La formula protesta e caos che rafforza i leader e non guarisce il malessere

La formula protesta e caos che rafforza i leader e non guarisce il malessere

  Chi sa creare lessico è già a metà dell’opera. E indubbiamente la formula dello «sciopero sociale», lanciata dai Cobas per la giornata di ieri, è mediaticamente accattivante.
In più il perno della protesta di ieri erano le otto ore di stop delle fabbriche del Nord indette dalla Fiom, un sindacato fortemente strutturato e dotato di un leader che alle tv e ai giornali piace tanto, al punto che gli amici e concorrenti della Fim-Cisl sono ormai arrivati agli sfottò.
Ma messe da parte le tecniche di comunicazione vale la pena chiedersi cosa veramente ci sia dietro la formula del cosiddetto sciopero sociale. E la risposta è semplice: chi da anni frequenta le piazze, come l’irrottamabile portavoce dei Cobas Piero Bernocchi, ha capito che per creare l’effetto protesta & caos basta sommare un corteo e un blocco dei trasporti pubblici e il risultato è garantito. Le città moderne sono un reticolo di micro spostamenti ed è sufficiente interromperli per generare confusione, scandalo politico e qualche ferito. Ma non c’è niente di sociale in questa ricetta. Anzi, si finisce per accentuare la distanza tra chi è protagonista del blocco, del corteo, persino dello scontro con la polizia e il popolo minuto, gli utenti dei servizi pubblici.
Sia chiaro non c’è cinismo in queste considerazioni. Tutt’altro. È evidente che una società, sottoposta a uno stress di sei anni di crisi e bombardata da continue revisioni al ribasso delle stime del Pil, andrebbe rassicurata. Ci vorrebbe la capacità di parlare ai vari segmenti che la compongono. Agli abitanti delle città dell’acciaio che rischiano il degrado, alle ragazze che per un posto da Calzedonia fanno il colloquio di prova in vetrina, alle parrucchiere italiane che devono contrastare la concorrenza cinese a 6 euro al taglio e non sanno che pesci pigliare, alle partite Iva che si aspettano un regime fiscale che le aiuti a metter su un’attività e vedono solo confusione, agli artigiani che in questi anni hanno fatto da ammortizzatori sociali e ora si vedono costretti a tagliare il personale.
Ci vorrebbero soggetti capaci di interloquire con questo disagio, capaci di raccoglierlo. Ci sarebbe bisogno di una sorta di «pronto soccorso» della crisi, un indirizzo a cui rivolgersi. Garanzia Giovani, il programma finanziato dai soldi della Ue, poteva essere una — solo una — di queste forme di ristoro sociale. Doveva servire a rendere i ragazzi occupabili, a spiegar loro che l’economia è cambiata, che lavoro dipendente e lavoro autonomo stanno quasi per toccarsi e assomigliarsi. Doveva servire a metterli in grado di conquistare un’occasione di lavoro. E invece purtroppo questo test di saldatura tra alto e basso, tra istituzioni e popolo, è rimasto molto al di sotto delle speranze. Non è casuale che nelle sue numerose esternazioni il presidente del Consiglio eviti di parlarne. La lingua, in questo caso, non batte dove il dente duole.
Nelle prossime settimane andremo incontro a nuovi scioperi e va portato rispetto a chi vi aderisce, a chi sacrifica una porzione di salario per segnalare il suo malessere. Ma siamo sicuri che le associazioni di rappresentanza chiamando così ripetutamente al blocco facciano la cosa giusta? Non si comportano così prima di tutto per soddisfare le esigenze politico-identitarie delle loro sigle e dei loro leader?
Il dubbio è quantomeno legittimo e del resto non è un caso che le innovazioni sociali di questi anni (il welfare aziendale e la sharing economy) non siano scaturite dalle piattaforme dei sindacati.


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