La battaglia di Kobane, negli occhi dei kurdi

Ogni volta che si sente il rim­bombo di un’esplosione, la gente si ferma e guarda verso Kobane. Qual­che istante di silen­zio e poi rico­min­ciano a par­lare. A Mür­sit­pi­nar, vil­lag­gio a un solo chi­lo­me­tro da Kobane, ogni giorno si ritro­vano fami­glie intere a osser­vare quanto suc­cede di là dalla frontiera.

Ci sono kurdi rifu­giati dalla città asse­diata, ma anche kurdi tur­chi, che arri­vano da Diyar­ba­kir, Urfa e le comu­nità a sud. Alcuni fanno da vedetta sul tetto della pic­cola moschea, tra­sfor­mata in cucina e luogo di riposo. Altri sono seduti a terra. La città si vede benis­simo: le case addos­sate alla col­lina, il fumo che non cessa mai.

I bam­bini gio­cano, alcuni rac­col­gono dei pro­iet­tili e ce li mostrano. «Veniamo qui tutti i giorni per con­trol­lare la nostra città — ci dice una donna gio­vane con un bam­bino tra le brac­cia — Veniamo qui ogni giorno da 40 giorni. Con­trol­liamo l’esercito turco. Vedi lì su quella pic­cola col­lina? Quella è una posta­zione mili­tare turca. Veri­fi­chiamo che non bloc­chino gli aiuti o i feriti che arri­vano da Kobane. Quando pos­siamo, tele­fo­niamo a chi è ancora den­tro, ci sono ancora molti civili, non saprei dire quanti. Ognuno qui sa dei pro­pri familiari».

Ora le bombe della coa­li­zione cadono anche sugli alleati dello Stato Isla­mico: ieri notte i jet sta­tu­ni­tensi hanno col­pito una posta­zione e un vei­colo del Fronte al-Nusra nella pro­vin­cia di Idlib, nord ovest della Siria. Al-Nusra, dopo aver abban­do­nato Al-Qaeda e aver sti­pu­lato con al-Baghdadi un patto di non aggres­sione, ha lan­ciato una seria offen­siva con­tro le oppo­si­zioni mode­rate al regime di Assad, con­qui­stando vil­laggi e città intorno a Idlib, stra­te­gica per la sua posi­zione, a metà tra Aleppo e la costa mediterranea.

Dopo l’annuncio dato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, anche Washing­ton ha con­fer­mato l’ampliamento dell’operazione: l’avanzata di al-Nusra sta garan­tendo all’Isis mag­giore spa­zio di mano­vra nelle zone a sud di quelle già con­trol­late, da Aleppo alla roc­ca­forte Raqqa. E gli garan­ti­sce mag­giore forza mili­tare: dopo aver strap­pato all’Esercito Libero Siriano e al Fronte Rivo­lu­zio­na­rio le comu­nità vicino Idlib, i qae­di­sti si sono impos­ses­sati di ingenti quan­ti­ta­tivi di armi inviati dagli Stati Uniti alle oppo­si­zioni mode­rate. Nel frat­tempo Tehe­ran sta lavo­rando all’unificazione delle varie mili­zie sciite afgane e ira­chene che com­bat­tono oggi in Siria a favore del pre­si­dente Assad.

L’obiettivo è la crea­zione di un’unica orga­niz­za­zione che operi come «eser­cito paral­lelo» a quello di Dama­sco e orga­niz­zato sul modello di Hez­bol­lah: «Il gruppo ope­rerà come Hez­bol­lah in Libano — ha detto alla stampa una fonte interna al governo ira­niano — e gra­dual­mente reclu­terà anche siriani». L’asse sciita gui­data da Tehe­ran non molla la presa, nono­stante le poli­ti­che messe in piedi dai nemici turco e saudita.

