Dispositivi politici per rompere le maglie strette della Rete

Algoritmi del capitale. I social network e i Big Data sono da considerare gli esempi che meglio di altri illustrano le tendenze del capitalismo

Benedetto Vecchi, il manifesto redazione • 11/11/2014 • Copertina, Libri & culture • 491 Viste

Di que­sta prassi teo­rica sono testi­moni i libri Ani­mal Spi­rits: A Bestiary of the Com­mons (Nai), Media Acti­vism: Stra­te­gie e pra­ti­che della comu­ni­ca­zione indi­pen­dente (Deri­veAp­prodi), non­ché i nume­rosi saggi pub­bli­cati su rivi­ste fran­cesi, por­to­ghesi, spa­gnole, tede­sche e sta­tu­ni­tensi. È merito suo anche la tra­du­zione e dif­fu­sione nei siti Inter­net ita­liani del «mani­fe­sto per l’accelerazionismo», testo di un gruppo di intel­let­tuali e mili­tanti euro­pei dal quale prende avvio que­sto volume col­let­tivo sugli Algo­ritmi del capi­tale (ombre corte). Un mani­fe­sto che ruota attorno alla cen­tra­lità della mac­china infor­ma­tica nello svi­luppo eco­no­mico e nella vita sociale.

Già per­ché i com­pu­ter e le rete che li col­le­gano hanno una par­ti­co­la­rità che spesso viene posta sullo sfondo della rifles­sione e della ana­lisi del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo: il com­pu­ter è infatti una «mac­china uni­ver­sale», che può cioè svol­gere più ope­ra­zioni a seconda di come pos­sono pro­gram­mate. Può infatti pre­sie­dere l’automazione di una fab­brica, svol­gere fun­zioni ammi­ni­stra­tive, ma può anche faci­li­tare la comu­ni­ca­zione sociale in quanto stru­mento comu­ni­ca­tivo indi­vi­duale o come media. Que­sta sua «uni­ver­sa­lità» ha due con­se­guenze desta­bi­liz­zanti per le gerar­chie sociali: la cen­tra­lità della com­po­nente imma­te­riale (il soft­ware) e l’accelerazione dei pro­cessi lavo­ra­tivi e comu­ni­ca­tivi ali­men­tano infatti una tra­sfor­ma­zione con­ti­nua delle rela­zioni sociali, che può essere colta, non nella sua cri­stal­liz­za­zione quanto nel suo divenire.

Que­sto non signi­fica che le mac­chine non abbiano più nes­sun ruolo. Con­ti­nuano, ovvia­mente, a svol­gere una fun­zione di governo del lavoro vivo, defi­nendo inten­sità, velo­cità e divi­sione tec­nica del pro­cesso pro­dut­tivo, ma il cen­tro nella pro­du­zione della ric­chezza si spo­sta sem­pre più nella defi­ni­zione dei pro­grammi infor­ma­tici che danno il ritmo e met­tono in forma le rela­zioni tra mac­chine e essere umano. Allo stesso tempo, con­sen­tono di accu­mu­lare e ela­bo­rare infor­ma­zioni e dati indi­spen­sa­bili ai pro­cessi di valo­riz­za­zione del capi­tale, sia come merci da ven­dere in forma aggre­gata sia come «cono­scenza» gene­rica da usare nell’innovazione dei pro­dotti e dei pro­cessi lavo­ra­tivi. Esem­pli­fi­ca­tivi a que­sto pro­po­sito sono i social net­work e lo svi­luppo dei Big Data, veri e pro­pri labo­ra­tori dove pro­du­zione di merci e com­ple­men­tare alla pro­du­zione di con­te­nuti infor­ma­tivi, a loro volta «impac­chet­tati» e «spac­chet­tati» per ali­men­tare altri set­tori pro­dut­tivi. Ma anche realtà dove le mac­chine svol­gono un ruolo ancil­lare rispetto la pro­du­zione dei con­te­nuti, merce dif­fu­sis­sima, ma resa scarsa dalle norme domi­nanti sulla pro­prietà intel­let­tuale, che legit­ti­mano l’espropriazione di quel comune che è la comu­ni­ca­zione sociale.

