Catalogna, giorno decisivo: è il 9 novembre

Catalogna. Da consulta a manifestazione politica: serve un doppio “sì”

Luca Tancredi Barone, il manifesto redazione • 9/11/2014 • Copertina, Internazionale • 1013 Viste

Il fati­dico giorno è arri­vato. Oggi, final­mente, sei milioni di cata­lani avranno la pos­si­bi­lità di met­tere in un’urna una scheda in cui potranno dire se vogliono che la Catalogna sia uno stato e se, in caso posi­tivo, que­sto stato debba essere indipendente.

Certo, non è il refe­ren­dum pro­messo un anno fa dal pre­si­dente del govern cata­lano Artur Mas, dal suo par­tito, la coa­li­zione demo­cri­stiana CiU, e da altri tre par­titi che si erano impe­gnati ad appog­giarlo su que­sto punto: Esquerra Repu­bli­cana, i rosso verdi di Icv e il par­tito movi­men­ti­sta anti­ca­pi­ta­li­sta, la Cup. Il par­la­mento di Madrid infatti si è rifiu­tato di chie­dere al governo cen­trale, l’unico con il potere di indire un refe­ren­dum secondo la costi­tu­zione spa­gnola, di dele­gare que­sto potere alla Gene­ra­li­tat cata­lana. Non è nep­pure la con­sulta non vin­co­lante pre­vi­sta da una appo­sita legge sulla par­te­ci­pa­zione cit­ta­dina appro­vata in set­tem­bre dal Par­la­ment di Bar­cel­lona a stra­grande mag­gio­ranza, impu­gnata davanti al Tri­bu­nale Costi­tu­zio­nale dal governo di Mariano Rajoy. E non è nean­che la “con­sul­tina” che il governo di Mas ha cer­cato di por­tare avanti nono­stante il divieto del Tri­bu­nale Costi­tu­zio­nale (che deve ancora espri­mersi sul merito del ricorso), facendo leva su volon­tari e senza nes­sun atto ammi­ni­stra­tivo, nes­suna lista di elet­tori e nes­sun edi­fi­cio sta­tale adi­bito a locale elet­to­rale. Anche que­sta con­sul­tina è stata bloc­cata da un secondo ricorso del governo centrale.

Che cosa potranno votare oggi i resi­denti in Catalogna con più di 16 anni? Non è del tutto chiaro. Quello che si sa è che ci sono 40mila volon­tari che garan­ti­ranno la for­ma­zione dei seggi elet­to­rali in quasi tutta la Cata­lo­gna in locali messi a dispo­si­zione dai comuni (il 96%) che appog­giano “il diritto a deci­dere” dei cata­lani. Il governo cata­lano aveva già pre­pa­rato urne e schede elet­to­rali (che in Spa­gna sono sem­plici fogli di carta pre­stam­pati). In que­sto caso, que­ste ultime com­pren­dono le due domande con lo spa­zio per mar­care Sì o No. Esi­ste una pagina web che indica dove cia­scuno deve recarsi a votare – dato che i seggi non sono i soliti – ma uffi­cial­mente non esi­ste una lista degli elet­tori aventi diritto per non infran­gere il divieto del Tri­bu­nale Costituzionale.

Quella di oggi è insomma poco più di una mani­fe­sta­zione poli­tica. La chiave starà nella par­te­ci­pa­zione, ed è chiaro che chi lo farà mar­cherà entrambe le caselle: Sì-Sì. Quelli del Sì (allo stato) ma No (all’indipendenza) pro­ba­bil­mente non si pren­de­ranno il disturbo di met­tere la scheda in urne infor­mali, per non par­lare di quelli (che secondo i son­daggi sareb­bero sul 20–30%) che rispon­de­reb­bero No anche alla prima domanda. Ci si aspetta un 30% di par­te­ci­pa­zione, che non è poco, ma non ser­virà per cam­biare le cose: l’indipendentismo viag­gia da sem­pre su quelle cifre.

