Turchia, morti e caos in 30 città La rabbia dei curdi contro Erdogan

Proteste per la passività del governo nella guerra all’Isis. Il Pentagono: i raid non bastano

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 9/10/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1245 Viste

 SALINURFA (Turchia sud-orientale) In Turchia torna pesante lo spettro dello scontro interno con la minoranza curda. La ventina di morti tra i dimostranti negli scontri con la polizia in una trentina di città nelle ultime 24 ore, l’imposizione del coprifuoco duro come non si vedeva da anni, i posti di blocco, le forze dell’ordine con maschere antigas e scudi, riportano il Paese alle memorie grevi della guerra civile strisciante.
Negli ultimi tempi il boom economico e il dialogo con il Pkk  (il «Partito dei Lavoratori Curdo», il movimento indipendentista accusato da Ankara di «terrorismo») voluto dall’ex premier, e ora presidente, Recep Tayyip Erdogan, avevano quasi fatto dimenticare che, sotto la calma apparente del nuovo benessere, covano tensioni mai sopite. Il numero non è ufficiale, ma la stampa indipendente locale segnala che oltre 40.000 curdi hanno perso la vita nel braccio di ferro con le autorità negli ultimi trent’anni.
Adesso la rabbia dei curdi (sono circa 15 milioni in Turchia) è alimentata dalla passività dimostrata da governo e militari di fronte all’agonia di Kobane, la cittadina curdo-siriana cinta d’assedio dallo Stato islamico da metà settembre.
I manifestanti ieri mostravano le fotografie dei carri armati turchi totalmente passivi, fermi sulla frontiera a solo poche centinaia di metri dalle milizie jihadiste. Non solo i soldati turchi non fanno nulla per combattere i tagliagole sunniti, ma soprattutto bloccano i volontari del Pkk, che vorrebbero andare a combattere con i «fratelli» siriani. Le Ypg, le «unità di autodifesa curde» in Siria, sono strette alleate del Pkk. «Ankara difende lo Stato islamico», accusano i curdi. A loro risponde lo stesso Erdogan, che equipara il pericolo costituito dallo Stato islamico a quello del Pkk. La tensione è tale che lo stesso Abdullah Öcalan, il celebre leader del Pkk in carcere dal 1999, dalla cella fa sapere che qualsiasi dialogo con il governo avrà fine se entro metà ottobre Ankara non avrà ordinato ai soldati di difendere Kobane. La situazione nella cittadina resta disperata. Negli ultimi tre giorni l’intensificazione dei raid Usa ha rallentato, ma non fermato, l’avanzata dei jihadisti, e anche il Pentagono riconosce che non basteranno a «salvare» Kobane.
Lorenzo Cremonesi

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One Response to Turchia, morti e caos in 30 città La rabbia dei curdi contro Erdogan

  1. Gianni Sartori ha detto:

    Mentre la Turchia, cane da guardia dell’imperialismo statunitense, attende che gli integralisti completino il loro sporco lavoro di genocidio nei confronti dei curdi (per poi magari “mettere in sicurezza” le aree curde in territorio siriano) anche i borghesi nostrani sembrano essersi accorti dei Curdi. Ed emerge con forza quale sia il ruolo delle donne sia nella lotta di liberazione che nell’autorganizzazione della società curda.
    Invio questo contributo, in parte datato, ma forse ancora utile.
    Onore al PKK, libertà per Ocalan!
    GS