 

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Il valore del volume curato da Mat­teo Pasqui­nelli non sta però solo nel ripro­porre temi e nodi teo­rici del cosid­detto capi­ta­li­smo cogni­tivo. Rile­vanti sono infatti le domande che alcuni degli autori pon­gono e anche le rispo­ste che ten­tano di ela­bo­rare. Quel che emerge nei pro­cessi di «astra­zione» dei pro­cessi pro­dut­tivi e la rile­vanza del com­pu­ter in quanto mac­china uni­ver­sale è l’apparente costi­tu­zione di una «tota­lità» che non con­sente con­trad­di­zioni e dun­que la for­ma­zione di un «sog­getto» poli­tico anta­go­ni­sta. Alla tec­no­strut­tura del capi­tale non c’è via d’uscita, se non la sot­tra­zione e la costi­tu­zione di spazi sociali libe­rati dalla logica del pro­fitto che hanno tut­ta­via l’ambizione di garan­tire il red­dito a chi vi par­te­cipa. Que­sta è una delle derive affron­tate nel volume. Una visione tut­ta­via par­ziale e pro­vo­ca­to­ria­mente impo­li­tica, che com­pare qua e là nelle pagine del libro, ma che ha comun­que forti echi nei movi­menti sociali. Al moloch della pro­du­zione capi­ta­li­stica viene tal­volta con­trap­po­sta un «fare società» che prende con­gedo dalle strut­ture di domi­nio e governo capitalista.

Punto di forza di tale ela­bo­ra­zione è la mol­ti­pli­ca­zione di figure sociali che pas­sano con­ti­nua­mente il con­fine tra vita e lavoro, asse­gnando a quest’ultimo una dimen­sione coer­ci­tiva che nega ogni pos­si­bile pro­cesso di libe­ra­zione. Punto debole è il rifiuto di con­si­de­rare il capi­ta­li­smo come un rap­porto sociale che defi­ni­sce gerar­chie e rap­porti di forza (e dun­que di potere) nella società. Un rap­porto sociale che non si esau­ri­sce sul posto di lavoro, ma che inve­ste l’insieme delle rela­zioni sociali. Il «fare società» auspi­cato dai movi­menti sociali è desti­nato a esem­pli­fi­care uno «stile di vita» che fun­zione come motore sia nella sfera del con­sumo che nei pro­cessi di inno­va­zione sociale.

Da que­sto punto di vista, la sot­tra­zione al moloch della pro­du­zione è desti­nata ad ali­men­tare pro­cessi di spo­li­ti­ciz­za­zione dell’agire sociale: un esito disa­stroso per i movi­menti sociali, che pun­tano invece a una poli­ti­ciz­za­zione dell’agire sociale. Allo stesso tempo non è dato per scon­tato che una mag­giore socia­liz­za­zione e auto­ma­zione del pro­cesso pro­dut­tivo garan­ti­sca la for­ma­zione delle con­di­zioni di una fuo­riu­scita dal capi­ta­li­smo. La realtà, infatti, atte­sta che pro­prio in que­sta con­tin­genza mostra una forma di dispo­ti­smo nelle rela­zioni sociali che tutto fa pre­sa­gire, eccetto la fuo­riu­scita dal capitalismo.

Non si tratta dun­que, atten­dere che lo svi­luppo capi­ta­li­stica rag­giunga il suo acme affin­ché si creino le con­di­zioni per il suo supe­ra­mento, né di ritrarsi di fronte la ten­denza «tota­li­ta­ria» del pro­cesso pro­dut­tivo. Più rea­li­sti­ca­mente, agli «algo­ritmi del capi­tale» vanno con­trap­po­sti dispo­si­tivi poli­tici tesi a destrut­tu­rare la gab­bia del lavoro sala­riato. Nei quali non c’è un solo pro­ta­go­ni­sta — il kno­w­ledge wor­kers o il pre­ca­rio o l’erede metro­po­li­tano dell’operaio massa — ma l’insieme delle figure lavo­ra­tive. E’ que­sta la sfida da gio­care, affin­ché si deter­mini l’auspicato errore di sistema degli algo­ritmi del capitale.

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