Iran, stretta finale verso l’accordo

Iran, stretta finale verso l’accordo

VIENNA Qualcosa d’importante è successo nella trattativa nucleare con l’Iran, apertasi martedì nella capitale austriaca in un clima di grande incertezza. Ma il colpo di scena di ieri pomeriggio rimane di difficile lettura. A tre giorni dalla scadenza di lunedì, data ultima fissata per un accordo, i tre ministri occidentali presenti, l’americano John Kerry, il francese Laurent Fabius e il britannico Philip Hammond hanno fatto sapere che avrebbero lasciato Vienna, per tornarvi al momento opportuno. A motivare la scelta, l’annuncio di Mohammad Javad Zarif, il capo della diplomazia iraniana, di voler far ritorno a Teheran, per consultarsi con i vertici politici e religiosi del regime sciita, prima di lanciarsi nella fase finale della trattativa.
Ma all’improvviso i piani dell’inviato persiano sono cambiati: «I colloqui non hanno raggiunto uno stadio tale da rendere necessario che torni in Iran. Quindi Zarif rimane e i negoziati continuano», hanno fatto sapere fonti della sua delegazione all’agenzia Irna . Da parte occidentale invece nessun cambiamento, ma una mossa a sorpresa: prima di volare a Parigi insieme a Fabius, Kerry in serata ha incontrato nuovamente il collega iraniano, un faccia a faccia non previsto e coperto dal più grande riserbo. «La situazione è fluida», ha commentato il segretario di Stato americano.
Non è chiaro cos’abbia causato il ripensamento di Zarif. Secondo fonti vicine alla trattativa, il ministro iraniano avrebbe ricevuto dai 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) la bozza di un possibile accordo, con le modalità del baratto che punta a inibire la capacità di Teheran di dotarsi dell’arma atomica, in cambio della rimozione delle sanzioni occidentali, che hanno devastato l’economia iraniana. Probabilmente non soddisfatto dei termini, Zarif vorrebbe strappare alcune concessioni prima di tornare in patria, dove deve ottenere un difficile avallo politico dalla guida suprema, l’ayatollah Khamenei.
Certo è che la situazione sia in grande movimento. Dopo un colloquio a tre con Zarif e Lady Ashton, alla sua ultima missione da inviato della Ue, ieri pomeriggio Kerry ha parlato al telefono con il collega russo Sergei Lavrov, atteso per questa sera a Vienna. Secondo la versione di Mosca, i due si sono trovati d’accordo che «ulteriori sforzi» sono necessari per giungere all’intesa entro dopodomani e non hanno escluso la convocazione di una riunione straordinaria di tutti i ministri degli Esteri coinvolti nella partita.
I nodi più difficili da sciogliere, quelli su cui può naufragare l’intero processo, rimangono due: la capacità dell’Iran di arricchire l’uranio, misurata dal numero di centrifughe e dalla dimensione delle sue riserve di materiale fissile già arricchito. E il calendario di smantellamento delle sanzioni. Teheran dispone attualmente di 19 mila centrifughe, di cui poco più di 10 mila in attività. Secondo i calcoli dell’Aiea, se fossero tutte operative, le basterebbero pochi mesi per produrre abbastanza uranio da armare una testata atomica. E’ il cosiddetto «break-out time», che gli occidentali vorrebbero lungo almeno un anno, riducendo a meno di 4 mila il numero delle centrifughe in funzione e congelando le altre, sotto un severissimo regime di controllo internazionale. L’Iran ha fin qui rifiutato. A complicare tutto è il destino del reattore ad acqua pesante in costruzione ad Arak, che produrrà plutonio e che gli occidentali vorrebbero chiudere o ridimensionare.
In cambio dei limiti al proprio programma nucleare, che dovrebbe comunque essere solo civile, Teheran invoca un «big bang» sulle sanzioni, abolite tutte e subito, mentre i 5+1 vogliono smantellarle passo dopo passo, solo dopo aver verificato il pieno rispetto delle intese.
Ma in fondo, pur decisivi, i dettagli dell’intesa, definita al 95% come ripetono le fonti, hanno importanza relativa. Perché nella partita viennese, la posta è molto più grande del futuro dell’industria nucleare iraniana. Per tutti. Per Obama, che cerca un successo di politica estera col quale ridefinire e rilanciare la propria presidenza: il ritorno dell’Iran potrebbe infatti aiutarlo nella lotta all’Isis e nella soluzione delle crisi siriana e irachena. Per l’attuale dirigenza di Teheran, dove il presidente Rouhani combatte la sua battaglia con i duri del regime. Per Israele, che considera il regime persiano un pericolo esistenziale. Per i sauditi, che vedono minacciato il loro ruolo nella regione dalla rinascita dei cugini sciiti.
Paolo Valentino


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