    DONNE CURDE
    di Gianni Sartori – 29/03/2014

    La difficile situazione del popolo curdo, una “nazione senza stato” sottoposta a feroce repressione (soprattutto in Turchia, ma non solo), rischia periodicamente di venire oscurata dai drammatici eventi mediorientali. In particolare non sempre viene adeguatamente riconosciuto il fondamentale ruolo ricoperto dalle donne nei movimenti di liberazione curdi. Inizialmente, a causa di una atavica subalternità che per secoli ha seminato paura nelle donne curde, non veniva presa in considerazione la loro possibilità di integrarsi nella guerriglia, combattere sulle montagne. Ma in seguito le cose erano cambiate. “Al nostro interno, mi riferisco al PKK ed alle organizzazioni collegate, non ci sono discriminazioni – ci spiegava ancora nel 1996 Ahmet Yaman, all’epoca portavoce dell’Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan)- e lottiamo anche perché questo tipo di mentalità diventi patrimonio comune di tutto il nostro popolo. Pensa solo ai cambiamenti che si vedevano già dopo tre-quattro anni di lotta armata, grazie anche alla grande determinazione delle donne. Sempre più spesso i genitori lasciano che le loro figlie vadano a combattere, quando fino a poco tempo fa non sarebbe stato permesso loro neanche di uscire di casa! Ora (1996 nda) ci sono più di 5mila guerrigliere sulle montagne”. Sempre negli anni ’90, era sorta un’organizzazione che operava sia in Turchia che in Europa, il “Movimento Indipendente delle Donne Curde”. Nel momento di maggiore espansione contava circa 10mila militanti. Oltre che per difendere l’identità e i diritti negati del popolo curdo, si batteva per “un ruolo di primo piano della donna nella società”.? Nello stesso periodo venne creata una divisione dell’esercito guerrigliero esclusivamente femminile. Un modo esplicito per rompere con le strutture di stampo feudale e con la mentalità che vedeva le donne subordinate. Stando alle testimonianze rese successivamente da un gran numero di militanti, le donne partecipavano a tutte le decisioni e sicuramente il loro impegno è stato fondamentale per portare avanti la causa curda.

    Va collocata in questo contesto di forte presenza delle donne nella resistenza, la drammatica azione di protesta di due militanti curde (Beriwan e Ronaxi) che si erano date fuoco a Mannheim, in Germania, per protestare contro il governo tedesco che aveva messo fuorilegge il PKK e l’ERNK.?

    Il 30 giugno 1996, Zeynep Kinaci, una guerrigliera ventiquattrenne dell’ARGK, si gettò su una parata militare nella città di Tunceli (Dersim) facendo esplodere una bomba nascosta sotto i vestiti e uccidendo nove soldati turchi. Per spiegare il suo gesto estremo lasciava alcune lettere, una delle quali indirizzata al presidente del PKK, Abdullah Ocalan.? Qualche mese dopo, il 25 ottobre 1996, Leyla Kaplan, una ragazza curda di 17 anni, nascondendo una bomba in modo da sembrare incinta, ha ucciso quattro poliziotti in un attacco suicida alla stazione di polizia della città di Adana per protestare contro le atrocità commesse dall’esercito turco. Eventi estremi, sicuramente, non sempre comprensibili. Ma non si può giudicare tanta disperata determinazione senza tener conto di quale sia stata per molte donne curde l’esperienza del carcere, della tortura e degli stupri subiti dagli aguzzini in divisa della polizia e dell’esercito turchi. Arrestata perché cantava in curdo, Hevi Dilara (questo il suo nome curdo, ma sui documenti risultava come “Bengin Aksun”, dato che i nomi dei curdi venivano forzatamente turchizzati) venne ripetutamente torturata. “Mi portavano davanti a mio padre svestito, con gli occhi bendati -ha raccontato – torturavano me e minacciavano di uccidere mio padre; poi torturavano lui davanti ai miei occhi e dicevano che dovevamo pentirci perché avevamo cantato in curdo. Poi, viceversa, svestivano me, bendavano i miei occhi quando c’era mio padre davanti a me, mi torturavano con il manganello facendo delle cose molto brutte, delle cose che non si possono nemmeno raccontare…Soprattutto quando mio padre era davanti a me, mi torturavano con getti d’acqua intensa o corrente elettrica alle dita e alle parti intime del corpo: tutto questo è durato quindici giorni…”.

    Allo scopo di far conoscere, almeno parzialmente, quale sia stato e sia il ruolo delle donne curde nella lotta di liberazione ripropongo due mie interviste (risalenti rispettivamente al 2007 e al 2008, ma la situazione non sembra sostanzialmente cambiata) a Hevi Dilara e Leyla Zana.

    INTERVISTA A HEVI DILARA, esponente di Uiki (4 novembre 2007)

    Hevi Dilara, rifugiata politica curda ed esponente di Uiki (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia), è nata a Urfa. Da circa dieci anni vive in Italia. In passato è stata detenuta nelle prigioni turche, subendo la tortura per la sua militanza.

