I 43 uccisi su ordine del sindaco

Trovati i resti degli studenti. Le rivelazioni di tre criminali: «Bruciati su una pira»

Guido Olimpio, Corriere della Sera redazione • 9/11/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 926 Viste

WASHINGTON I 43 studenti di Iguala sono ancora considerati degli scomparsi. Perché le ossa trovate in alcune fosse comuni e in un torrente non sono per ora identificabili. Toccherà all’esperto austriaco Parson Walther, che ha indagato sui resti della famiglia dello zar, dare la risposta alle autorità. E a quello si aggrappano i genitori dei ragazzi, fatti sparire alla fine di settembre da agenti e narcos: «Per noi sono ancora vivi» gridano padri e madri in faccia alle autorità messicane che ora vogliono chiudere, in fretta, il caso. Infatti, hanno offerto ai media i tre rei confessi.
El Jona, El Pato e El Chereje ricostruiscono quello che è accaduto il 26 settembre.
Gli agenti bloccano, sparando, i bus che trasportano gli studenti. Alcuni sono uccisi. Un altro lo trovano cadavere, con il volto scorticato e senza occhi. Il resto sono infilati nei suv e in un camion dell’immondizia, un corteo che trasporta il carico umano nella discarica di Loma de Coyote, poco fuori Iguala, Stato di Guerrero, 192 chilometri a sud della capitale. Quindici arrivano senza vita. Asfissiati.
Ad attendere gli ostaggi ci sono i gatilleros , i sicari dei Guerreros Unidos. Li fanno scendere per sottoporli a un rapido interrogatorio. Lo prevede il manuale non scritto dei narcos che, talvolta, si divertono a filmare la scena poi postata su YouTube. I banditi vogliono sapere se, come ha ipotizzato uno dei loro capi, detto El Gil, gli studenti sono al servizio degli avversari, i Los Rojos. Una menzogna. Infatti gli studenti negano qualsiasi legame. Ma serve a poco, li ammazzano.
Entrano in scena El Tuerto e El Bimbo che organizzano la pira come fosse un falò di campagna. Pietre disposte tutte intorno, rifiuti della discarica, qualche copertone e poi un’innaffiata di benzina sui cadaveri. Bruceranno a lungo quei corpi, «quattordici ore», precisa El Chereje nella sua dichiarazione, che però non ricorda esattamente il numero delle vittime: «44 o 43». Il giorno dopo, quando i resti sono diventati cenere, li sparpagliano tra una fossa comune dentro sacchi dell’immondizia e il vicino fiume San Juan.
Parole che vanno registrate ma pesate, in quanto le autorità hanno bisogno di offrire all’opinione pubblica gli autori materiali. Infatti i genitori dei ragazzi non si fidano, chiedono che le analisi siano condotte da esperti argentini.
Dubbi, invece, non sembrano esserci sui mandanti. C’è una piramide della morte dietro questo eccidio, con in cima la coppia reale: il sindaco di Iguala José Luis Abarca e la moglie Maria, entrambi in arresto.
Lui, uomo corrotto e coinvolto nell’omicidio (mai perseguito) di un attivista, ha ordinato di fermare gli studenti. Temeva che potessero inscenare una manifestazione di protesta al comizio della «regina», come chiamano la consorte. Probabile che gli esecutori siano andati oltre, sperando che la verità rimanesse sepolta nella discarica.
Il braccio dell’agguato è composto da molti personaggi. Il capo della polizia municipale, Felipe Flores, ancora latitante. Gilardo Astudillo, alias El Gil, e Sindronio Casarrubias, il leader dei Guerreros Unidos, il primo fuggiasco e il secondo in manette. Benjamim Mondragon, altro esponente della gang, che si è tolto la vita. Infine la manovalanza, i poliziotti e i pistoleri, fermati a decine da un imponente dispositivo di sicurezza mobilitato, tardivamente, dal presidente Peña Nieto.
Il patto criminale in questo angolo di Messico non è nato per caso. Abarca era quasi sconosciuto ed è diventato sindaco. La moglie, ambiziosa e appariscente, gli ha garantito l’appoggio della famiglia. Due suoi fratelli facevano parte dei Beltran Leyva, il cartello che ingloba anche i Guerreros: sono stati eliminati nel 2009. Un terzo è finito per qualche tempo in galera. È in questo ambiente che cresce l’alleanza tra Abarca e la banda, alla quale paga il pizzo.
Iguala non è un’eccezione, ma solo l’esempio più noto. Quei 43 aspiranti maestri sono in un elenco di quasi 25 mila persone svanite nel buco nero della guerra messicana. E tanti di loro restano dei desaparecidos mai citati sulla pagina di un giornale.
Guido Olimpio

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