Il virus mutante della condivisione

Il virus mutante della condivisione

Imakers hanno con­qui­stato il cen­tro della scena. Ne scri­vono i media di mezzo mondo. Hanno appun­ta­menti in tre con­ti­nenti – Stati Uniti, Europa e Africa — che vedono la par­te­ci­pa­zione di decine di migliaia di espo­si­tori e altret­tanti visi­ta­tori. Pos­sono con­tare su decine di blog, alcuni dei quali hanno milioni di con­tatti, come Boing Boing, scrit­tori e guru della Rete come il cana­dese Cory Doc­to­row (autore di un romanzo, Makers, con­si­de­rato una sorta di bib­bia di que­sta post­mo­derna cul­tura del fare), ana­li­sti di suc­cesso delle ten­denze emer­genti nella comu­ni­ca­zione on line (Chris Ander­son), opi­nion makers spre­giu­di­cati come Jeremy Rif­kin, non­ché stu­diosi di peso come Yoa­chai Ben­kler (il giu­ri­sta sta­tu­ni­tense che pro­pone la pro­vo­ca­to­ria tesi di un capi­ta­li­smo senza pro­prietà pri­vata) e Michel Bau­wens (l’agit-prop dell’economia della condivisione).

Dun­que sono un feno­meno sociale e «con­tro­cul­tu­rale» niente affatto effi­mero, anche se alcune tema­ti­che dei makers – le stam­panti 3D — sono state ridotte a chiac­chiere da bar da nostrani espo­nenti poli­tici, Beppe Grillo e Gian­ro­berto Casa­leg­gio, che fanno la loro for­tuna eco­no­mica con l’antipolitica. E nep­pure una realtà che sarebbe fin troppo facile liqui­dare come rap­pre­sen­ta­zione dell’«individuo pro­prie­ta­rio», la figura chiave della con­tro­ri­vo­lu­zione neo­li­be­ri­sta, anche se molti makers hanno indi­cato nel loro «fai da te» una pos­si­bile solu­zione impren­di­to­riale alla disoc­cu­pa­zione di massa che coin­volge ormai anche inge­gneri, infor­ma­tici, fisici. E qui è la prima carat­te­ri­stica dei makers: sono uomini, la mag­gio­ranza, e donne con una for­ma­zione uni­ver­si­ta­ria di buon livello. Spesso hanno con­se­guito una lau­rea nelle uni­ver­sità «eccel­lenti» dei rispet­tivi paesi. Ad esem­pio il plu­ri­ce­le­brato Mas­sa­chus­sets Insti­tute of Tech­no­logy ha uno «spa­zio» dove i makers che fre­quen­tano i corsi del polo uni­ver­si­ta­rio di Boston pos­sono incon­trarsi e con­di­vi­dere i loro pro­getti. Una scelta, quella del Mit, che sta diven­tando una con­sue­tu­dine nelle uni­ver­sità inglesi, tede­sche. Sta di fatto, tut­ta­via, che l’ambivalenza del feno­meno rende dif­fi­cile liqui­darlo, appunto, come inno­va­tiva rispo­sta neo­li­be­ri­sta alla crisi eco­no­mica o iscri­verlo d’autorità in quel movi­mento dei com­mons che nel vec­chio con­ti­nente è fre­quen­te­mente con­si­de­rato come l’erede della tra­di­zione muni­ci­pa­li­sta del movi­mento operaio.

