Gli imprenditori della Costituzione

Riforme. Dopo due guerre e la crisi dello stato liberale nella nostra Carta entra il principio dell’interesse collettivo su quello privato

Antonio Bevere, il manifesto redazione • 6/11/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 564 Viste

L’effetto Serra, nel senso del finan­ziere amico e finan­zia­tore del pre­mier, è stato prov­vi­den­ziale, per­ché sti­mola i cit­ta­dini infor­mati e in buona fede a ria­prire il Libro Sacro della Repub­blica e ram­men­tare che l’articolo 1 della Costituzione, ponendo il lavoro come prin­ci­pio costi­tu­tivo della nuova forma di Stato, pone il lavoro come diret­tiva costi­tu­zio­nale fina­liz­zata ad avviare il supe­ra­mento di disu­gua­glianze e di pri­vi­legi incom­pa­ti­bili con lo Stato demo­cra­tico moderno (art. 3).

Signi­fica che non può rea­li­sti­ca­mente pog­giare sull’impalcatura dello Stato libe­rale del secolo pre­ce­dente, ma neces­sita di un assetto demo­cra­tico che inve­sta tutte le strut­ture eco­no­mi­che e sociali.
Coe­ren­te­mente, l’art. 4 sta­bi­li­sce che la Repub­blica rico­no­sce a tutti i cit­ta­dini il diritto al lavoro e si impe­gna a pro­muo­vere le con­di­zioni che ren­dano effet­tivo que­sto diritto.

Que­sti prin­cipi non sono spun­tati per caso, sono frutto di un’evoluzione eco­no­mica e sociale irre­ver­si­bile e non mole­sta­bile dai mes­sag­gini e dalle astu­zie governativi.

La Grande Guerra, la crisi dello Stato libe­rale e degli assetti eco­no­mici e poli­tici, il suf­fra­gio uni­ver­sale , la con­se­guente mol­ti­pli­ca­zione dei con­flitti nella società e nelle isti­tu­zioni democratico-liberali ave­vano già con­dotto a inde­bo­lire il mono­po­lio poli­tico della bor­ghe­sia , che fece i conti con l’esigenza di con­tem­pe­rare i pro­pri inte­ressi (incen­trati sulla libera ini­zia­tiva eco­no­mica e sulla pro­prietà pri­vata) con le riven­di­ca­zioni egua­li­ta­rie espresse dalle orga­niz­za­zioni poli­ti­che e sin­da­cali, sul piano dei diritti fon­da­men­tali e del benes­sere In Europa e in Ita­lia, dopo la seconda guerra mon­diale, si approda al costi­tu­zio­na­li­smo moderno, alla costi­tu­zione eco­no­mica, all’economia mista in cui si limita l’individualismo libe­rale e si dà spa­zio al prin­ci­pio di soli­da­rietà, ante­po­nendo l’interesse col­let­tivo a quello dei sin­goli, con una con­ce­zione sostan­zia­li­stica dell’uguaglianza.

I Costi­tuenti inte­sero porre quindi le con­di­zioni per una demo­cra­zia effet­tiva, appa­rendo evi­dente che la demo­cra­zia poli­tica si riduce a mera fac­ciata se non accom­pa­gnata dalla giu­sti­zia sociale, cioè dalla limi­ta­zione dei cen­tri di potere troppo forti e pre­va­ri­canti , pro­tetti dalla ingo­ver­na­bili regole del mer­cato. Di qui la neces­sità di coor­di­nare le ini­zia­tive impren­di­to­riali pri­vate in un qua­dro di piani per il con­se­gui­mento degli obiet­tivi dello Stato sociale.

L’ultimo comma dell’art. 41 affida alla legge di deter­mi­nare i “pro­grammi “ rivolti ad indi­riz­zare e coor­di­nare a fini sociali l’attività eco­no­mica pub­blica e pri­vata, fon­dati su reci­pro­che cono­scenze di ini­zia­tive e di linee di inve­sti­menti, nella pro­spet­tiva di svi­luppo dell’economia.