Un merito i pro­mo­tori del pro­cesso che ha por­tato a que­sto punto ce l’hanno: per la prima volta tutti si stanno posi­zio­nando, e anche molti stra­nieri par­te­ci­pe­ranno a que­sto pro­cesso. Anche nella sini­stra, che con­di­vide, con alcune dif­fe­renze, il “diritto a deci­dere” e ha votato a favore della legge sulle con­sulte, uscire dalla pola­riz­za­zione è dif­fi­cile. Se la Cup è a favore dell’indipendenza per costruire uno stato anti­ca­pi­ta­li­sta, e i socia­li­sti cata­lani sono per la mag­gior parte a favore dell’unità, i rosso verdi di Icv mostrano più sfu­ma­ture: il depu­tato euro­peo Ernest Urta­sun voterà Si-No, men­tre la co-segretaria Dolors Camat voterà Sì-Sì. Invece Pode­mos, che non ha ancora una rap­pre­sen­ta­zione par­la­men­tare (ma viene data intorno al 20%) ha ini­ziato a costruire un discorso diverso: Sì alla pos­si­bi­lità di votare, ma non inte­ressa cosa si voterà, dato che i pro­blemi sociali ed eco­no­mici sono più pressanti.

Il governo di Madrid non molla la presa. Ieri il Fiscal del Estado (il pro­cu­ra­tore gene­rale, organo del mini­stero di giu­sti­zia) ven­ti­lava la pos­si­bi­lità che aprire i seggi possa essere un delitto (il che impli­che­rebbe una guar­dia civil e mos­sos – la poli­zia auto­no­mica – man­dati a chiu­dere i seggi). Il governo di Mas intanto ha fatto un passo indie­tro. Man­tiene la “respon­sa­bi­lità” poli­tica del pro­cesso, ma nei fatti sarà il Pacte per deci­dir, orga­ni­smo che riu­ni­sce molte asso­cia­zioni indi­pen­den­ti­ste, oltre ad alcuni par­titi, a organizzarlo.

Le aspet­ta­tive sono molto alte. Dal giorno in cui il Tri­bu­nale Costi­tu­zio­nale ha proi­bito anche la ver­sione decaf­fei­nata della con­sulta, ogni sera alle 22 le strade di Bar­cel­lona si fanno assor­danti per la pro­te­sta al suono di pen­tole e coper­chi dai bal­coni. Le strade sono piene di ban­diere cata­lane, car­telli e inviti a votare. Rag­giunto l’obiettivo, impen­sa­bile fino a un paio d’anni fa, di poter votare “qual­cosa”, sarà lunedì il giorno in cui si capirà cosa suc­cede. Mas ha detto che man­derà una let­tera a Rajoy. Ma anche la pol­trona del pre­si­dent è in bilico: se sarà costretto alle ele­zioni anti­ci­pate, il par­tito che potrebbe vin­cere, Esquerra, parla di dichia­ra­zione uni­la­te­rale di indipendenza.

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One Response to Catalogna, giorno decisivo: è il 9 novembre

  1. Gianni Sartori ha detto:

    OMAGGIO ALLA CATALOGNA?
    (Gianni Sartori)
    Il recente referendum (ma forse sarebbe più corretto parlare di “consultazione”) in Catalogna ha riportato questa antica “nazione senza stato” alla ribalta. Anche se sarebbe eccessivo parlare di “deriva leghista”, va comunque segnalato come negli ultimi anni l’indipendentismo catalano abbia smorzato il suo carattere di forza sostanzialmente di sinistra (soprattutto da quando anche CiU si dichiara indipendentista). Un breve ripasso per comprendere comunque le ragioni dei catalani nei confronti dell’evidente sciovinismo (e militarismo) madrileno.

