Il patto anti-tasse delle multinazionali in Lussemburgo Bufera su Juncker

Il patto anti-tasse delle multinazionali in Lussemburgo Bufera su Juncker

CENTINAIA di dossier segreti. Oltre 28 mila pagine di documenti confidenziali che svelano il funzionamento di una efficientissima macchina da soldi. Lo scoop dell’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) è riuscito per la prima volta a violare i confini del paradiso fiscale del Lussemburgo. Le carte che in Italia sono pubblicate in esclusiva da l’Espresso raccontano i patti segreti tra il governo del Lussemburgo e grandi aziende di tutto il mondo, oltre 300. Obiettivo: ridurre al minimo, se non azzerare, il peso delle tasse sui flussi finanziari miliardari che approdano nelle banche del piccolo Stato nel cuore dell’Europa.
L’inchiesta giornalistica illustra il contenuto di veri e propri contratti, in gergo “tax ruling”, a cui partecipano multinazionali del calibro di Ikea, Procter & Gamble, Pepsi, Gazprom e, ancora, il colosso alimentare Heinz e le farmaceutiche Glaxo e Abbot laboratories. I dossier riguardano anche alcuni importanti affari italiani. L’elenco comprende 31 aziende. Si parte dai grattacieli milanesi costruiti dal fondo americano Hines insieme ai Ligresti, fino ai palazzi pubblici della Regione Sicilia venduti all’accoppiata Deutsche Bank-Pirelli. Tra i dossier ci sono poi quelli che riguardano, per esempio, gli accordi stipulati con il fisco del Lussemburgo da Finmeccanica, un gruppo controllato dallo Stato, così come da Intesa e Unicredit, i colossi italiani del credito.
L’enorme mole di materiale raccolta e analizzata dal network di giornalismo investigativo ICIJ porta il marchio di Pricewaterhouse (Pwc), il colosso della revisione di bilancio che ha assistito le aziende nei negoziati con la burocrazia lussemburghese. I risultati della consulenza sono stati eccezionali, almeno dal punto di vista delle multinazionali coinvolte che sono riuscite a schivare gran parte delle imposte sia nel Paese d’origine sia nel Granducato. Tutto questo grazie a sofisticate architetture societarie, tra prestiti infragruppo e complessi strumenti finanziari. Non c’è da stupirsi, allora se nel corso dei decenni il Lussemburgo si è trasformato in un’enorme cassaforte per capitali stranieri in fuga dalle tasse. Di recente, però, i grandi Paesi europei (Germania, Francia e anche Italia) e gli Stati Uniti, alle prese con crescenti problemi di bilancio pubblico, hanno deciso un salto di qualità nella lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Si è mossa anche l’Unione Europea che, tra l’altro, ha messo nel mirino le pratiche considerate elusive di Apple in Irlanda, Starbucks in Olanda e Fiat nel Lussemburgo.
In queste ore, però, di fronte alle rivelazioni di stampa, a Bruxelles è grande l’imbarazzo. Con quello che appare come un paradosso della storia, proprio nel momento in cui la Ue annuncia fuoco e fiamme contro i furboni del fisco, alla presidenza della Commissione è approdato, a inizio novembre, un politico come Jean-Claude Juncker, per quasi un ventennio ai vertici del governo lussemburghese e garante del sistema ora finito sotto accusa. Marine Le Pen, leader del Front National, ne ha subito chiesto le dimissioni: «Di fronte a questo scandalo internazionale, che pone problemi etici, morali e politici, chiediamo anche spiegazioni immediate ai diversi governi francesi, che erano sicuramente informati di queste pratiche». E mentre l’attuale premier del Lussemburgo Xavier Bettel ribadisce che gli accordi fiscali riservati con le grandi aziende multinazionali sono legali, la responsabile della concorrenza Margrethe Vestager garantisce che la Ue «andrà fino in fondo» nell’inchiesta in corso. Anche gli “alleati” socialisti, però, sono sul piede di guerra. «La credibilità di Jean-Claude Juncker come nuovo presidente della Commissione europea è in gioco. Deve mostrare da che parte sta. È dalla parte dei cittadini o degli evasori fiscali delle aziende?», afferma il capogruppo socialista Gianni Pittella.
Messo sotto pressione dalla comunità internazionale, nei mesi scorsi Juncker aveva negato qualsiasi coinvolgimento del suo Paese in attività che favoriscono l’evasione. «Nessuno è mai stato in grado di convincermi che il Lussemburgo è un paradiso fiscale», ha dichiarato di recente il nuovo presidente della Commissione europea.
Un tema interessante. Per farsi un’idea adesso ci sono le 28 mila pagine che raccontano gli accordi segreti tra le multinazionali di tutto il mondo e il governo del Granducato.


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