    Rimane alta la preoccupazione per quanto sta avvenendo (novembre 2007 nda) alle frontiere fra Turchia e Iraq nell’eventualità di altre operazioni militari contro le basi del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Ci si occupa meno, invece, delle ragioni del popolo curdo e di quello che continua a subire.
    Da trent’anni ormai c’è una lotta di liberazione da parte del popolo curdo, che è stato costretto a prendere le armi per difendere i suoi diritti. Dal 1993 in poi, il PKK ha offerto varie tregue unilaterali per una soluzione politica, chiedendo il riconoscimento della propria identità e di poter partecipare a un processo di democratizzazione della Turchia. In particolare, ha chiesto di applicare nella zona curda una forma di autonomia analoga a quella dell’Alto Adige in Italia o dei Paesi Baschi in Spagna. I turchi sembrano non voler riconoscere l’identità curda, sia culturalmente che fisicamente, quindi non riconoscono nemmeno il movimento curdo.

    Il PKK era nato come movimento studentesco nonviolento. Un insieme di cause (la repressione, le impiccagioni, le torture subite dai militanti…) lo ha poi portato alla scelta armata (da segnalare l’analogia con quanto avvenne in Sudafrica nell’ANC nel 1960, dopo la strage di Sharpeville nda). Sicuramente ha influito anche il fatto che il Kurdistan è rimasto un’area sottosviluppata. E’ un territorio ricco di risorse, però la popolazione è molto povera. Come popolo abbiamo ben conosciuto lo sciovinismo turco che vorrebbe annientare la nostra identità. Da bambina non potevo parlare la mia lingua in pubblico, a scuola…

    Perfino la musica curda era proibita. Sono stata arrestata anche per aver cantato nella mia lingua. Lo Stato turco ha praticato l’assimilazione nei confronti delle diverse etnie (assiri, armeni…) e la discriminazione religiosa. Esiste, per esempio, una piccola percentuale di curdi che sono rimasti zoroastriani, ma non possono manifestarlo. La necessità di difenderci ha portato alla nascita del PKK, ma sempre con l’idea di lasciare le armi, di trovare una soluzione politica per il conflitto. Inoltre il PKK condanna le azioni contro i civili, com’è scritto anche nel suo statuto.

    Come ha risposto lo Stato turco alle proposte di tregua?
    La risposta di Ankara è sempre stato “no”. Di fronte ai numerosi “cessate il fuoco” del PKK, la Turchia ha reagito con altre operazioni militari. Dal 1993 a oggi sono entrati in Iraq ventiquattro volte (questa è la venticinquesima) e sempre sono stati respinti dai guerriglieri. Nell’ottobre 2006 c’è stato un importante “cessate il fuoco”. La risposta turca è venuta con le bombe dei servizi segreti e con la “guerra sporca”. Sono state colpite famiglie curde e sono rimasti uccisi anche alcuni bambini. Inoltre vi sono stati nuovi casi di desaparecidos. In quella circostanza alcuni militari turchi di alto grado hanno affermato pubblicamente “la vita di un soldato turco vale quella di dieci curdi”. Da parte sua il PKK ha dichiarato che è legittimo difendersi.

    Quindi la presenza dell’esercito turco in Iraq non è una novità.
    In Iraq i militari turchi c’erano già. Anche prima della mozione votata il 17 ottobre 2007 in Parlamento, in varie occasioni avevano bombardato i villaggi curdi dell’Iraq. Ma il loro obiettivo non è soltanto il PKK. Dietro questa ennesima operazione si può vedere una costante della politica di Ankara, l’idea di una “Grande Turchia” fino a Kirkuk. Inoltre, la Turchia si è resa conto che la zona curda irachena sta diventando veramente autonoma, con un proprio esercito, l’università curda, le risorse autogestite dai curdi…E questo naturalmente potrebbe contagiare anche i curdi dei territori sotto l’amministrazione turca.

    D. Significa che la creazione nel Nord dell’Iraq di un’area autonoma rappresenta una possibilità anche per i curdi di Turchia, Siria e Iran?

    E’ sicuramente una cosa molto positiva. La nostra terra è attualmente divisa in quattro parti e tutti i curdi hanno subito violenza dai vari stati. Coloro che hanno potuto visitare la zona autonoma del Nord dell’Iraq hanno detto: “Adesso almeno una parte della nostra terra è libera”. Soprattutto ha favorito la solidarietà tra curdi, ha permesso il superamento di vecchie ostilità per esempio tra il PKK, il PUK (Unione patriottica del Kurdistan) di Talabani e il PDK (Partito democratico curdo) di Barzani.

    D. Quali sono le conseguenze delle operazioni militari turche contro i villaggi curdi? Dietro questo accanimento ci sono anche ragioni di interesse economico?

