Vivere senza petrolio

Timori sull’effetto serra, maggiore efficienza delle fonti alternative, alti costi di estrazione Nel mondo dell’energia il vento sta cambiando E c’è chi volta le spalle a “Big Oil”: dalle banche ai consumatori, fino ai mattoncini della Lego

MAURIZIO RICCI, la Repubblica redazione • 10/10/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 759 Viste

PRESTO, l’Europa non avrà più centrali elettriche. «Magari, non tutte quelle che ci sono oggi saranno scomparse fra 10 anni — precisano ad una delle più grandi banche globali, la svizzera Ubs — ma scommettiamo che non saranno sostituite ». E, forse, non ci saranno più, o saranno molti di meno, i distributori di benzina. Il mondo dell’energia, come lo conosciamo, sta galleggiando su un gigantesco sommovimento. Avvertirlo oggi, nel tripudio per il boom dei nuovi metodi di trivellazione di shale oil o shale gas, non è facile. Ma i progressi della tecnologia che, da un lato, esaltano il futuro di gas e petrolio, dall’altro promettono di affondarlo. E l’inesorabile ticchettio dell’effetto serra rischia di oscurarlo in un colpo. Gente dal naso fino avverte il cambio del vento. Gli analisti delle grandi banche — da Ubs a Barclays, da Citigroup a Hsbc, fino ai cervelloni della consulenza McKinsey — ma anche i superesperti internazionali della Iea (Ocse), i grandi investitori alla Rockefeller, fino ai grandi consumatori, tipo il gigante dei supermercati Walmart, sodali e amici da sempre di Big Oil, ora ostentano freddezza, si tirano indietro: i Rockefeller non investono più nel petrolio, Walmart annuncia il passaggio dei suoi supermercati al 100 per cento di solare. Persino la Lego abbandona la nave e rinuncia alla storica presenza (dagli anni ’60) sui “mattoncini” del logo della Shell per aderire a una campagna di Greenpeace contro le trivellazioni nell’Artico.
L’incubo, per i grandi dell’energia, comincia con i negoziati per il clima. Nelle stanze in cui si svolgono le interminabili trattative sulla lotta all’effetto serra, c’è, infatti, un elefante che, finora, Big Oil è riuscito a tenere nascosto, ma che non può restare invisibile per sempre. Se, infatti, la temperatura media del pianeta non deve salire più di 2 gradi entro il 2050, pena catastrofe, come tutti dicono, bisogna ridurre le emissioni di CO2 , ma, per ridurre le emissioni, i tre quarti delle riserve di petrolio che oggi ci sono sottoterra, devono restarci. Gli scienziati dell’Ipcc, nell’ultimo rapporto Onu, sono chiari: se quelle riserve vengono estratte e bruciate, nelle auto o nelle centrali, il mondo è destinato a friggere. I soliti scienziati visionari, creduloni, malati di ecologismo? Niente affatto. Gli esperti della Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, filiazione dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati, cioè tecnici che vivono quotidianamente gomito a gomito con gli uomini di Big Oil, arrivano a conclusioni poco diverse: per centrare l’obiettivo dei 2 gradi, bisogna rinunciare ad usare almeno il 66 per cento delle riserve di petrolio, carbone, metano. Gli analisti che hanno fatto di conto dicono che sono 28 mila miliardi di dollari di patrimonio che svaniscono. Quasi 20 mila solo per il petrolio. Finanziariamente, una catastrofe che, nei quartier generali dei grandi del petrolio, conta assai di più del riscaldamento del Pianeta.