Più che nel movi­mento ope­raio, la radice cul­tu­rale dei makers andrebbe sem­mai cer­cata nell’attitudine hac­ker della con­di­vi­sione, unita alla neces­sità di aprire la «sca­tola nera» di un manu­fatto per capire come fun­ziona, come repli­carlo e soprat­tutto come inno­varlo con costi ridotti e la par­te­ci­pa­zione diretta di chi lo usa. Allo stesso tempo, al pari di molti sma­net­toni del com­pu­ter, i makers con­si­de­rano i diritti sulla pro­prietà intel­let­tuale un limite al miglio­ra­mento dei pro­dotti, non­ché un osta­colo alla pro­du­zione di dispo­si­tivi tec­no­lo­gici che con­su­mino poco ener­gia per fun­zio­nare e che siano com­pa­ti­bile con l’ambiente, pun­tando spesso al rici­clo di mac­chine e tec­no­lo­gia dismessa. Da que­sto punto di vista, i makers sono l’ultima, solo in ordine di tempo, muta­zione del virus della con­di­vi­sione, che ha inve­stito ini­zial­mente la com­pu­ter science per poi pro­pa­garsi tra i bio­logi, l’editoria scien­ti­fica e, infine, ha con­ta­giato anche le scienze, la fisica, l’ingegneria, la chi­mica. Ogni volta, l’attitudine alla con­di­vi­sione veniva model­lata dai con­te­sti che la face­vano pro­pria. E se per la bio­lo­gia signi­fi­cava la «pub­bli­cità» dei risul­tati della map­pa­tura del genoma umano o sulle bio­tec­no­lo­gie, per l’open sciencel’imperativo era vei­co­lare i con­te­nuti delle pub­bli­ca­zioni scien­ti­fi­che al di fuori delle norme domi­nanti della pro­prietà intellettuale.

Sia ben chiaro, i makers fanno ampia­mente uso della pro­get­ta­zione assi­stita dal com­pu­ter, a patto però che il soft­ware sia free o open source. L’esito sono pic­coli robot o droni che svol­gono alcune ope­ra­zioni: la loro par­ti­co­la­rità è che pos­sono essere repli­cati e migliorati.

Al di là della facile iro­nia che para­gona que­sto tipo di svi­luppo di manu­fatti agli hobby dei bei tempi andati, l’ipotesi che il «do it your­self» possa diven­tare un set­tore eco­no­mico è una pro­ba­bi­lità presa invece sul serio non solo da gior­na­li­sti alla ricerca di una qual­che start up di suc­cesso da rac­con­tare, ma anche da ana­li­sti che riflet­tono da diversi anni sulla cosid­detta «Inter­net delle cose»: ogni diversa acce­zione di que­sta espres­sione ha lo stesso noc­ciolo duro. Al pari della Rete, viene soste­nuto che ormai la pro­du­zione di un bene ha un costo che tende pro­gres­si­va­mente allo zero, dati la ridu­zione del prezzo delle mate­rie prime, del lavoro e della cir­co­la­zione. In un grande puzzle imma­gi­ni­fico viene pre­sen­tata la pos­si­bi­lità di rici­clare i metalli, la pla­stica, così come viene dato per scon­tato che anche le mac­chine uten­sili potranno, in un pros­simo futuro, essere costruite attra­verso da reti sociali e pro­dut­tive di makers. Allo stesso tempole stam­panti 3d potranno con­sen­tire lo svi­luppo delle com­po­nenti neces­sa­rie allo svi­luppo di una auto­mo­bile, una lava­trice, un frigo assem­blate suc­ces­si­va­mente. E se per molti aspetti l’«Internet delle cose» ha la stessa sen­sua­lità e onni­po­tenza dell’idea del tele­tra­sporto come rispo­sta al desi­de­rio di mobi­lità, die­tro que­sta rap­pre­sen­ta­zione delle pos­si­bi­lità offerte dal poten­ziale svi­luppo della tec­no­lo­gia, emerge con forza l’idea che, accanto alla pro­du­zione capi­ta­li­stica delle merci, possa emerge un set­tore pro­dut­tivo basato su una logica post­ca­pi­ta­li­stica incar­di­nata sulla con­di­vi­sione delle cono­scenze tecnico-scientifiche, la reci­pro­cità e «cul­tura del dono». Dmy­tri Klei­ner, autore di un «mani­fe­sto tele­co­mu­ni­sta» (ombre corte edi­zioni) guarda a que­ste reti come l’emergere di un set­tore eco­no­mico che, al pari di un virus, si dif­fonde e riem­pie i vuoti lasciati dalle delo­ca­liz­za­zioni delle imprese mul­ti­na­zio­nali, rias­sor­bendo così la forza-lavoro espulsa dal pro­cesso lavo­ra­tivo in un dina­mico equi­li­brio tra lavoro ad alta spe­cia­liz­za­zione e banal­mente ese­cu­tivo, con la capa­cità di svi­lup­pare anche ine­dite forme di cre­dito e di finan­zia­mento alla ricerca e sviluppo.