    I villaggi curdi distrutti in Turchia sono stati circa quattromila. Attualmente i “profughi interni” sono cinque milioni. Alcuni sono fuggiti in Iraq, altri in Europa. Quanto alle ragioni di interesse economico, è evidente che la Turchia vuole poter gestire le risorse del Kurdistan. Oltre al petrolio, ricordo che qui nascono due fiumi molto importanti, il Tigri e l’Eufrate. La Turchia sta utilizzando sia economicamente che politicamente tali risorse, indispensabili per conservare un ruolo strategico nella regione. Questo spiega le alleanze con altri paesi come la Siria e l’Iran, dove vivono popolazioni curde. Prima della mozione che autorizzava l’intervento militare in Iraq, iraniani e turchi avevano firmato accordi per attacchi congiunti alle basi del PKK. Il giorno prima del voto del Parlamento turco, il capo del governo siriano, Assad, si trovava in Turchia e aveva dato la sua disponibilità alla lotta comune contro i curdi . Poi, tornato a Damasco, ha smentito. La Siria collabora con la Turchia fin da quando ha scacciato Ocalan. Lo fa soprattutto per paura di perdere i rifornimenti di acqua controllati da Ankara (ovviamente si parla del 2007; attualmente i rapporti tra Ankara e Damasco sono di ben altro tenore nda).

    D. L’opinione pubblica in Turchia ha reagito molto duramente contro il PKK per il rapimento da parte della guerriglia curda di otto soldati turchi dopo l’attacco al ponte di Hakkari in cui ne erano morti altri diciassette. Un suo commento…

    In un primo tempo, l’esercito turco aveva negato che ci fossero prigionieri. Aveva parlato di “guerra psicologica” della guerriglia. Successivamente aveva insinuato che forse i soldati si erano consegnati spontaneamente, disertando, e avevano cominciato a chiamarli “traditori”. Poi la televisione curda ha trasmesso le immagini che confermavano i comunicati del PKK. Ricordo che questi avvenimenti sono accaduti nel corso di un’operazione dell’esercito. In una operazione analoga di poco tempo fa sono stati usati anche i gas e undici guerriglieri sono rimasti uccisi. I familiari non hanno ancora potuto riavere le salme per impedire che vengano riconosciuti gli effetti dei gas. Chi ha visto i cadaveri ha detto che apparivano come bruciati. La reazione in Turchia ai fatti di Hakkari è stata una manifestazione di sciovinismo. Tutta la stampa e molti scrittori hanno attaccato indistintamente i curdi. Sono stati assaliti sedi, ristoranti, librerie…In questo momento molti curdi non osano uscire di casa; dovunque sentono dire continuamente che “bisogna bombardare i curdi”. Lo Stato turco ha saputo alimentare lo sciovinismo (una “mobilitazione reazionaria delle masse” da manuale nda) e siamo di fronte al rischio di uno scontro tra le due popolazioni, non solo in Kurdistan. Infatti, tantissimi curdi, generalmente profughi, vivono a Istanbul, ad Ankara. Proprio a Istanbul recentemente il Comune ha fatto scacciare i curdi di una baraccopoli, abbattendo le loro povere case perché “imbruttivano la città”. La maggior parte dei profughi sono poverissimi e, in quanto curdi, hanno molte difficoltà a trovare lavoro.

    D. Scioperi della fame contro le celle “F”, rivolte dei prigionieri, esecuzioni extragiudiziali e tortura. Sicuramente la situazione dei diritti umani in Turchia suscita parecchie preoccupazioni. Da questo punto di vista, come giudica l’eventuale ingresso della Turchia in Europa?

