James K. Galbraith: «Cara Europa, il welfare è comune»

Intervista. L’economista James K. Galbraith: «Gli Usa sono usciti perché lo Stato sociale ha funzionato meglio. La Ue deve estendere al sud le garanzie del nord»

Alessandro Bramucci, il manifesto redazione • 21/11/2014 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Welfare & Politiche sociali • 677 Viste

Pro­fes­sore presso la Lyn­don B. John­son School of Public Affairs dell’Università del Texas, James Ken­neth Gal­braith è anche Senior Scho­lar presso il Levy Eco­no­mics Insti­tute of Bard Col­lege, mem­bro del comi­tato ese­cu­tivo della World Eco­no­mics Asso­cia­tion e mem­bro estero dell’Accademia dei Lincei.

Lo abbiamo inter­vi­stato a Roma, dove si tro­vava per una serie di semi­nari e con­fe­renze. Qual­che mese fa è uscito ultimo libro The end of nor­mal, di pros­sima pub­bli­ca­zione anche in Italia.

Dopo otto anni di crisi emer­gono segnali con­trad­dit­tori: negli Usa gli elet­tori hanno garan­tito al par­tito repub­bli­cano la mag­gio­ranza anche al Senato, men­tre all’interno dell’Ue si allar­gano i fronti della protesta.

Negli Usa ci sono diversi fat­tori che hanno con­tri­buito al cam­bio di orien­ta­mento poli­tico degli elet­tori. La prima è la nor­male rea­zione verso l’amministrazione in carica. La stessa cosa è acca­duta all’amministrazione Bush nel 2006, e nella sto­ria poli­tica ame­ri­cana si tro­vano sol­tanto una man­ciata di ecce­zioni a que­sta ten­denza. Il secondo fat­tore è senza dub­bio la gene­rale dimi­nu­zione dell’affluenza alle urne nelle ele­zioni di medio ter­mine. Que­sto vale in par­ti­co­lare per i meno abbienti e le mino­ranze, men­tre la par­te­ci­pa­zione degli elet­tori bian­chi adulti, il cuore dell’elettorato repub­bli­cano, rimane costante. Terzo, sono state intro­dotte di recente restri­zioni alle regole sulle pro­ce­dure di voto che sco­rag­giano la par­te­ci­pa­zione alle urne. Quarto, molti sena­tori che sareb­bero stati rie­letti sono andati in pen­sione, ad esem­pio in Iowa e Michi­gan. Tutti que­sti ele­menti sug­ge­ri­scono che non stiamo assi­stendo a un feno­meno di lungo periodo quanto piut­to­sto a un evento con­tin­gente che non avrà neces­sa­ria­mente influenza sulle ele­zioni pre­si­den­ziali del 2016. Spo­stan­doci in Europa, si può notare che men­tre nel Nord c’è essen­zial­mente uno spo­sta­mento verso destra in ter­mini di poli­tica eco­no­mica, nel Sud dell’Europa — in Ita­lia, ma sicu­ra­mente pre­sto anche in Gre­cia e Spa­gna — cre­sce il con­senso verso il rigetto delle poli­ti­che di auste­rità e verso un’interpretazione mag­gior­mente sen­si­bile e legal­mente cor­retta dei trat­tati euro­pei. Se i paesi del Sud Europa saranno in grado di costruire una visione poli­tica comune coe­rente da opporre alla visione del blocco dei paesi del Nord, assi­ste­remo a un dibat­tito dai risul­tati imprevedibili.

A pro­po­sito di poli­ti­che mone­ta­rie espan­sive, pensa che il pre­si­dente della Bce Mario Dra­ghi riu­scirà a pre­va­lere sulle posi­zioni tedesche?

Il quan­ti­ta­tive easing di Dra­ghi pre­vede di finan­ziare un piano di inve­sti­menti attra­verso l’acquisto di titoli della Bei. Se Dra­ghi riu­scirà ad attuare que­sto piano espan­sivo man­te­nendo il prezzo dei titoli dell’istituto alto e il loro ren­di­mento basso, penso che non ci saranno obie­zioni da parte tede­sca. Le obie­zioni sareb­bero di certo sull’acquisto diretto di titoli di stato da parte della Bce, ma non penso ci saranno obie­zioni se la Bce acqui­sterà titoli della Bei.

Pensa che la crisi che attra­versa l’Europa sia un momento di tran­si­zione del wel­fare state euro­peo verso un modello simile al sistema americano?

