La Turchia in soccorso di Kobane Via libera ai rinforzi per i curdi

I C-130 americani lanciano aiuti e armi, Ankara apre il confine ai Peshmerga

redazione • 21/10/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 2774 Viste

MASAR (Confine Turchia-Siria) «Finalmente possiamo difenderci. Se la Turchia apre la frontiera e arrivano uomini e armi, abbiamo ancora la possibilità di vincere», dicono alcuni tra le centinaia di uomini e donne assiepati a seguire la battaglia di Kobane. Ieri, per la prima volta da oltre un mese di assedio, sorridevano. Li abbiamo raggiunti verso mezzogiorno sull’onda di due notizie fresche che solo pochi giorni fa per loro erano utopie, sogni lontani.
La notte scorsa i C-130 Hercules americani hanno paracadutato 27 carichi di armi, munizioni e medicine sulle posizioni dei loro compagni impegnati a combattere duramente per spezzare l’accerchiamento delle unità dello Stato Islamico.
Le chiedevano da tempo: non sono risolutive, però costuiscono ossigeno vitale. In prima mattinata inoltre il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha infranto una barriera che pareva insuperabile, annunciando la disponibilità di Ankara a lasciare passare dal confine i guerriglieri curdi iracheni (i celeberrimi Peshmerga) per rafforzare quelli siriani dello Ypg, che sta per «Unità di autodifesa».
Due notizie positive in una volta sola non possono che portare il morale alle stelle, specie per chi si era rassegnato alle catastrofi. È almeno da giugno, quando le avanguardie di jihadisti partiti dalla Siria in pochi giorni hanno occupato un terzo del territorio iracheno, che anche i curdi siriani sono sempre più stretti sulla difensiva. Progressivamente hanno perduto i loro territori, subito lo stillicidio quotidiano dei video postati sulla rete dai jihadisti dei loro compagni e parenti uccisi, decapitati, al meglio ridotti a profughi. «Sto pensando di andare ad Erbil (capitale dei curdi in Iraq, ndr ) per arruolarmi tra i Peshmerga e tornare a Kobane con loro», confida raggiante il 45enne Miso Merik, incontrato nel villaggio contadino di Masar, in territorio turco, ma a un paio di chilometri dalla città assediata in Siria.
La sua vicenda personale aiuta a comprendere il significato degli ultimi sviluppi bellici per i curdi nella regione. Miso è di origine turca, da ragazzo militava nel Pkk, il Partito dei Lavoratori curdi in Turchia, che da decenni è impegnato nella lotta sanguinosa contro il governo centrale di Ankara in nome delle sue richieste separatiste. Lui stesso venne imprigionato per tre anni prima di emigrare in Svezia nel 1995.
Ora è tornato, vorrebbe combattere con le poche migliaia di «fratelli» che difendono Kobane. Però Ankara considera lo Ypg un movimento «terrorista» al pari del Pkk. Da qui l’impasse, ma anche la via per superarla. I dirigenti turchi ribadiscono che «lo Stato Islamico va combattuto al pari di Pkk e Ypg». E tuttavia Ankara è anche il maggior partner commerciale dell’enclave curda irachena, con cui ha ottimi rapporti. Gli Stati Uniti negli ultimi tempi hanno fatto pressione sulla Turchia, un membro Nato fondamentale nella regione, affinché contribuisse alla lotta dei curdi contro i jihadisti.
E la soluzione è stata giocare di sponda: evitare il coinvolgimento di Pkk e Ypg, ma accettare i Peshmerga offerti dal presidente dell’enclave irachena Massud Barzani. Gli stessi americani ripetono che i rinforzi bellici paracadutati l’altra notte arrivano da Erbil. Dicono i curdi: «Peshmerga o Pkk poco importa, l’importante è salvare Kobane».

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