    Ritengo che l’entrata della Turchia in Europa non sia un fatto negativo, ma bisognerebbe capire “quale Turchia”. Sicuramente non la Turchia che viola i diritti umani di un terzo della sua popolazione, i curdi. In questi ultimi tempi ci sono stati tentativi di adeguarsi alle richieste europee di una maggiore democratizzazione. I turchi hanno liberato Leyla Zana, sospeso la pena di morte, concesso una mezzora giornaliera di trasmissioni televisive in lingua curda. Tuttavia chi parla curdo dal palco (in occasione di comizi, concerto ecc.) o si richiama alle tradizioni curde, viene censurato. Non si può parlare curdo negli uffici pubblici. Addirittura gli anziani, che parlano solo la loro lingua, non possono portare un interprete. Tra il 2004 e il 2005 erano stati rilasciati anche molti prigionieri politici, passando da 12mila a circa 5mila. Ma da un anno a questa parte sono di nuovo aumentati, almeno 10mila. Gli ultimi arresti sono il risultato delle azioni della polizia contro insegnanti, giornalisti e militanti del “Partito democratico della società”. Questo partito è presente in Parlamento con ventidue deputati, gli unici che abbiano votato contro l’invasione dell’Iraq. La maggior parte dei prigionieri curdi è appunto rinchiusa nelle famigerate celle “F” in totale isolamento, senza poter mai uscire, nemmeno per la prevista ora giornaliera, senza radio, senza poter telefonare. Rimane poi molto grave, anche dal punto di vista della salute, la situazione del presidente Ocalan. Contro questo stato di cose anche recentemente ci sono state proteste e scioperi della fame. Anche Leyla Zana è nuovamente sotto processo per aver difeso l’identità curda. Lo stesso sta accadendo a molti sindaci di località curde. Recentemente il sindaco di Diyarbakir è stato condannato a sei mesi per un saluto in curdo. Una Turchia così diventerebbe un problema per l’Unione europea. Forse alla fine prevarranno soltanto gli interessi economici, ma sarebbe un peccato che i Paesi europei, fondati sulla democrazia, accettassero questa Turchia. Potrebbero invece presentare un “pacchetto di proposte” per risolvere democraticamente la questione curda. Una Turchia che rispettasse le minoranze, etniche e religiose, rappresenterebbe una ricchezza per l’Europa. (

    (Gianni Sartori – 4 novembre 2007)

    INTERVISTA A LEYLA ZANA, LA VOCE DEI CURDI (30 ottobre 2008)

    L’8 dicembre 1994 veniva pronunciata la sentenza di condanna contro otto parlamentari curdi, sette dei quali membri del Partito democratico, DEP, messo fuorilegge. Accusati di collaborazione con il PKK e di “attentato all’integrità dello stato”, cinque imputati, tra cui Leyla Zana, furono condannati a 15 anni di carcere. Gli altri a 3 anni e sei mesi. La corte aveva lasciato cadere le accuse di “alto tradimento” evitando quindi ai condannati la pena di morte. Presumibilmente grazie alle pressioni internazionali – tra cui un appello dal presidente francese Mitterand – esercitate sul governo di Tansu Ciller (“donna dell’anno” 1993 secondo i telespettatori di Euronews). E intanto proseguivano le attività anti-curde, sia quelle ufficiali ( secondo l’agenzia Anatolia l’ultima offensiva dell’esercito nella provincia di Tunceli aveva causato la morte di una cinquantina di presunti guerriglieri) che quelle “coperte”: qualche giorno prima era stato colpito il giornale Ozgur Ulke, un morto e una ventina di feriti. Nel 1995 il Parlamento Europeo assegnava a Leyla Zana il premio Sakharov per la libertà di espressione; nel 1996 ha ricevuto il premio internazionale Rose dell’organizzazione del movimento operaio danese per la difesa dei diritti umani. Mentre era ancora detenuta nel carcere speciale di Uculanlar (Ankara) le è stata accordata la cittadinanza onoraria di Roma. Per molti anni l’ex prigioniera politica è stata la “bestia nera” delle unità speciali turche, responsabili di una durissima repressione nei territori curdi. La sua immagine veniva usata come bersaglio nei poligoni di tiro. A Leyla Zana stava per essere attribuito anche il premio Nobel per la Pace, ma poi la candidatura venne accantonata per le proteste della Turchia.