Que­sta cul­tura rifor­mi­sta era radi­cata nell’area di sini­stra (in primo luogo Lom­bardi e Gio­litti) con una forte pre­senza laica e cat­to­lica (La Malfa, Mor­tati, Sara­ceno), acco­mu­nati dalla con­sa­pe­vo­lezza che solo una pia­ni­fi­ca­zione fon­data sul pri­mato del col­let­tivo sull’individuale, sul pri­mato dello Stato sul mer­cato avrebbe potuto sanare le disu­gua­glianze ben visi­bili nella nostra società.

Coe­ren­te­mente la prima ver­sione del governo di cen­tro sini­stra pre­ve­deva l’approvazione in par­la­mento di una legge intro­dut­tiva della demo­cra­zia eco­no­mica, il tra­sfe­ri­mento alle isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive pub­bli­che del potere di inci­dere sulle scelte eco­no­mi­che di fondo, allora (ed oggi) in esclu­siva gestione dei ceti deten­tori del capi­tale privato.

Que­sta eufo­ria rifor­mi­sta si dis­solse però con la dram­ma­tica con­clu­sione della crisi del primo governo orga­nico di cen­tro sini­stra, nato il 4 dicem­bre 1963. La crisi, ini­ziata a fine giu­gno del 1964 si era con­clusa sotto l’influsso di voci su un colpo di stato con un nuovo accordo del 18 luglio suc­ces­sivo, in cui le grandi riforme (regioni, pro­gram­ma­zione , legge urba­ni­stica) erano state ridi­men­sio­nate o accantonate .

Tra­la­sciamo le ori­gini poli­ti­che del tin­tin­nio di scia­bole per­ce­pito da Nenni il 14 luglio 1964 e il per­vi­cace silen­zio dei gior­na­li­sti impan­cati a sto­rici su que­sto nero epi­so­dio. Punto fon­da­men­tale rimane la man­cata solu­zione del pro­blema della demo­cra­zia eco­no­mica, tra­volto dal trionfo delle pri­va­tiz­za­zioni di beni essen­ziali, dalle dismis­sioni a costo disa­stroso di aziende pub­bli­che basi­lari (accia­ie­rie in pri­mis), dal nau­fra­gio della que­stione meri­dio­nale (esem­plare l’invio degli indu­striali del Centro-Nord non di inve­sti­menti ma di rifiuti tossici).

Il ruolo fon­da­men­tale per lo Stato impren­di­tore non è espres­sione di nostal­gie di set­tan­tenni, come dimo­stra la nuova ondata di eco­no­mi­sti, che, a fianco della ana­lisi degli effetti nega­tivi, sul piano sociale ed eco­no­mico, della legge del libero mer­cato, mette in evi­denza il ruolo trai­nante dello Stato per supe­rare le natu­rali disu­gua­glianze del capi­ta­li­smo. In una fase sto­rica di deci­sivo ruolo dei mezzi di comu­ni­ca­zione è molto rile­vante il soste­gno al pri­mato dell’impresa pri­vata affi­dato a favole media­ti­che dif­fuse con soler­zia, oltre che dai grandi quo­ti­diani anche da chi è salito ad alti ruoli isti­tu­zio­nali in nome e per conto della classe dei lavoratori.

Esi­ste la dif­fusa opi­nione che per favo­rire la ripresa occorre un passo indie­tro dello Stato, in modo che lo spi­rito impren­di­to­riale e la capa­cità di inno­va­zione del set­tore pri­vato pos­sano dispie­gare tutta la loro forza. Secondo Mariana Maz­zu­cato (Lo Stato innova­tore, Laterza), ci si affida al sogno di mer­cati che gover­ne­reb­bero il mondo in modo otti­male se solo lo Stato li lasciasse fare. I media, le imprese e i poli­tici ultra­li­be­ri­sti (auten­tici o masche­rati da pro­gres­si­sti) attin­gono a que­sta con­trap­po­si­zione di comodo e ali­men­tano la dico­to­mia fra un set­tore pri­vato “rivo­lu­zio­na­rio”, dina­mico inno­va­tivo e com­pe­ti­tivo , e un set­tore pub­blico lento, buro­cra­tico, immo­bi­li­sta, che intral­cia l’economia. Il mes­sag­gio è ripe­tuto con tale fre­quenza che tanti lo accet­tano come verità scon­tata e molti sono addi­rit­tura con­vinti che la crisi finan­zia­ria del 2007, che nel giro di poco tempo si è tra­sfor­mata in una crisi eco­no­mica, sia stata pro­vo­cata dal debito pubblico.