    Negli ambienti della sinistra libertaria la Catalunya acquistò visibilità al di fuori della penisola iberica grazie all’affresco reso da George Orwell in Homage to Catalonia sui combattimenti del maggio 1937 tra miliziani del Psuc (Partit Socialista Unificat de Catalunya, stalinisti) e della Cnt-Fai (Confederaciòn Nacional de Trabajo-Federaciòn Anarquista Iberica, anarchici) a cui si era associato il Poum (Partit Obrer d’Unificaciò Marxista, comunisti antistalinisti, spesso erroneamente classificati come trotskisti) in cui militava Orwell. Teatro dello scontro fratricida, interno al campo repubblicano anti-franchista, la Rosa de Foc, Barcellona.
    Ma la Catalogna, terra di antica ed elevata cultura, è universalmente nota anche come la patria di Ramon Llull, di Gaudì, di Picasso, di Dalì, di Mirò.?Montserrat divenne una delle più importanti sedi musicali dopo il IX secolo e Albeniz era catalano. Il catalano, lingua ufficiale del regno d’Aragona, fu una delle maggiori lingue europee fino al XVI secolo.? Dopo tre secoli di declino la cultura catalana ha conosciuto un vero e proprio rinascimento che nemmeno il franchismo ha potuto strangolare. Corridoio naturale tra Francia e Spagna, questa terra è stata ripetutamente pervasa sia da fermenti di opposizione sociale (basti pensare alla “lunga estate” dell’anarcosindacalismo) che da lotte di liberazione nazionale.
    La Catalogna (o Gotolonia, “paese dei Goti”), era uno di quei regni cristiani della penisola iberica invasi dagli Arabi (occupazione di Barcellona: 717-718) e poi riconquistati a partire dall’XI secolo dai sovrani di Aragona e Castiglia. Attualmente il termine Catalunya indica una regione autonoma dello stato spagnolo composta dalle quattro province di Barcellona, Gerona, Lerida e Terragona (31.930 km 2 ; circa 600.000 abitanti, metà dei quali vivono e Barcellona). La Catalogna quindi è solo una parte dei Páisos Catalans, in cui si usa la lingua catalana. “El català” si parla tradizionalmente in Andorra, nelle isole Baleari, in una parte dei Pirenei-Orientali (Catalunya-Nord, nello stato francese, con circa 200.000 catalano-parlanti) e nel Paìs Valencià. Lo si utilizza anche nella Franja, una zona a ridosso dei confini amministrativi tra la Catalogna e l’Aragona, e ad Alghero (in Sardegna). Attualmente si calcola che il català sia parlato quotidianamente da oltre una decina di milioni di persone.?
    La Catalogna attuale deriva dalla Marca di Spagna, divenuta indipendente dall’impero franco a partire dal X sec., dopo che un conte di Urgel e di Barcellona ne aveva preso il controllo nell’873 (conte Guifrè I, detto il Peloso). L’unione, per matrimonio, tra la Catalogna e l’Aragona risale al XII sec. Nel XV, conservando le proprie istituzioni, si integra nella Spagna dei Re Cattolici. Il nazionalismo catalano nasce nel XVII sec., cogliendo l’occasione delle rivalità franco-spagnole. Nella prima metà del secolo XVII, nonostante tutti i suoi sforzi, la monarchia non riesce a ottenere l’unità politica, economica e militare della penisola iberica. I Paisos Catalans, grazie alla loro autonomia, si sottraggono alla forte inflazione monetaria castigliana. Questa opposizione da economica diventa politica, preludio a un tentativo violento di separazione. Nel 1640 inizia quella che passerà alla storia come “Guerra dels Segadors” (v. il famoso inno catalano), rivolta sociale e nazionale contro il regime feudale e contro la monarchia assoluta e centralista. Si costituisce una repubblica catalana sotto la protezione di Luigi XIII di Francia. Pau Claris riunisce tutte le classi medie e popolari, contadine e urbane, mentre la nobiltà, filo-castigliana, passa in blocco dalla parte di Filippo IV. La “Guerra dei Mietitori” finisce nel 1652 con la capitolazione di Barcellona.?Nel 1700 il re Carlo II muore senza successori. Filippo di Borbone, rappresentante del centralismo francese e degli interessi aristocratici e feudali, si scontra con Carlo d’Austria, in qualche modo portavoce di uno spirito federalista e decentralizzatore. Su quest’ultimo convergono gli interessi e le speranze delle classi medie e popolari catalane. Contemporaneamente Luigi