Molte sono le obie­zioni alla tema­tica dell’«Internet delle cose» sia nella sua variante com­pa­ti­bile con l’economia capi­ta­li­stica che nella ver­sione liber­ta­ria di Dmy­tri Klei­ner. La più sem­plice è la repe­ri­bi­lità delle mate­rie prime e la pro­du­zione di ener­gia neces­sa­ria per dar vita a tanti ate­lier pro­dut­tivi dis­se­mi­nati nel ter­ri­to­rio. Ma que­ste sono obie­zioni che pos­sono essere lasciati ai cul­tori dell’oggettività della «tri­ste scienza», cioè l’economia. Più inte­res­sante è guar­dare con disin­canto al rap­porto tra il varie­gato mondo dei makers e la pro­du­zione di merci.

makers pro­du­cono infatti inno­va­zione. Poco inte­ressa se è un’innovazione «incre­men­tale» o meno. Quel che conta per le imprese «nor­mali» è acce­dere ad essa. Da que­sto punto di vista, il com­pa­gno di viag­gio dei makers è il capi­tale di rischio che è dispo­sto a finan­ziare start up al fine di «appro­priarsi» per via indi­retta dell’innovazione pro­dotta da un gruppo di maker. Se non sé molto lon­tano dalla realtà se si con­si­de­rano i makers come un «fuori» non capi­ta­li­stico ali­men­tato pro­prio per creare le con­di­zioni di un ciclo con­ti­nuo di inno­va­zione che le imprese capi­ta­li­sti­che non sem­pre rie­scono ad avere. E come accade in altri set­tori pro­dut­tivi, si rico­strui­sce dun­que quel dispo­si­tivo costi­tuito da finanza, coo­pe­ra­zione sociale e for­ma­zione che è una delle basi del «capi­ta­li­smo estrat­tivo» effi­ca­ce­mente descritto da David Har­vey ne L’enigma del capi­tale e nel Limite del capi­tale. L’espropriazione pri­vata dell’innovazione non è però un fatto natu­ra­li­stico, né si limita ad appro­priarsi del pro­dotto finito, ma coin­volge il pro­cesso pro­dut­tivo dell’innovazione. I makers sono cioè l’esito di una disoc­cu­pa­zione di massa e di quella guerra a bassa inten­sità con­tro la mate­ria gri­gia. In altri ter­mini sono labo­ra­tori nei quali si spe­ri­menta una radi­cale dere­go­la­men­ta­zione del mer­cato del lavoro e dove il savoir faire sono pro­pe­deu­tici pro­prio alla pro­du­zione dell’«imprenditore di se stesso». Se per quanto riguarda l’innovazione, il maker è sem­pre in una con­di­zione di assog­get­ta­mento alla rete pro­dut­tiva, nella defi­ni­zione del pro­filo lavo­ra­tivo può essere messa in campo tutta la gamma di lavoro pre­ca­rio che tanto nel vec­chio con­ti­nente che al di là dell’Atlantico è suben­trata alla crisi della «società salariale».

L’universo polie­drico e poli­morfo dei makers sono dun­que sul cri­nale di una presa di con­gedo dall’impresa e una «cat­tura» capi­ta­li­stica delle loro inno­va­zioni. Sono cioè espres­sione del com­mon rap­pre­sen­tato dalla cono­scenza tecnico-scientifica che è l’oggetto del desi­de­rio in un’era di crisi eco­no­mica. E se il soft­ware, l’open source è diven­tato la leva per fare decol­lare il web 2.0, il movi­mento dei makers può rap­pre­sen­tare l’attivazione di un cir­colo vir­tuoso che garan­ti­sce l’innovazione, ridu­zione dei costi di pro­du­zione e radi­cale dere­go­la­men­ta­zione del mer­cato del lavoro. Un’insidia e un peri­colo che non pos­sono certo essere evi­tati invo­cando una com­ple­men­ta­rietà tra imprese capi­ta­li­stica e l’attività dei makers. Più pro­sai­ca­mente baste­rebbe che i makers si pre­sen­tas­sero come un’impresa poli­tica, che non ha timori di fare i conti con le pro­prie ambi­va­lenze e con il capi­ta­li­smo estrat­tivo che così tanto li blandisce.



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