    Giovedì 30 ottobre 2008, presso l’Ateneo Veneto di Venezia, si è svolto un incontro-dibattito con Leyla Zana. Vi hanno preso parte anche Hevi Dilara, Tiziana Agostini, Orsola Casagrande, Baykar Sivazliyan e Luana Zanella. Un’occasione per conoscere “non solo la sua storia di donna curda, ma la storia di una comunità, di una nazione senza stato” ha commentato Tiziana Agostini. I curdi sono un popolo che “dall’antica Mesopotamia hanno saputo arrivare fino ai nostri giorni per la loro forte identità, forza morale, generosità”. Attualmente smembrato in quattro stati, il Kurdistan “galleggia” su un mare di petrolio. Nel Kurdistan “iracheno” (Kurdistan Sud) i bombardamenti ordinati da Saddam – sulla città di Halabja e sui villaggi del Nord-est – sono stati un disastro per un popolo in buona parte di agricoltori. Il cianuro è penetrato nel terreno e gli effetti durano ancora a venti anni di distanza. Se qui oggi i curdi possono parlare la loro lingua, altrove il “diritto alla parola” viene ancora negato. In particolare nel Kurdistan “turco” (Kurdistan Nord, 20-25 milioni di curdi) dove le tensioni sono maggiori. La giornalista Orsola Casagrande ha ricordato che “sono ormai passati diciotto anni da quando Leyla Zana venne eletta pronunciando poi nell’aula del Parlamento parole di pace e speranza in lingua curda. Successivamente arrestata e condannata per separatismo, ha trascorso 11 anni in carcere e decine di altri processi nei suoi confronti restano ancora aperti”.
    “Nel Kurdistan “turco” c’è la guerra –ha continuato Casagrande- e anche in questi giorni proseguono i bombardamenti da parte dell’esercito e dell’aviazione. Inoltre la Turchia si è arrogata il diritto di bombardare il Kurdistan “iracheno”. Per aver tradotto in curdo (oltre che in inglese, tedesco, francese…) gli opuscoli turistici, alcuni sindaci sono ora sotto processo. Nelle scuole la lingua ufficiale è quella turca. Si può scegliere di studiare l’inglese o il tedesco come lingua straniera, ma non il curdo. Quest’anno lo stand dei curdi a Francoforte è stato assalito da estremisti turchi per aver esposto la bandiera del Kurdistan e le emittenti curde in Europa sono minacciate di chiusura”. Un panorama desolante. Baykar Sivazliyan, autore del recente libro Ospiti silenziosi. I curdi in Italia, ha ricordato che “ormai un quarto di secolo fa l’Ateneo Veneto aveva organizzato a Venezia, insieme alla Fondazione Lelio Basso e alla Lega per i diritti e la liberazione dei popoli, un incontro analogo dedicato al genocidio armeno di cui oggi almeno si comincia a parlare anche in Turchia”. Una nazione moderna, coraggiosa dovrebbe affrontare alcune questioni come il fatto che “in Turchia non esistono solo turchi, quasi un terzo della popolazione è costituito da curdi”. Per la prima volta in Italia, Leyla Zana racconta che “quando ieri sera sono arrivata a Venezia era buio, ma oggi non riuscivo a staccare gli occhi dalle infinite bellezze della città”. In mattinata c’era stato l’incontro con il sindaco Massimo Cacciari e con l’assessora alla cultura Luana Zanella che ha paragonato la situazione dei curdi a quella del Tibet. Leyla Zana ha ringraziato soprattutto “Tiziana e Orsola per aver raccontato quello che sta subendo il mio popolo”.

    In Turchia per il vostro popolo la situazione resta difficile. Rifiuto da parte del governo di riconoscere l’identità curda e dura repressione. Ce ne può parlare?
    Penso che nessun popolo al mondo altrettanto numeroso come i curdi (circa 40 milioni nda)
    sia rimasto senza un proprio stato. Quando venne fondata la Repubblica di Turchia i parlamentari curdi eletti sono andati nel Parlamento, ma poco tempo dopo molti furono impiccati. Eppure Mustafa Kemal, Ataturk, aveva detto che era “la repubblica dei turchi e dei curdi”. Anche nel 1991 siamo stati eletti come curdi, 22 maschi e io, la prima donna eletta dal mio popolo a cui avevo promesso “sarò la vostra lingua”. Ho giurato in curdo, nella mia madre lingua e quasi tutti i parlamentari mi hanno attaccato. Io dicevo: perché non ascoltate le mie parole che parlano di pace? Loro sostenevano che dovevo parlare in turco, ma noi siamo nati curdi, abbiamo la nostra cultura, storia, lingua. Noi vogliamo convivere con voi, dicevo, ma voi dovete accettare la nostra identità. Ma per loro noi siamo “i turchi rimasti sulle montagne” e così ci hanno incarcerato per molti anni. Oggi, a causa della lotta di liberazione, riconoscono l’esistenza dei curdi, ma non i loro diritti. E tutto il mondo sembra ascoltare il governo turco quando dichiara che non sta violando i diritti umani. Ovviamente gli stati fanno i loro interessi e chiudono gli occhi sulla condizione dei curdi. Noi non siamo contro i rapporti economici, ma chi vende armi alla Turchia dovrebbe sapere che verranno usate contro i villaggi curdi. Molti curdi sono venuti in Europa, anche qui a Venezia. Però vorrei precisare che il mio popolo non è scappato per un pezzo di pane. Se avessero potuto continuare a vivere nella loro terra, a lavorare nella loro terra, i curdi non sarebbero venuti all’estero. Il Kurdistan non è ricco soltanto di petrolio e giacimenti minerari, ma anche di acqua, la principale fonte di vita. Se si avviasse un dialogo la ricchezza della nostra terra ci basterebbe per vivere.

