caso Uva

Varese, agenti in tribunale per la morte di Uva. Ci sono voluti 6 anni

Sei anni e mezzo dopo la morte di Giu­seppe Uva, per la prima volta i due cara­bi­nieri e i sei poli­ziotti che lo arre­sta­rono e lo por­ta­rono nella caserma di via Saffi, var­cano le soglie dell’aula bun­ker del tri­bu­nale di Varese

Mario Di Vito, il manifesto redazione • 21/10/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina • 1125 Viste

Impu­tati, in aula. Sei anni e mezzo dopo la morte di Giu­seppe Uva, per la prima volta i due cara­bi­nieri e i sei poli­ziotti che lo arre­sta­rono e lo por­ta­rono nella caserma di via Saffi, var­cano le soglie dell’aula bun­ker del tri­bu­nale di Varese. Con­tro di loro le accuse sono pesan­tis­sime: omi­ci­dio pre­te­rin­ten­zio­nale, abuso di potere, arre­sto ille­gale e abban­dono d’incapace. Una vit­to­ria già così, visti i sei anni di fati­che dolo­ro­sis­sime patite dalla sorella della vit­tima, Lucia Uva, che in più occa­sioni si è scon­trata con i pro­cu­ra­tori Ago­stino Abate e Sara Arduini, che hanno messo sotto inchie­sta tutti (medici, gior­na­li­sti, la stessa Lucia) ma mai hanno voluto sfio­rare gli uomini in divisa: per loro ave­vano chie­sto due volte l’archiviazione, tro­vando sem­pre l’opposizione del gip di turno. Anche il pm che arrivò in loro sosti­tu­zione, Felice Isnardi, con­cluse che Giu­seppe non era stato pestato, ma, anche in que­sto caso, alla fine il gup Ste­fano Sala decise per il dibat­ti­mento in aula.

La gior­nata a Varese è comin­ciata con l’ammissione delle tele­ca­mere di Rai­tre e dei micro­foni di Radio Radi­cale, che potranno tra­smet­tere il pro­cesso in dif­fe­rita. La Corte d’Assise di Varese, pre­sie­duta dal giu­dice Vito Piglio­nica, ha anche ammesso i parenti di Uva come parti civili, esclu­dendo però l’associazione A Buon Diritto del sena­tore Luigi Man­coni. L’avvocato degli agenti (non­ché con­si­gliere regio­nale eletto con il Pdl) Luca Mar­sico ha cer­cato di opporsi a entrambe le istanze, par­lando aper­ta­mente di «pro­cesso media­tico» e cer­cando di met­tere subito sotto accusa lo stile di vita di Giu­seppe Uva.
Tutto era comin­ciato con una bra­vata, la notte del 14 giu­gno 2008, Giu­seppe e il suo amico Alberto Big­gio­gero, ubria­chi, sta­vano spo­stando una tran­senna in mezzo alla strada. Arrivò una pat­tu­glia, un agente disse: «Uva, pro­prio te cer­ca­vamo». Poi l’arresto, le ore in caserma tra urla e — secondo l’accusa — sevi­zie, il Tso, il rico­vero in ospe­dale e la morte.

Adesso sarà un pro­cesso a sta­bi­lire cosa suc­cesse quella notte. L’aspettativa è grande: tra il pub­blico si sono visti i ragazzi di Acad (Asso­cia­zione con­tro gli abusi in divisa), Dome­nica Fer­rulli (figlia di Michele, morto durante l’arresto, a Milano, nel 2011), Paolo Sca­roni (il tifoso del Bre­scia pic­chiato bru­tal­mente dalla celere dopo la par­tita, a Verona, nel 2005), oltre a Big­gio­gero: tutti lì a soste­nere Lucia Uva e la sua bat­ta­glia. C’era anche Gianni Tonelli, lea­der del Sap, a testi­mo­niare la soli­da­rietà sua e del sin­da­cato di poli­zia ai col­le­ghi finiti alla sbarra. Un copione che si ripete sem­pre uguale: furono pro­prio i mili­tanti del Sap a tri­bu­tare cin­que minuti con stan­ding ova­tion agli agenti con­dan­nati per l’omicidio Aldro­vandi, durante l’ultimo con­gresso, lo scorso aprile.

«La sua pre­senza non ci disturba – ha detto l’avvocato di Lucia, Fabio Ambro­setti — l’udienza è pub­blica, chiun­que può venire a vedere». La gior­nata, ad ogni modo, è stata buona: «A noi baste­rebbe una con­danna in primo grado per poter dimo­strare che quella notte ci furono vio­lenze. La Corte ci ha dato l’idea di voler fare in fretta». I primi testi­moni saranno sen­titi il pros­simo 14 novem­bre, a parte l’omicidio pre­te­rin­ten­zio­nale, tutti i reati con­te­stati agli agenti andranno in pre­scri­zione il 15 dicem­bre del 2015: c’è tempo per fare un pro­cesso, ma non per supe­rare tutti e tre i gradi di giudizio.

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