Dob­biamo rico­no­scere che dall’inizio della crisi eco­no­mica il sistema di wel­fare state ame­ri­cano ha fun­zio­nato in gene­rale molto meglio di quello euro­peo. La ragione risiede nel fatto che noi abbiamo un sostan­ziale sistema di tra­sfe­ri­menti fiscali a livello fede­rale verso indi­vi­dui e fami­glie, come anche un sistema di tra­sfe­ri­menti fiscali del governo cen­trale verso i sin­goli governi di ogni stato. Il red­dito perso a causa della crisi, in par­ti­co­lare dalle fasce di red­dito più deboli, è stato sosti­tuto da una serie di misure come assi­cu­ra­zioni sulla disoc­cu­pa­zione, poli­ti­che sociali che inclu­de­vano assi­stenza nutri­zio­nale e sani­ta­ria, assi­cu­ra­zioni sulla disa­bi­lità e più in gene­rale un aumento della spesa pub­blica per l’assistenza medica. Oggi i paesi del sud Europa sono ancora in crisi, men­tre gli Stati Uniti per lo più no. Gli euro­pei devono ren­dersi conto che anche negli Stati uniti esi­ste un sistema di wel­fare state e che, al con­tra­rio dell’Europa, è molto fles­si­bile. Que­sta fles­si­bi­lità ha per­messo una rapida ripresa eco­no­mica. Se i paesi euro­pei abban­do­nano l’idea di avere un sistema di wel­fare com­pren­sivo, cosa che in parte è già avve­nuta, si avvie­ranno verso il disa­stro eco­no­mico. È fon­da­men­tale quindi che i paesi capi­scano che per uscire dalla crisi occorre esten­dere la soli­da­rietà su tutto il ter­ri­to­rio euro­peo. Non può essere solo per fran­cesi, tede­schi o danesi ma deve essere equa­mente acces­si­bile anche ai cit­ta­dini del Sud Europa.

Abbiamo visto con quale dif­fi­coltà gli aiuti finan­ziari sono stati garan­titi alla Gre­cia, e come gran parte dei media con­ser­va­tori, in Ger­ma­nia ad esem­pio, hanno ritratto i cit­ta­dini del sud Europa. Come sarà pos­si­bile par­lare di soli­da­rietà in Europa?

Guar­diamo pro­prio al caso tede­sco. I tede­schi hanno capito bene l’importanza e il signi­fi­cato della soli­da­rietà nel secondo dopo­guerra, quando la ripresa eco­no­mica della Ger­ma­nia Fede­rale è stata pos­si­bile pro­prio gra­zie alla soli­da­rietà rice­vuta dagli Stati Uniti e da quelli che sareb­bero diven­tati i futuri part­ner euro­pei. La ripresa eco­no­mica dopo l’unificazione è stata basata pro­prio sull’espansione della soli­da­rietà ai cit­ta­dini della Ger­ma­nia Est. Que­sta tra­di­zione è molto forte e non è una sor­presa che i media stiano cer­cando di inter­rom­perla. Deve essere il governo tede­sco a pre­sen­tare una forte alter­na­tiva all’immagine che pro­pon­gono i media, pro­prio basata sulla solidarietà.

Che cosa pensa della moneta unica e della gover­nance mone­ta­ria che i paesi euro­pei hanno costruito? 

La crisi eco­no­mica è glo­bale. Il suo effetto in Europa è stato ampli­fi­cato dalle carenze delle isti­tu­zioni eco­no­mi­che e dall’ideologia che le governa. Negli Stati Uniti le isti­tu­zioni eco­no­mi­che sono figlie del New Deal e di Key­nes, con un’attenzione for­tis­sima agli aspetti sociali dell’economia. Negli anni que­ste isti­tu­zioni sono state inde­bo­lite, ma non sono scom­parse. Se guar­diamo al man­dato della Banca Cen­trale negli Stati Uniti notiamo che ci sono due ele­menti prin­ci­pali: il pieno impiego e sta­bi­lità dei prezzi. In Europa l’obiettivo della Bce è la sta­bi­lità dei prezzi. Un non senso totale, fuori da ogni logica. I trat­tati dell’Unione euro­pea sono stati scritti negli anni Set­tanta e Ottanta, quando quelle idee erano for­te­mente di moda.

Ci sono movi­menti che pro­muo­vono l’uscita dalla moneta unica. Sarebbe la scelta giusta?

Asso­lu­ta­mente no. L’Italia è uno dei mem­bri fon­da­tori del pro­getto euro­peo ed è una delle eco­no­mie più forti dell’area. Anche greci, spa­gnoli e por­to­ghesi cre­dono al pro­getto euro­peo. La grande stra­te­gia, come del resto la grande sfida per la sini­stra del sud Europa, sarà cam­biare l’Europa, non distruggerla.

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