Kamikaze al torneo di pallavolo Strage in Afghanistan: 50 morti

Tra le vittime soprattutto giovani atleti e spettatori. Almeno 60 i feriti

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 24/11/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 731 Viste

No al gioco, no al divertimento e no a qualsiasi tipo di svago nel privato della casa e soprattutto in pubblico. Torna ad essere imposto con la violenza l’antico principio talebano che prima dell’invasione americana dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 era giunto a fustigare i bambini colti a far volare gli aquiloni e i rari taxisti scoperti ad ascoltare musiche con voci femminili. Ieri un kamikaze imbottito di esplosivo si è mischiato alla folla di spettatori, soprattutto giovani e giovanissimi, arrivati da tre province dell’Afghanistan orientale nella regione di Paktika per assistere al torneo di pallavolo.
Alcuni affermano fosse a bordo di una moto, altri a piedi. Ma sono dettagli. Quando l’attentatore è stato certo di poter compiere la strage ha fatto brillare la cintura-bomba. Polizia e ospedali di Yahyakhail, il distretto colpito, segnalano una cinquantina di morti e oltre 60 feriti. Quasi tutte le vittime sono civili. Come del resto erano civili la novantina di morti provocati a metà luglio nella stessa zona, ma quella volta nel cuore del mercato popolare, da un altro estremista suicida.
Ieri sera non era giunta alcuna rivendicazione. Tuttavia, i commentatori sono unanimi nell’accusare i talebani e i gruppi loro alleati operanti sia in Afghanistan che nelle Zone Tribali pachistane. Paktika confina direttamente con il Waziristan, una delle province pachistane dove i talebani sono storicamente radicati. Negli ultimi mesi l’intensificarsi delle operazioni antiguerriglia dell’esercito pachistano, compreso lo spostamento forzato di oltre mezzo milione di civili, ha spinto diversi talebani locali verso l’Afghanistan orientale scatenando l’allarme di Kabul. Ma la spiegazione più ovvia della nuova strage va ricercata nell’intensificarsi dell’offensiva talebana contro il governo di unità nazionale diretto dal neopresidente Ashraf Ghani all’ombra del graduale ritiro delle truppe Nato. Un avvenimento epocale per il Paese. Sino a pochi anni fa il contingente internazionale sfiorava 180.000 effettivi. Ora è sceso a meno di 20.000. Gli ultimi accordi tra Ghani e Washington prevedono adesso che circa 12.000 soldati stranieri restino nel Paese con lo scopo di addestrare gli oltre 350.000 uomini delle forze di sicurezza afghane anche dopo il 31 dicembre. Di questi, 9.800 sarebbero americani, gli altri 2.200 dovrebbero contare italiani, tedeschi e turchi. Gli italiani resterebbero operativi nella zona di Herat, ma dimezzati rispetto agli attuali circa duemila.
E tuttavia la situazione è volatile. Le organizzazioni umanitarie internazionali valutano a oltre 5.000 i morti provocati negli attentati dei primi sei mesi dell’anno. I talebani intensificano gli attacchi contro esercito e polizia locali. Nelle regioni a maggioranza pashtun nel Sudest creano amministrazioni ombra e continuano la campagna di assassinii mirati contro i funzionari dello Stato centrale. In questo quadro, solo pochi giorni fa Obama si è visto costretto a contraddire la speranza di terminare qualsiasi coinvolgimento militare: i soldati americani potrebbero continuare a lungo le operazioni antitalebane.
Lorenzo Cremonesi

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