L’asse Camusso Landini per il sindacato-movimento “La partita non è chiusa”

ROMA . «Renzi non può pensare che solo lui gioca a 360 gradi. Lo facciamo e lo faremo anche noi». In questa frase di Maurizio Landini c’è tutta la strategia del sindacato- movimento che il leader della Fiom persegue da tempo. La stessa che interpretò più di dieci anni fa Sergio Cofferati, segretario della Cgil, nell’opposizione, allora, al governo Berlusconi e poi, poco dopo, anche alla guerra in Iran.
L’asse Camusso-Landini, con il significativo abbraccio ieri a Milano nel corteo dei metalmeccanici, la ripropone con una variante però decisiva: l’attuale governo è guidato dal segretario del Pd, al quale è ancora iscritta una larga parte del gruppo dirigente della Cgil, Camusso compresa. Renzi — ha scritto su questo giornale Ilvo Diamanti — “si è definito di Sinistra e ha aderito al Partito del Socialismo Europeo. Ma si è orientato al centro. Volgendo lo sguardo più in là. A Centro-destra”. Lasciando uno spazio a sinistra, dunque, che la Cgil-movimento si trova a colmare. Si è visto ieri a con la contaminazione tra i metalmeccanici e le aree del disagio sociale giovanile e della precarietà, e con la partecipazione di esponenti di Sel (Nichi Vendola e Giorgio Airaudo) e della minoranza Pd (Stefano Fassina e Giuseppe Civati). Si è visto alla manifestazione di Roma del 25 ottobre scorso. E appare anche evidente che questa Cgil sia oggi a forte trazione “landiniana”.
Ora la confederazione è tutta proiettata verso lo sciopero generale di otto ore di venerdì 5 dicembre. Prima, il 21 novembre, ci sarà l’altro sciopero generale dei metalmeccanici del centrosud con una manifestazione a Napoli. «La partita non è assolutamente chiusa», diceva ieri Susanna Camusso. E Landini, dal palco: «Non ci fermeremo, andremo avanti fino a quando non cambieremo le loro posizioni. Abbiamo la forza e l’intelligenza per farlo. Noi non stiamo scherzando ». Poi di ritorno da Milano spiegava: «C’è un attacco alla contrattazione senza precedenti. Che è poi un attacco al sindacato confederale e al mondo del lavoro. Ecco perché dobbiamo mettere in campo un movimento sociale che abbia il suo perno sul lavoro».
Aggiunge Giorgio Airaudo che per anni ha lavorato fianco a fianco con Landini: «Nelle piazze della Cgil c’è una domanda di politica diversa da quella offerta da Renzi e che non può essere intercettata dalle correnti del Pd. Insomma non è più sufficiente la strategia della riduzione del danno». E d’altra parte la mediazione sull’articolo 18 all’interno dei democratici — ha detto la Camusso — «non ci pare sia una risposta per mantenere la difesa dei diritti che noi facciamo. E non sarà un voto di fiducia che cambierà il nostro orientamento e la nostra iniziativa». La mediazione? «Una presa in giro», l’ha bollata Landini.
La Cgil è compatta, fino adesso. Eppure quando alla riunione dell’ultimo Direttivo, quello che ha proclamato lo sciopero generale, la relazione della Camusso è stata applaudita anche da Gianni Rinaldini, predecessore di Landini alla guida della Fiom e leader di quella che è stata la minoranza al congresso confederale, in molti hanno capito che il nuovo asse al vertice della Cgil sta mutando profondamente la strategia del sindacato. Con il rischio di imboccare una strada senza ritorno, mentre la Camusso aveva investito molto sulla ritrovata unità d’azione con la Cisl e la Uil.
I malumori, dunque, serpeggiano, ma fino allo sciopero generale del 5 dicembre non emergeranno pubblicamente. C’è tutta l’area riformista schierata apertamente contro Landini al congresso di luglio, che teme, appunto, la deriva del sindacato-movimento. «Cosa si fa dopo il 5?», è la domanda più ricorrente nel palazzo di Corso d’Italia e in tante strutture territoriale e di categoria. In segreteria confederale avrebbe espresso i suoi dubbi Fabrizio Solari; qualche distinguo anche da Franco Martini. E pare che la stessa leader dei pensionati Carla Cantone non sia del tutto allineata. «Perché — si dice a mezza bocca e finora dietro un rigoroso anonimato — la Cgil non può limitarsi a raccogliere il dissenso. Servono i risultati. Altrimenti si rischia di cambiare mestiere». E se fosse proprio questo l’obiettivo di Renzi?


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