XIV proibisce l’uso ufficiale della lingua catalana nella Catalunya Nord sottoposta alla Francia. Nel 1705 Carlo d’Austria sopprime alcuni privilegi nobiliari nel Pais Valencià; nel 1707 Filippo V sconfigge i valenziani nella battaglia di Almansa, restaura i privilegi nobiliari soppressi e scatena una durissima repressione contro le classi popolari. Nel 1714 (11 settembre: Diada, festa nazionale catalana) dopo 13 mesi di assedio anche Barcellona cade sotto le armi di Filippo V.?Con la capitale cade tutta la Catalunya e l’anno dopo anche Mallorca (Maiorca). Minorca invece, con la pace di Utrecht (1713) era passata sotto il dominio inglese.? Alla repressione statale fece seguito una forte recessione economica, sociale e culturale. Il decennio successivo sarà ricordato come un continuo di insurrezioni popolari, guerriglia e “bandolerisme” contro il nuovo regime. Il nazionalismo comunque tornerà a crescere e svilupparsi per tutto il secolo XIX, quando i catalani, approfittando dell’indebolimento e della corruzione del potere spagnolo, tenteranno ripetutamente di liberarsi dal centralismo.?La rinascita del catalanismo favorirà anche un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà) e la formazione della Llega, un partito regionalista conservatore. Così come nel Paese Basco, anche in Catalunya nel 1931 vincono i repubblicani e viene negoziato con Madrid uno stato di autonomia. Durante e dopo la Guerra Civile, il franchismo (proprio come nel Paese Basco e con gli stessi metodi) farà tavola rasa del catalanismo. Bisogna ricordare che la Catalogna ha un’antica tradizione d’autonomia e che l’industrializzazione del paese era stata opera di una vasta porzione della società (al contrario di Euskal Herria dove era in mano all’elite finanziaria di Bilbao e San Sebastian). Perciò mentre è talvolta esistita una convergenza d’interessi tra alcuni settori della borghesia basca e Madrid, questo non è avvenuto con gli imprenditori catalani, in stragrande maggioranza oppositori del franchismo.? Un inciso per ricordare i devastanti bombardamenti (causarono migliaia di vittime) subiti da Barcellona e altre località per mano dell’aviazione italiana dopo che Mussolini era pesantemente intervenuto, insieme ai nazisti, a sostegno di Franco. Dopo il ’39, il caudillo distrusse con ferocia e con la forza delle armi ogni istituzione locale dei Catalani. Lo stesso trattamento venne riservato alla cultura, alla lingua, all’economia (nel 1960 la Catalogna produceva il 21,4% del reddito nazionale e non partecipava al budget dello Stato spagnolo che per il 7%). Incalcolabile poi il numero delle vittime delle “sacas”, le esecuzioni sommarie di massa che per anni e anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo e all’ordine sociale esistente (gran parte dei giustiziati erano membri della CNT).? Durante i primi anni del regime franchista, l’opposizione catalana fu soprattutto simbolica. I grandi leaders politici erano morti o in esilio e così i capi del movimento sindacale. Da ricordare in particolare Lluis Companys (dirigente dell’Esquerra Republicana de Catalunya, fondata nel 1931) rifugiato in Francia, che venne consegnato a Franco dalla Gestapo e fucilato nell’ottobre del 1940. Solo durante gli anni cinquanta l’opposizione prese a manifestarsi apertamente attraverso varie forme di resistenza civile come il boicottaggio di massa dei trasporti pubblici a Barcellona nel 1951. Si ricominciò anche a riaffermare l’identità culturale catalana.? Vennero operati anche sabotaggi e attentati. Forme di resistenza armata al franchismo saranno praticate da gruppi libertari catalani come quello del “Chico” e dal M.I.L. (v. Salvador Puigh Antich, garrotato nel marzo 1974). Dopo la morte di Franco (novembre ’75), le aspirazioni autonomiste poterono manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa (appoggiati anche dalla Chiesa e dalle principali autorità del paese) portarono alla “concessione” dello statuto di autonomia del dicembre 1979 e, a differenza di quanto avviene nel Paese Basco, le cose sostanzialmente sono rimaste ferme a quel punto.