La sem­pre più fre­quente “ester­na­liz­za­zione” dei ser­vizi pub­blici al set­tore pri­vato risponde poi all’argomento dell’efficienza , ma nes­suno ha mai effet­tuato un’analisi di risparmi in ter­mini di costi reali, spe­cial­mente se si aggiunge al conto la man­canza di con­trollo e i costi assurdi che ne conseguono.

Quando non sono impe­gnate a far pres­sione sullo Stato per otte­nere misure di sup­porto – da impie­gare anche all’estero-, le lobby indu­striali nelle aree più dispa­rate invo­cano la libertà dalla longa manus dello Stato, visto come un appa­rato che sof­foca la loro capa­cità di creare ric­chezza, impo­nendo norme a tutela dei lavo­ra­tori e del patri­mo­nio col­let­tivo. Nell’eurozona si sostiene che tutti i mali dei paesi della “peri­fe­ria”, come Por­to­gallo e Ita­lia, deri­vano dalla pre­senza di uno Stato spen­dac­cione, igno­rando i dati che mostrano come que­sti paesi siano carat­te­riz­zati da un immo­bi­li­smo del set­tore pub­blico che non rea­lizza quel tipo di inve­sti­menti stra­te­gici che i paesi del “noc­ciolo duro” di mag­gior suc­cesso, come la Ger­ma­nia, por­tano avanti da decenni (ivi, 27 e 226 ss).

C’è poi la favola nar­rata dal nostro governo sull’imprenditore buono ed umano, che in que­sto momento di crisi merita di riac­qui­stare la libertà –coar­tata dalle leggi ispi­rate alla Costi­tu­zione– di licen­ziare quanti e quando fosse con­forme agli inte­ressi suoi e in primo luogo dei gio­vani disoc­cu­pati, che sul suo onore si impe­gna ad assu­mere, in cam­bio di una nor­ma­tiva moder­na­mente indi­pen­dente dalla Costituzione .

In con­clu­sione, a fronte dei moderni “costi­tuenti”, aper­ta­mente par­ti­giani del capi­tale pri­vato e dei suoi cen­tri di potere, pro­tetti dalle ingo­ver­na­bili regole del mer­cato, meri­tano rin­no­vata fidu­cia i Costi­tuenti per i quali era evi­dente che la demo­cra­zia poli­tica si riduce a mera fac­ciata se non garan­tita dalla demo­cra­zia eco­no­mica. La realtà è sem­plice: non è suf­fi­ciente difen­dere le norme sul bica­me­ra­li­smo per­fetto se ci si dimen­tica che è al di fuori delle assem­blee elette dai cit­ta­dini che si decide in via esclu­siva il destino della col­let­ti­vità; se si tra­scura la neces­sità di supe­rare la sepa­ra­zione tra sfera eco­no­mica e sfera poli­tica e di tra­sfe­rire alle isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive pub­bli­che il potere di inci­dere sulle scelte eco­no­mi­che di fondo.

Se la Repub­blica rico­no­sce a tutti i cit­ta­dini il diritto al lavoro, è uno Stato deli­be­ra­ta­mente inter­ven­ti­sta che deve impe­gnarsi a pro­muo­vere le con­di­zioni che ren­dano effet­tivo que­sto diritto , per­se­guendo fina­lità sociali non sem­pre com­pa­ti­bili con la logica del profitto.

La sini­stra è tutta qui.

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