«Basta donne pagate di meno» L’offensiva di Obama sulla parità

«Basta donne pagate di meno» L’offensiva di Obama sulla parità

 NEW YORK «Se le donne hanno successo nel mondo del lavoro e vengono retribuite in modo equo, è tutta la società americana ad avvantaggiarsene». A due giorni dal voto di Midterm, Barack Obama sceglie di dedicare il suo messaggio settimanale e uno degli ultimi discorsi elettorali — un comizio in Rhode Island a sostegno di Gina Raimondo, candidata democratica al governatorato — alle donne: il segmento dell’elettorato nel quale il suo partito è più forte. E lo fa puntando non su diritti e libertà della componente femminile della società, ma sulle questioni economiche: parità retributiva, asili-nido per i figli di tutte le lavoratrici, periodi di gravidanza retribuiti.
Insomma, quello che in molti Paesi europei è la regola, ma che viene ancora negato a molti americani. Un messaggio in larga misura condivisibile, ma di impatto limitato se a pronunciarlo è un presidente che governa il Paese da sei anni. Obama, ovviamente, insiste sull’opposizione repubblicana che, bloccando tutti gli interventi sociali e a favore dei ceti deboli, ha paralizzato il Congresso e legato le mani alla Casa Bianca. Questa offensiva è l’ultimo tentativo di evitare la «sconfitta annunciata» dei democratici o, quantomeno, di ridurne la portata. Persa in ogni caso la Camera, il partito del presidente si sta concentrando su due obiettivi: cercare di evitare di diventare minoranza anche al Senato e impedire che quella alla «House of Representatives» sia una débâcle di dimensioni talmente ampie da rendere pressoché impossibile un recupero nel 2016 (alla Camera i repubblicani oggi controllano 242 dei 435 seggi, mentre al Senato i democratici hanno 53 voti su 100). I sondaggi (non sempre accurati e attendibili, a livello locale) sono tutti a favore dei repubblicani, dati in vantaggio anche in diversi seggi senatoriali cruciali. A differenza di quattro anni fa, però, stavolta c’è una netta differenza non solo tra bianchi (in maggioranza conservatori) e minoranze nere e ispaniche schierate, invece, col partito di Obama, ma anche tra uomini, che votano in maggioranza repubblicano, e donne che, invece, preferiscono i democratici, spesso anche con margini consistenti: fino a una decina di punti. Negli ultimi giorni da alcuni sondaggi è emerso che i repubblicani stanno recuperando terreno anche tra le donne in alcuni Stati-chiave per la conquista del Senato come Kentucky e Louisiana. Gli strateghi della campagna democratica pensano che a provocare questa emorragia sia stata l’eccessiva concentrazione sui diritti nella sfera etico-sociale — aborto, controllo delle nascite, unioni gay — a scapito delle questioni economiche.
Ecco perché Obama l’ultima offensiva la lancia proprio su questo terreno: cerca di galvanizzare l’elettorato femminile che va convinto ad andare a votare in un martedì feriale. E nel farlo trova l’occasione di rivendicare i risultati della sua Amministrazione: «Abbiamo creato 10,2 milioni di posti di lavoro in 55 mesi, la disoccupazione è scesa sotto il 6% e negli ultimi sei mesi la crescita è stata la più rapida dal 2003 a oggi». Ricostruzione un po’ enfatica (da aprile in poi l’economia è rimbalzata anche per compensare un primo trimestre di recessione provocata da un inverno eccezionalmente rigido), ma i dati della ripresa economica sono la cosa migliore che Obama può offrire agli elettori. Che, però, appaiono depressi e insoddisfatti perché nella distribuzione della nuova ricchezza i benefici vanno ai ceti professionali e creativi mentre la classe media e il proletariato, tradizionali serbatoi democratici, continuano a soffrire.
Massimo Gaggi


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