    Meno conosciuto di quello basco, l’indipendentismo catalano ha vissuto una storia altrettanto tormentata, tra persecuzioni e divisioni. Accanto alle organizzazioni storiche (Estat català, risalente al 1922 e di ispirazione irlandese, Esquerra Republicana de Catalunya fondata nel 1931 e la coalizione di centro-destra Convergència i Uniò che ha governato alla Generalitat dal 1980 al 2003 per tornare al potere nel 2010) l’ambiente catalanista, soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha prodotto una miriade di formazioni minori. Generalmente di sinistra, almeno in passato. Tra queste il Moviment de defensa de la Terra, il Moviment d’Esquerra nacionalista e un gruppo armato, Terra Lliure. Ma anche associazioni per la difesa della cultura e della lingua catalane come il Centro internacional Abat Escarrè (nato tra le mura del monastero di Montserrat e diretto da Aureli Argemì) e la Crida a la solidaritat. Sia nel Moviment d’Esquerra Nacionalista (in cui convivevano ambientalisti, pacifisti, antinucleari, femministe, libertari…) che nel Moviment de Defensa de la Terra negli anni ottanta sembrava prevalere un carattere movimentista. Ispirandosi a Herri Batasuna, l’MDT seppe coniugare le istanze indipendentiste con una radicata tradizione ambientalista e delle lotte sociali, ma in seguito ha optato per la trasformazione in partito comunista. Sempre negli anni ottanta, l’organizzazione che godette di maggiore notorietà, soprattutto nell’universo spettacolare dei media, fu sicuramente Terra Lliure, dedita alla lotta armata. Autosciolta nel ’92, la maggior parte dei suoi militanti si sarebbero poi integrati nell’Esquerra.
    La Crida a la Solidaritat, nata nel 1981 e poi confluita nell’Esquerra Republicana, rappresentò una risposta al tentativo di golpe di Tejero. In quella occasione un’assemblea di migliaia di persone all’Università di Barcellona produsse un manifesto intitolato “crida a la solidaritat en defensa de la lengua, la cultura i la naciò catalana”, basato sulla rivendicazione dei diritti nazionali storici della Catalunya, sul progetto di unità dei Paisos Catalans, sul diritto all’autogoverno, sulla difesa della lingua catalana come lingua propria e unica del paese, sull’approfondimento della democrazia come forma di progresso sociale.?
    Scopo del catalanismo moderato era sempre stata l’autonomia, garantita nel quadro dello stato spagnolo della Generalidad di Catalogna. Nessun programma politico più ambizioso (come per esempio quello di Herri Batasuna per il Paese Basco) venne seriamente sostenuto e difeso dai gruppi storici (compresa l’Esquerra, poi approdata all’indipendentismo) dopo la fine del regime franchista.? Nonostante la presenza di varie organizzazioni della sinistra anticapitalista indipendentista, nelle elezioni legislative dell’80 e dell’84 la maggioranza toccò ancora ai moderati della CiU (Convergenza e Unione nazionalista) di Jordi Pujol, partito aderente all’internazionale democristiana e da sempre favorevole al dialogo con Madrid, che ottenne più di settanta seggi su 135.? Altri quaranta andarono al PSC (Partito socialista catalano). Come è noto Pujol e la CiU sono poi stati un’indispensabile stampella politica per i governi spagnoli, sia per il “socialista” Felipe Gonzalez (quello dei GAL) che per il fascista (senza virgolette) Aznar. Nelle elezioni per il Parlamento europeo (giugno 87) i voti del Men, dell’Mdt (oltre a quelli di Nuova Falce, della Lcr e dell’Mce) convergendo sugli indipendentisti baschi di Herri Batasuna resero possibile l’elezione di Txema Montero.
    Va ancora ricordato che il Principat de Catalunya è soltanto una parte di quello che gli indipendentisti considerano territori nacional català. Oltre alla Catalunya propriamente detta, i futuri Paisos Catalans indipendenti sarebbero formati da Pais Valencià, Illes Balears, Principat d’Andorra e una zona amministrativa inclusa nella Regione francese di Languedoc—Roussillon.