    D. Vien da chiedersi come possano i curdi continuare a vivere in questa situazione…
    Vivono male infatti. Nel Nord Kurdistan più di 3500 villaggi sono stati evacuati. Molti curdi sono fuggiti in Europa, altri nelle metropoli turche. Soprattutto questi ultimi incontrano grandi difficoltà, il loro tasso di disoccupazione è altissimo. Nelle città turche i bambini curdi di sei-sette anni vendono fazzoletti e altri oggetti per la strada, mentre i loro coetanei vanno a scuola, fanno sport, imparano altre lingue. Molti bambini curdi figli di sfollati devono lottare per un pezzo di pane. Noi diciamo che “il peso della vita gli ha bloccato la schiena”. Nel mio caso, anche la mia famiglia è spezzata in quattro, come il mio popolo.

    D. Esiste qualche Stato disposto a riconoscere l’indipendenza del Kurdistan?
    Il Kurdistan è diviso in quattro stati, due arabi, uno persiano e uno turco che hanno stretto alleanze per non riconoscere uno stato curdo. Dopo la caduta di Saddam la repressione è aumentata sia in Iran (dove molti curdi sono stati impiccati) che in Siria, dove attualmente i curdi non hanno diritti. Ogni volta che i curdi, divisi dalle frontiere statali, riprendono a dialogare tra loro, gli stati intervengono attaccandoli, creando difficoltà. Da quando nel Kurdistan Sud (la parte “irachena”) esiste una certa autonomia, la Turchia attacca militarmente perché non accetta questa realtà. Nessun governo aiuta i curdi. Naturalmente noi non chiediamo aiuti agli stati; ci basterebbe che almeno non sostenessero quelli che ci bombardano. Ogni popolo ottiene la libertà con le proprie mani, ma l’amicizia tra i popoli può avvicinare questo momento.
    (Gianni Sartori – ottobre 2008)

    PS. Poco tempo dopo questa intervista, il 4 dicembre 2008, Leyla Zana veniva nuovamente condannata a dieci anni di carcere dalla corte di Diyarbakir. La sua “colpa”, aver espresso durante conferenze e manifestazioni, sostegno al PKK e al suo fondatore Ocalan. Per il momento la condanna è sospesa.

    ESECUZIONE DI RUE LA FAYETTE: FORSE UN “EFFETTO COLLATERALE” DEI MUTAMENTI IN ATTO NELLO SCACCHIERE MEDIORIENTALE?

