta­via è certa: i tuni­sini hanno vinto la paura e se un governo non li sod­di­sfa sono pronti a cambiarlo.

In que­sta situa­zione incerta è sicu­ra­mente di buon auspi­cio l’elezione di Karima Sioud, vedova di Moha­med Brahmi, assas­si­nato il 23 luglio del 2013, capo­li­sta del Fronte popo­lare a Sidi Bou­zid, dove nel dicem­bre del 2010 si era immo­lato Boua­zizi dando il via alla rivo­lu­zione. Sarà una donna que­sta volta a rilan­ciare la lotta per la giu­sti­zia sociale, la dignità e la parità di genere pro­prio da Sidi Bouzid?



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