Guerriglia e attentati nel Paese senza pace ecco chi sono i padroni della Libia

Guerriglia e attentati nel Paese senza pace ecco chi sono i padroni della Libia

TRIPOLI. NELLA notte di Tripoli accadono le cose più impensabili. Giovedì, fra l’una e le due, in quei momenti di serena frenesia che precedono il venerdì islamico, puoi sederti al ristorante e mangiare tranquillo il miglior pesce del Mediterraneo. “Barracuda” è uno dei locali sul lungomare, come ce ne sono quattro o cinque a Tripoli: adesso è affollato da decine di giovani maschi, i cuochi cucinano alla brace il pesce scelto sui grandi banconi all’ingresso; ma alle dieci di sera qui passano anche famiglie, gruppi di donne in libera uscita. L’altra sera è venuto anche l’ambasciatore d’Italia Giuseppe Buccino, l’ultimo diplomatico rimasto in città: dopo mesi di assedio è tornato a girare tranquillo, naturalmente con i suoi otto carabinieri di scorta, ma anche questo a Tripoli è normale.
Il cameriere tunisino convoca il cuoco egiziano per decidere come cucinare il pesce, e insieme senza saperlo ci offrono piccoli dettagli geo-economici che aiutano a definire il quadro di una città che dalla guerra di agosto è ritornata alla tregua e quindi ai commerci. In Libia si combatte ancora a Est, attorno a Bengasi, e in misura minore a Kikla, verso il confine tunisino. Ma Tripoli e Misurata — apparentemente — sono tranquille. Certo l’altra notte gli islamisti hanno messo a segno un colpo, hanno smantellato la fontana della “donna con la gazzella”, un bronzo del 1932 di Angiolo Vannetti che gli italiani avevano piazzato al centro di una rotatoria. La donna era a seno scoperto: i salafiti distruggono anche le moschee non ortodosse, immaginarsi le statue in topless. Eppure negozi e scuole hanno riaperto, è ripresa la pesca, la distribuzione di alimentari e carburanti è normale. Iniziano a rientrare camerieri e lavoranti tunisini, egiziani, filippini, ritornano anche i primi espatriati occidentali nel mondo del petrolio.
L’ordine di Misurata regna su Tripoli. I nuovi padroni della città, i commercianti misuratini e le milizie islamiche loro alleate, fanno funzionare tutti i servizi pubblici e stanno offrendo ai tripolini quel pizzico di sicurezza che basta a un popolo abituato a sopravvivere a mille torture. In luglio e agosto la milizia di questa città-porto che sorge a 200 chilometri dalla capitale ha combattuto e vinto la battaglia contro la milizia di Zintan che occupava da 3 anni l’aeroporto internazionale. Misurata e Zintan durante la rivoluzione sono state le milizie- città che sul terreno hanno sconfitto le brigate di Gheddafi. Poi si sono divise. Zintan, con un pugno di uomini, si era trincerata all’aeroporto internazionale per attaccarsi alla vena giugulare della capitale e provare a succhiare sangue (diritti doganali, ma innanzitutto traffici e contrabbandi di ogni tipo, a partire da armi e droga).
I misuratini e i loro alleati islamisti sono usciti sconfitti dalle elezioni politiche del 25 giugno; e allora hanno deciso di riequilibrare la partita sul piano militare, perché in Libia guerra e politica sono sempre più un tutt’uno. Adesso la situazione sul terreno vede l’alleanza Misurata-islamisti controllare buona parte della Tripolitania, con accordi con tribù e città in Cirenaica e nel Fezzan. Mentre quelli di Zintan sono assediati nelle loro montagne dalle milizia guidate dal capo militare di Misurata, Salah Badi. Sperano in un aiuto dall’Est dagli uomini del generale-rinnegato Khalifa Haftar: questo ex ufficiale gheddafiano che ha vissuto per 20 anni negli Usa protetto dalla Cia, adesso combatte a Bengasi con le armi dell’Egitto contro i veri integralisti islamici, quelli di Ansar Al Sharia che sono radicati nella regione.
Cambia la scena, è sempre notte, ci spostiamo in un hotel: l’amico misuratino riesce a organizzare un incontro con uno dei due primi ministri di Libia, Omar Al Hassi. Sì, perché oggi in Libia ci sono un premier a Tripoli (insediato dai misuratini) e uno a Tobruk, appoggiato da Haftar e dagli egiziani. Quello di Tripoli ha il potere militare, controlla la città ma non ha legittimità politica internazionale. Quell’altro, che si chiama Al Thinni, al contrario ha legittimità politica formale perché è stato designato dal parlamento eletto il 25 giugno. Ma questa “House of Rappresentatives” non si è mai riunita a Tripoli, è costretta a radunarsi in un albergo di Tobruk dopo essere stata votata da soli 600 mila cittadini sui 6 milioni di libici. Al Thinni non ha potere militare e sembra avere scarsissima capacità di creare alleanze con la maggioranza della Libia, che invece si sta spostando verso i misuratini. Il potere glielo danno gli egiziani, che sostengono l’armata brancaleone del generale Haftar, assieme ai finanziamenti e ai cacciabombardieri di Arabia Saudita ed Emirati. Mentre i misuratini sono appoggiati da Qatar e Turchia, che anche dopo il fallimento di Morsi in Egitto continuano a sostenere i Fratelli Musulmani nella regione.
Al Hassi tiene corte all’hotel Bab al Bahr, un vecchio albergo gheddafiano in riva al mare. Il “premier parallelo”, è un professore di ingegneria di Bengasi, ma ragiona e parla quasi come un filosofo. Spiega quali sono stati gli errori della rivoluzione, essersi affidata per troppo tempo ad uomini post-gheddafiani o che avevano tradito il colonnello da poco. «Anche voi italiani, i nostri amici del 2011, sembrate scomparsi…».
Dicono che Hassi, sia un integralista: «Non sono un islamista, e non ho fatto parte o appoggiato nessun gruppo integralista» Aiutò un islamista a fuggire da un ospedale di Bengasi, ma allora loro erano tra gli oppositori di Gheddafi, e anche lui ha trascorso anni nelle carceri del regime. «Anche voi, anche la Nato ha appoggiato e armato gli islamisti: ci sono islamisti perché questo è un paese islamico, e assieme a quelli di loro che hanno scelto la politica dobbiamo combattere i terroristi, che sono altri. Bisogna sostenere chi costruirà il futuro politico della Libia. E per farlo siamo pronti a combattere». La notte di Tripoli è tranquilla e pacifica. Ma l’idea che avanza è una soltanto: questa è una tregua, e c’è chi lavora per farla saltare.


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