    Questo intervento sul ruolo delle donne curde nella lotta per l’autodeterminazione risulterebbe monco se non ci occupassimo anche dei tragici eventi dell’anno scorso (9 gennaio 2013) a Parigi, nella sede del Centro d’informazione del Kurdistan in rue La Fayette.
    Non è forse del tutto casuale che l’assassinio delle tre militanti sia avvenuto in momento di significativi interventi francesi nello scacchiere mediorientale (in senso lato). Mentre l’esercito francese interveniva sia nel Mali che in Somalia, il presidente Hollande si preoccupava di portare in Francia alcune centinaia di interpreti afgani che in patria rischiavano di subire ritorsioni in quanto “collaborazionisti”.
    E anche gli omicidi di rue La Fayette proiettavano l’ombra dei conflitti medio-orientali nel cuore dell’Europa. In un primo momento la triplice esecuzione delle esponenti curde legate al PKK ha rischiato di far saltare le trattative tra il governo turco e il prigioniero politico Abdullah Ocalan, leader del Partito dei lavoratori curdi. Oltre al capo dei servizi segreti segreti Hakan Fidan, agli incontri avevano partecipato anche esponenti del Partito per la pace e la democrazia (BDP, talvolta considerato la “vetrina legale” del PKK). Particolare inquietante, l’uccisione di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez è avvenuta appena due giorni dopo le rivelazioni del giornale turco Radikal sull’esistenza di trattative per porre termine al conflitto iniziato nel 1984. In particolare Ocalan aveva richiesto ai combattenti un nuovo cessate-il-fuoco e ottenuto dai militanti curdi in carcere la sospensione dello sciopero della fame iniziato un mese prima. Tra le ipotesi inizialmente più accreditate, quella di un’azione dei “Lupi Grigi” (estrema destra nazionalista turca), in combutta con settori dell’esercito contrari alla soluzione politica. Questa sembrava essere l’opinione anche di Zubeyir Aydar che aveva definito il triplice omicidio “un attacco diretto contro i negoziati sull’isola di Imrali (dove Ocalan è rinchiuso dal 1999 nda)”. L’alto responsabile in Europa del PKK aveva quindi accusato “forze oscure legate allo Stato profondo turco”. Alcuni osservatori evocavano invece un possibile intervento dei servizi segreti siriani che avrebbero visto con favore la ripresa della guerriglia curda in quanto destabilizzante nei confronti della Turchia. Scontate le dichiarazioni di Erdogan e del vice-primo ministro Bulent Arinc. Per i due esponenti dell’AKP si trattava di “un regolamento di conti interno al PKK”. Una tesi non facilmente sostenibile pensando al ruolo delle tre militanti assassinate. Particolarmente amata dalla resistenza curda, Sakine Cansiz era stata una delle fondatrici del PKK e aveva trascorso molti anni in prigione dove aveva subito la tortura. Fidan Dogan, 32 anni, era la responsabile del Centro d’informazione del Kurdistan dove è avvenuto il massacro. La più giovane, Leyla Soylemez di 24 anni, dirigeva l’organizzazione giovanile. Tra le persone indagate, un giovane turco che da qualche tempo collaborava con il Centro di informazione del Kurdistan di Parigi.
    Gianni Sartori

    *Nel gennaio di quest’anno (2014) i sospetti si erano concentrati su Omer Guney. L’uomo potrebbe essere stato un esecutore di ordini provenienti dai servizi segreti turchi. Dal suo passaporto, rimasto a lungo nascosto nell’auto, è stato possibile scoprire che si era recato varie volte a Istanbul e Ankara, in particolare nel dicembre 2012, poco prima della triplice esecuzione. Dal suo telefono portatile si è potuto scoprire che l’8 gennaio 2013, il giorno prima degli omicidi, tra le 4,23 e le 5,33 del mattino, era entrato di nascosto nella sede dell’associazione curda a Villiers-le-Bel per fotografare 329 tessere di aderenti. Due giorni prima aveva ugualmente fotografato altri documenti non pubblici. Alcuni suoi amici, rintracciati in Germania da vari giornalisti, hanno dichiarato che quando Guney viveva in Germania (tra il 2003 e il 2011) era considerato “un turco di estrema destra, simpatizzante del partito nazionalista MHP, i Lupi Grigi”. La polizia francese sta ancora indagando sul gran numero di telefonate verso numeri definiti “atipici, tecnici la cui funzione o origine non può essere individuata”. Anche i documenti pubblicati recentemente dalla stampa turca di sinistra, sembrano confermare che Omer Guney agiva su ordine del MIT, i servizi segreti turchi. In una registrazione pubblicata in Internet si sente una persona, presentata come Omer Guney, spiegare dettagliatamente il suo piano per eliminare Sakine Cansiz. Nella conversazione si parla poi di altri possibili bersagli curdi, in particolare di Nedim Seven. Mentre la polizia francese sta ancora indagando per identificare la voce in questione, per le associazioni curde e per le persone che lo hanno conosciuto non ci sarebbero dubbi. Quella è la voce di Guney, riconoscibile per alcuni caratteristici tic linguistici. Convinto che quello di rue La Fayette sia “un assassinio ordinato dalla Turchia” anche Gulten Kisanak, co-presidente del Partito per la Pace e la democrazia. Incarcerato a Fresnes, Omer Guney continua a proclamare la sua innocenza. Non ha però saputo nemmeno spiegare perché lui, un turco, si spacciasse per rifugiato curdo da quando era arrivato in Francia.
    Il quotidiano “Sol Gazete” ha invece pubblicato un documento, definito “un rapporto del MIT” e datato 18 novembre 2012, dove si parla di un finanziamento di 6mila euro per una “fonte” allo scopo di “procurarsi l’equipaggiamento necessario per il lavoro da compiere” e di ulteriori istruzioni per “passare alla fase finale”.
    Se i sospetti dovessero essere confermate saremmo di fronte all’ennesimo omicidio di Stato (gs)

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