Infatti, Exxon e Shell, ad esempio, hanno già detto ai loro azionisti che questa storia dei 2 gradi è fin troppo pompata e, comunque, il mondo di petrolio non può fare a meno. E hanno prodotto i loro numeri. Secondo la Exxon, nel 2040 la domanda di energia sarà soddisfatta per il 75 per cento da gas, petrolio e carbone, con le rinnovabili confinate al 5 per cento. Per la Shell, i combustibili fossili forniranno il 66 per cento dell’energia. Presto, dunque, bisognerà scegliere fra i numeri di Big Oil e quelli degli scienziati. Ci avviamo ad uno scontro epocale fra capitalismo ed ecologia. In qualche modo, peraltro, lo scontro è già in corso. Le grandi compagnie petrolifere hanno avuto l’occasione di salire sul treno delle rinnovabili, ma se ne sono tenute lontane o l’hanno abbandonato in fretta. Al contrario, nel mondo, fra il 2000 e il 2008, l’investimento in combustibili fossili, nonostante le polemiche, è raddoppiato e, nel 2013, ha sfiorato i mille miliardi di dollari. Con risultati, peraltro, scarsi. Nonostante il boom del fracking e dello shale, i costi sono triplicati, ma la produzione complessiva è salita solo del 14 per cento. Nella disperata ricerca di riserve che, forse, domani si riveleranno inutilizzabili, le compagnie accettano di far produrre pozzi che, per rientrare della spesa, pretendono prezzi del greggio sempre più alti. Ormai, non meno di 80 dollari a barile di costo alla produzione e, spesso, fino a 120.
Rischia di rivelarsi un vicolo cieco. Nonostante le sanzioni alla Russia e la guerra in Medio Oriente, per la prima volta da due anni il greggio è stabilmente sotto i 100 dollari a barile. Ieri, poco sopra quota 90. Colpa della crisi e della recessione, ma non solo. I tecnici della Iea prevedono che, ancora per qualche anno, la domanda di petrolio continuerà ad aumentare, ma perderà velocità prima del 2020. Si aspettano una svolta: «La crescita della domanda — hanno scritto questa estate in un rapporto — può iniziare a rallentare, per il combinarsi di alti prezzi del greggio, preoccupazioni ambientali e combustibili alternativi meno cari e più puliti, che risulteranno in una rinuncia al petrolio e in risparmi complessivi di combustibile». Niente picco della produzione e neanche picco della domanda di petrolio, precisano prudentemente, ma picco nella crescita della domanda sì. In termini più espliciti, i grandi del petrolio hanno il fiato corto. Non l’accetteranno con un sorriso. Ma, per fare un esempio, se il mondo vuole rispettare il limite dei 2 gradi, nei prossimi cinque anni deve mettere per strada tre milioni di auto elettriche. Nei corridoi dei ministeri che decidono la politica dell’energia, a cominciare dagli incentivi, la partita sarà senza esclusione di colpi.
I grandi dell’energia rischiano di vincere qualche battaglia, ma di perdere, alla fine, la guerra. Perché, se i progressi della tecnologia hanno dato loro il fracking, stanno anche facendo volare le rinnovabili. Smentendo Exxon e Shell, la Iea calcola che, già fra quattro anni, le rinnovabili (compreso l’idroelettrico) saranno il 25 per cento della produzione globale di energia, superando l’ex grande promessa di ieri, il nucleare, ma anche il gas. A tirare la volata è soprattutto la crescita esponenziale del solare, in particolare quello dei pannelli che ogni famiglia può mettersi sul tetto. Il costo sta crollando, i risultati sono sempre migliori. La Iea stima che, nel 2050, il 25 per cento dell’elettricità sarà prodotta dal sole. Sembra ancora poco? Non per i bilanci aziendali. Spiegano gli esperti di McKinsey che, in un mercato dell’energia competitivo, in cui i prezzi non si possono manipolare, gli incassi delle compagnie crescono soprattutto grazie ai nuovi contratti. E, qui, le percentuali minuscole del solare sul totale dei consumi, diventano, già oggi, impressionanti, anche nel cuore dell’America ecoscettica: fino al 50 per cento dei nuovi consumi. In posti come Florida e Colorado, le aziende tradizionali devono prepararsi a perdere il 10 per cento degli utenti nel giro di pochi anni. Quanto basta per metterle in ginocchio.

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