    Per Patrizio Rigobon, docente di lingua e cultura catalana presso Ca’ Foscari di Venezia “ è una lingua di tutto rispetto che può vantare una demografia più significativa di quella di molti idiomi statali parlati nell’area dell’Unione Europea”. Mediamente ogni anno vengono pubblicati oltre 7mila titoli in catalano ed è interessante, aggiunge Rigobon “ vedere come il trattamento giuridico sia stato uno dei momenti in cui le autorità catalane hanno esercitato pressioni attraverso tutti i canali disponibili al fine di veder riconosciuta una presenza all’interno dell’Unione. Compreso il diritto per ciascun individuo appartenente alla Comunità autonoma catalana di rivolgersi alle istituzioni comunitarie in questa lingua e ricevere da esse una risposta nella medesima”. Oltre alla possibilità, previo avviso “per i rappresentanti in Consiglio, in Parlamento e nel Comitato delle Regioni europeo di esprimersi in catalano nei loro interventi nei vari organismi”. Con lo Statuto di autonomia entrato in vigore nel 2006, dove il catalano veniva definito “lingua propria della Catalogna”, la Generalitat de Catalunya (l’istituzione dell’autogoverno) “è titolare della competenza esclusiva in materia di politica linguistica relativa al catalano”.
    Una grande dimostrazione di forza dell’indipendentismo catalano è stata data a Barcellona con la Diada (giornata nazionale) dell’11 settembre 2012. Un milione e mezzo di persone ha ricordato la caduta, dopo 13 mesi di assedio, della capitale catalana in mano all’esercito franco-castigliano di Filippo V (11 settembre 1714 ). Dopo aver sfilato tra il Passeig de Gracia e il Parlament, la manifestazione si è conclusa al Fossar de les Moreres dove vennero tumulate in una fossa comune le donne cadute in combattimento contro gli invasori. Proibita durante il franchismo, la cerimonia talvolta si svolgeva clandestinamente sulle pendici dei Pirenei, sotto ad un altro simbolo dei PP.CC, il Pi de les Tres Branques. Superando le tradizionali divisioni, partiti e movimenti hanno risposto unitariamente all’appello dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), un collettivo di associazioni che ha voluto manifestare “di fronte alla Spagna, all’Europa e al mondo”. Ulteriore prova che l’opinione pubblica catalana non aveva digerito le censure del Tribunale Costituzionale spagnolo nei confronti di numerosi articoli del nuovo Statut di autonomia, nel 2010.
    Nel giugno 2012, per la prima volta nella storia dei sondaggi, una maggioranza assoluta di Catalani, il 51%, aveva dichiarato che avrebbe votato “si” ad un referendum sull’indipendenza. Ben 8 punti in più rispetto all’anno precedente. Sicuramente le intenzioni di voto favorevoli all’indipendenza sono alimentate dalla crisi economica e vanno in parallelo con l’idea che la Catalogna potrebbe uscirne prima e meglio da sola, senza la Spagna. Un atteggiamento forse in contraddizione con una storia di lotte per l’indipendenza basate sull’autodeterminazione dei popoli, la giustizia sociale, l’anticapitalismo e la solidarietà internazionale. Attualmente la maggior parte dei nuovi adepti dell’indipendentismo sembra invece preoccuparsi più che altro del fatto che una parte importante delle entrate dei PP.CC. serva a rimettere finanziariamente in sesto le regioni meno favorite. Per la coalizione al potere (CiU) questo “deficit fiscale” corrisponderebbe a 16 miliardi di euro annuali (l’8% del PIL regionale). Con una disoccupazione che colpisce il 22% della popolazione attiva e sottoposta a politiche di austerità molto dure (in quanto regione più indebitata della Spagna), la Catalogna si è vista costretta a richiedere l’aiuto di Madrid. Il presidente della regione, Artur Mas, ha saputo utilizzare l’indiscutibile successo della manifestazione come un punto di forza nei negoziati con il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy. La posta in gioco? Un “patto per l’autonomia finanziaria e fiscale” della regione. E nel frattempo vengono periodicamente evocati gli spettri delle elezioni anticipate e della secessione. Da parte del governo spagnolo, la neanche tanto velata minaccia di ricorrere all’esercito considerato il garante dell’unità nazionale. Madrid comunque non potrà ignorare quei due milioni di persone che hanno voluto esprimere la loro opinione nel refendum (o comunque lo si voglia definire: consultazione, sondaggio…)
    Gianni Sartori

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