Quelle ferite aperte nello stato di diritto

Saggi. «Crimini contro l’ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri» di Donatella Di Cesare per il melangolo. Le visite della filosofa italiana al Cie di Ponte Galeria sono il punto di partenza per una analisi sulla sistematica violazione della dignità dei migranti

Alessandro Dal Lago, il manifesto redazione • 4/11/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Libri & culture • 540 Viste

Cre­diamo in molti di sapere come fun­zio­nano i Cie, le isti­tu­zioni totali in cui ven­gono rin­chiusi per un tempo inde­ter­mi­nato i migranti non auto­riz­zati, gli irre­go­lari, i cosid­detti clan­de­stini. Abbiamo denun­ciato i soprusi che vi avven­gono. Ci sono state mani­fe­sta­zioni di pro­te­sta e anche inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari, quando la sini­stra era rap­pre­sen­tata in par­la­mento. E poi, ine­vi­ta­bil­mente, abbiamo dovuto ammet­tere che in una società «civile», «demo­cra­tica», «umana» ecc. si dif­fon­dono spazi recin­tati in cui i diritti ele­men­tari ven­gono vio­lati legal­mente, senza che la magi­stra­tura possa inter­ve­nire, senza che l’opinione pub­blica sap­pia o voglia sapere, senza che noi, cit­ta­dini a pieno titolo, pos­siamo cono­scere i cri­mini com­messi in nostro nome, senza, insomma, che cambi nulla.

Adesso, que­sti cri­mini sono oggetto di un sag­gio den­sis­simo di Dona­tella Di Cesare (Cri­mini con­tro l’ospitalità. Vita e vio­lenza nei cen­tri per stra­nieri, il melan­golo, pp. 103), che ana­lizza logica, strut­tura e fun­zio­na­mento dei Cen­tri di inter­na­mento ed espul­sione, dando oltre­tutto la voce a chi vi è inter­nato. Di Cesare ha visi­tato a due riprese il Cie di Ponte Gale­ria e quindi rac­conta quello che ha visto. Il fatto inte­res­sante è che non è una gior­na­li­sta o una socio­loga, ma una filo­sofa, nota, tra l’altro, per i suoi studi sull’ermeneutica, Gada­mer, l’etica ebraica, il nega­zio­ni­smo e molto altro. Ma il fatto di non essere un’osservatrice di pro­fes­sione con­fe­ri­sce alla sua inda­gine una sem­pli­cità e un’immediatezza che rara­mente si riscon­trano nei testi socio­lo­gici o etno­gra­fici, appe­san­titi come sono dalla lan­gue de boisdelle scienze sociali. E, soprat­tutto, Cri­mini con­tro l’ospitalità è del tutto privo del nar­ci­si­smo che tal­volta si affac­cia nei reso­conti di mili­tanti e ricer­ca­tori quando visi­tano i Cie («Ah, come sof­fro nel vedere gli altri che soffrono!»).

Di Cesare descrive, con l’apparente ogget­ti­vità e la sec­chezza di chi cova un vero furore per ciò che vede (ma è capace di trat­te­nerlo), le pro­ce­dure a cui è sot­to­po­sto chi visita uno di que­sti cen­tri di inter­na­mento, le bar­riere senza fine, le gior­nate nulle degli inter­nati, le ves­sa­zioni, la segre­ga­zione dagli altri e dal mondo, le vite senza sca­denze, l’incertezza sul futuro, non diver­sa­mente da quanto Gof­f­man o Fou­cault o Basa­glia ave­vano scritto di pri­gioni o ospe­dali psi­chia­trici, con la dif­fe­renza che qui non ci sono giu­dici di sor­ve­glianza a cui appel­larsi o psi­chia­tri visio­nari, non c’è il diritto da invo­care o la rivolta da accen­dere con­tro ordi­na­menti medie­vali – ma il vuoto, l’illegalità neu­tra e atroce del cosid­detto stato di diritto; e die­tro, l’indifferenza dei cosid­detti demo­cra­tici, la scom­parsa di un’opinione in grado di argi­nare i fasci­smi di stato, le facce, ine­spres­sive più che torve, di tutti quelli che i Cpt e i Cie li hanno votati, gente di destra e di cen­tro, e gente che magari si ritiene di sini­stra. E die­tro e den­tro ci sono anche le con­ni­venze delle coo­pe­ra­tive (magari di Lega­coop), di medici e psi­co­logi che impon­gono seda­tivi, dei cosid­detti media­tori cul­tu­rali, cioè di tutti gli ope­ra­tori che «aiu­tano», offrono un «soste­gno», «assi­stono», «mediano». Nient’altro che poli­ziotti senza pistola. «La psi­co­loga e la media­trice cul­tu­rale mi seguono con lo sguardo sospet­toso», scrive a un certo punto Di Cesare su una sua visita a Ponte Gale­ria, e que­ste parole spie­gano tutto.

Se pen­siamo che gli inter­nati sono scam­pati a stragi o alla fame nei paesi d’origine, alle mili­zie armate, alle tra­ver­sate dei deserti, agli anne­ga­menti nel Canale di Sici­lia, l’orrore dei Cie appa­rirà ancora più inso­ste­ni­bile. E intol­le­ra­bili le cagnare leghi­ste o neo­fa­sci­ste con­tro gli immi­grati. Ma i latrati di alcune mino­ranze non alleg­ge­ri­scono la respon­sa­bi­lità di una società in grande mag­gio­ranza indif­fe­rente all’apertura di que­ste vere e pro­prie lace­ra­zioni nello stato di diritto, all’avvento di uno stato penale al posto di quello che si pen­sava legale. Dopo aver riflet­tuto sul signi­fi­cato dei campi nella nostra cul­tura, Di Cesare sot­to­li­nea giu­sta­mente che non abbiamo alcun merito nel vivere da que­sta parte del con­fine che separa pri­vi­legi e povertà. E che un’istituzione insen­sata e costosa come la rete dei Cie ha una fun­zione sim­bo­lica e non pra­tica – quella di man­te­nere nella paura tutti quelli che stanno dall’altra parte e hanno que­sta assurda pre­tesa alla libertà e al benes­sere di cui noi godiamo gra­zie alla mera con­tin­genza storica.

L’appello «ai miei con­cit­ta­dini» con cui si con­clude il sag­gio, l’appello a chiu­dere i Cie, affin­ché nem­meno uno stra­niero sia più tenuto «tra le grate», nella lacuna del diritto e nella totale assenza di giu­sti­zia, non avrà effetti pra­tici. Ma que­sto non ne fa cer­ta­mente un appello reto­rico. Chiun­que non sia avve­le­nato dall’abitudine e dall’indifferenza in mate­ria di giu­sti­zia reale, sociale e poli­tica, sa che i Cie sono un’ignominia. E che la loro isti­tu­zione è una mac­chia sul nostro tempo, sul nostro paese e su noi che ci viviamo. E quindi ha per­fet­ta­mente ragione Dona­tella Di Cesare, in con­clu­sione del suo bel sag­gio, a ricordarcelo.

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