E tra i rifu­giati di Kobane la rab­bia verso Ankara è forte. Sot­to­voce, c’è chi parla di un cor­ri­doio uffi­cioso da cui si rie­sce a fare entrare qual­cosa, qual­che aiuto, forse qual­che arma o com­bat­tente. Dipende dai giorni, ci dicono, spesso non si può per­ché l’esercito pre­si­dia 24 ore su 24. Altre volte, poche, si rie­sce: di notte, senza essere visti, si corre e si corre per quelle poche cen­ti­naia di metri che divi­dono Kobane dal con­fine e, se si sen­tono gli spari, è meglio con­ti­nuare a cor­rere. Il soste­gno lo rice­vono solo dalle comu­nità del Kur­di­stan turco e dai par­titi Hdp e Bdp. In pochi giorni, all’inizio dell’assedio, sono entrati in Tur­chia quasi 190mila rifu­giati siriani. Di que­sti 120mila sono stati accolti dal Comune di Urfa, il resto – oltre 60mila – dalle altre comu­nità a sud. A Suruc ci sono due campi pro­fu­ghi, ribat­tez­zati Kobane e Rojava. Per la strada, vicino ai campi, si vedono camio­nette della poli­zia turca e jeep dell’esercito. Un solo camion­cino bianco delle Nazioni Unite.

«Da giorni stiamo nego­ziando con le Nazioni Unite — dice al mani­fe­sto una fun­zio­na­ria comu­nale, Fele­k­naz Uca — Hanno accet­tato di distri­buire pac­chi di cibo per due mesi a 120mila rifu­giati. Finora non abbiamo rice­vuto molto aiuto: l’Onu fa tanta pro­pa­ganda ma con noi non parla. A volte dob­biamo incon­trarli al con­fine, in auto. Dovreb­bero occu­parsi loro di una simile emer­genza uma­ni­ta­ria». I due campi nati a Suruc sono gestiti diret­ta­mente dal Comune, che ha pavi­men­tato il ter­reno per pro­teg­gere dal freddo le fami­glie, mon­tato 500 tende per ogni campo e costruito una decina di bagni. For­ni­sce cibo, coperte e vestiti.

Ma l’inverno fa paura. È già freddo, la sera la tem­pe­ra­tura scende fino a 3 gradi. Le file di tende ordi­nate, ognuna con il suo numero scritto sopra, si aprono di fronte appena var­cato l’ingresso lungo la strada. Siamo nel campo pro­fu­ghi Kobane. Appena den­tro, a destra c’è la scuola, una tenda molto più grande delle altre, dove i bam­bini stanno facendo lezione: «Abbiamo aperto la scuola due giorni fa – ci dice Bilal, inse­gnante di kurdo di Kobane che ogni inse­gna nel campo – È par­tito tutto da noi, abbiamo preso da soli l’iniziativa di aprire la scuola, per non lasciare i bam­bini a non fare niente tutto il giorno». Per le strette vie che divi­dono le tende sono tanti i bam­bini che cor­rono e gio­cano. Vogliono essere foto­gra­fati men­tre fanno con le dita il segno V, il sim­bolo delle Ypg.

Le donne lavano i vestiti nei catini, gli uomini tra­spor­tano l’acqua. «La vita non è così male qui, le con­di­zioni sono buone — dice Gazal Aji, gio­vane mamma di quat­tro figli — Le tende sono pic­cole, ma riu­sciamo a viverci. In ogni tenda sta una fami­glia. I bagni sono in comune, sono dieci, non sono molti ma riu­sciamo a gestirci. Il pro­blema è l’inverno, sta arri­vando e sarà molto freddo. Come faremo a restare qua?».

Non tutte le fami­glie sono qui riu­nite: molti hanno parenti ancora a Kobane. Il padre di Gazal è bloc­cato al con­fine da giorni, chiede all’esercito turco di pas­sare, ma glielo impe­di­scono: «È molto peri­co­loso, al con­fine l’Isis spara». Anche la figlia di Ayla è a Kobane, a com­bat­tere. Ayla ha 72 anni, tatuaggi sulle mani e sul viso per­ché «in pas­sato erano di moda». Ci chiede di farle una foto. Poi riprende a par­lare: «Mia figlia è rima­sta a com­bat­tere con le Ypj [Unità di Pro­te­zione Popo­lare fem­mi­nili, ndr]. Com­batte per Kobane e per noi. Ne sono orgo­gliosa». Men­tre andiamo via, arriva il cada­vere di un com­bat­tente ucciso pochi giorni fa. Sarà com­me­mo­rato qui.



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