Europa e Africa, accordo sui migranti

Processo di Khartoum. Campi per i profughi in Africa gestiti da Unhcr e Oim. Ma c’è chi teme la nascita di nuovi ghetti

Carlo Lania, il manifesto redazione • 27/11/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 1051 Viste

Le spe­ranze sono molte, almeno quante sono le pre­oc­cu­pa­zioni che da diverse set­ti­mane cir­con­dano l’iniziativa. Dopo Tri­ton, la mis­sione euro­pea che ha il com­pito di con­trol­lare le fron­tiere marit­time del con­ti­nente, l’Unione euro­pea si pre­para ora a lan­ciare un nuovo piano — bat­tez­zato Pro­cesso di Khar­toum — desti­nato a con­tra­stare il traf­fico di esseri umani ma anche al con­trollo dei flussi migra­tori pro­ve­nienti dal Corno d’Africa. Un pro­getto messo a punto nei mesi scorso in accordo con l’Unione afri­cana e che verrà pre­sen­tato domani al ter­mine della IV Con­fe­renza mini­ste­riale euro-africana su migra­zioni e svi­luppo in corso a Roma. Per l’occasione sono pre­senti i mini­stri degli Esteri e degli Interni dei 28 Paesi mem­bri dell’Unione, più quelli di Eri­trea, Egitto, Etio­pia, Gibuti, Kenya, Libia, Soma­lia, Sudan, Sud Sudan e Tuni­sia, ovvero i paesi da cui parte o in cui tran­sita la mag­gior parte dei migranti che — attra­ver­sano viaggi estre­ma­mente peri­coli che spesso durano molti mesi — cer­cano di arri­vare in Europa.

L’iniziativa prende avvio a pochi giorni di distanza dallo stop impo­sto dal governo ita­liano all’operazione Mare nostrum che in un anno ha sal­vato 160 mila migranti, e pro­prio come Tri­ton punta sì al con­tra­sto dei traf­fi­canti di uomini, ma anche a una ridu­zione degli arrivi lungo le nostre coste.
I dubbi sulla nuova ope­ra­zione nascono pro­prio sui metodi scelti per rag­giun­gere que­sti due obiet­tivi. Anche se finora non c’è nulla di uffi­ciale al cen­tro del Pro­cesso di Khar­toum c’è la rea­liz­za­zione di campi pro­fu­ghi nei Paesi che si tro­vano a Sud della Libia, in par­ti­co­lare Etio­pia, Sudan, Sud Sudan e Niger, attra­ver­sati oggi con mille peri­coli dai migranti prima di arri­vare nel Paese nor­da­fri­cano dove poi si imbar­cano diretti verso le coste ita­liane. I campi dovrebbe essere gestiti dall’Alto com­mis­sa­riato dell’Onu per i rifu­giati (Unhcr) e dall’Organizzazione inter­na­zio­nale per le migra­zioni (Oim), e dovreb­bero offrire un rifu­gio pro­tetto ai migranti con­sen­tendo anche di sta­bi­lire quanti di loro hanno diritto alla pro­te­zione inter­na­zio­nale.
Da parte sua l’Europa si impe­gna ad acco­gliere, divi­den­doli nei vari Paesi mem­bri, i rifu­giati la cui richie­sta di asilo è stata accolta. «In que­sto modo — spie­gano al Vimi­nale — riu­sciamo a togliere i pro­fu­ghi dalle mani dei traf­fi­canti, dal momento che non dovreb­bero più affi­darsi a loro per attra­ver­sare il Medi­ter­ra­neo».
Del Pro­cesso di Khar­toum si è par­lato ieri a Bru­xel­les nella sede del nuovo com­mis­sa­rio euro­peo per l’immigrazione, il greco Dimi­tris Avra­mo­pou­los, men­tre a dicem­bre a Gine­vra si terrà la con­fe­renza dei Paesi dell’Ue per sta­bi­lire le quote di acco­glienza e i finan­zia­menti da desti­nare all’operazione. Soldi che dovranno ser­vire anche per l’addestramento delle varie poli­zie di fron­tiera afri­cane e per avviare cam­pa­gne di infor­ma­zione nei Paesi di ori­gine dei migranti. Pro­ba­bile, come già avviene in alcuni Paesi afri­cani, che l’obiettivo sia quello di dis­sua­dere quanti fug­gono dall’intraprendere il viag­gio, ponendo l’accento sui rischi che que­sto com­porta.
Fin qui il pro­getto, che però al di là delle buone inten­zioni non è privo di zone gri­gie. A par­tire dalla scelta fatta dall’Europa, e in par­ti­co­lare dall’Italia, di avviare rap­porti di col­la­bo­ra­zione con dit­ta­ture come quelle pre­senti in Sudan e Eri­trea. Come spiega don Mus­sie Zerai, pre­si­dente dell’Agenzia Habe­shia che da anni denun­cia le vio­lenze del regime di Asmara. «Che garan­zie offrono que­sti paesi per­ché l’Italia possa dia­lo­gare con loro?», chiede il sacer­dote. «L’Onu ha avviato una com­mis­sione d’inchiesta pro­prio per accer­tare le vio­la­zione dei diritti umani in Eri­trea, e adesso l’Italia legit­tima quel paese che è privo per­fino di una Costi­tu­zione». Dubbi che si esten­dono anche alla rea­liz­za­zione dei campi, che secondo don Zerai l’Europa potrebbe usare per rac­co­gliere i migranti lascian­doli poi lì. «Campi così esi­stono già nel nord dell’Etiopia, dove sono sti­pati 80 mila pro­fu­ghi, e in Sudan dove migliaia e migliaia di per­sone aspet­tano mesi e mesi che qual­cuno esa­mini le loro domande di asilo».
C’è poi, e non è certo secon­da­rio, il pro­blema su chi garan­ti­sce la sicu­rezza dei campi. L’idea sarebbe di affi­darla alla poli­zia dei locale che però, come ricorda don Zerai, è spesso cor­rotta e col­lusa con i traf­fi­canti. «La mia paura — con­clude il sacer­dote — è che in realtà l’Europa voglia aprire quest campi per trat­te­nere i pro­fu­ghi, impe­den­do­gli così di arri­vare fino a noi».

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