Russia, l’incubo della crisi finanziaria

Russia, l’incubo della crisi finanziaria

MOSCA La vertiginosa discesa del rublo potrebbe riuscire a provocare quel risultato che le sanzioni occidentali hanno finora solo propiziato: portare Vladimir Putin sulla strada di un reale compromesso in Ucraina. L’economia russa va male, soprattutto da quando la crisi nel Paese vicino ha arroventato i rapporti con l’Occidente. Ma negli ultimi giorni la moneta nazionale si è avvicinata al collasso, con la gente che torna a nascondere dollari ed euro sotto il materasso, come nei momenti peggiori, prima di gravissime crisi del sistema bancario.
Mercoledì scorso la Banca centrale aveva fatto l’errore di annunciare che non sarebbe più intervenuta massicciamente sui mercati per difendere la moneta nazionale, e questo aveva provocato un ulteriore crollo, fino a 60 rubli contro un euro (prima della crisi era sotto i 40). Venerdì la Banca ha fatto marcia indietro e, nel timore di possibili nuove norme, gli operatori hanno iniziato a liquidare posizioni in euro e dollari. E questo ha ridato un po’ di respiro alla valuta.
Ma ora è la gente qualunque che acquista valuta per salvare i risparmi. Al punto che il ministro per lo Sviluppo economico Aleksej Ulyukayev è arrivato ad ammettere che la cosa migliore potrebbe essere quella di tenere i quattrini in dollari, euro e rubli. Gli interventi sul mercato sono costati allo Stato già 30 miliardi di dollari. La Russia ha riserve ingenti (a settembre erano di 400 miliardi di dollari), ma non infinite. E le crisi si sa come iniziano, ma non come finiscono quando i cittadini sono presi dal panico.
In Russia gli stipendi sono pagati in rubli, ma tutti i generi di consumo, dalle auto alle arance, sono d’importazione. Lo stesso vale per i beni strumentali. I loro prezzi, quindi, salgono con il crescere del valore del dollaro.
Ecco allora che il cittadino Ivan appena riceve lo stipendio si affretta a cambiarlo, per non vederselo falcidiato dall’inflazione che ha già superato l’8,5 per cento. La Banca centrale ha già fatto salire più volte (pochi giorni fa di un punto e mezzo) il tasso di sconto portandolo al 9,5 per cento, e potrebbe agire nuovamente. Inoltre per oggi non si escludono anche alcune restrizioni amministrative al cambio delle valute.
Il rublo debole sarebbe utile se la Russia esportasse prodotti finiti, che diventerebbero più competitivi. Ma dal Paese escono solo materie prime, soprattutto gas e petrolio che sono in discesa da mesi. È vero che l’apprezzamento del dollaro fa aumentare gli introiti dello Stato dalle vendite del greggio e del metano, ma non abbastanza da bilanciare le perdite sul fronte delle importa-zioni.
Inoltre, col petrolio a 80 dollari lo Stato ha difficoltà a far quadrare i conti perché il budget 2014 è stato delineato ipotizzando un prezzo di 93 dollari. Per l’anno prossimo il bilancio va in pareggio con un prezzo di 96 dollari.
Tutto questo vuol dire che Putin dovrà rivedere i suoi programmi: interventi nella Crimea appena annessa, sostegni ai secessionisti ucraini, spese sociali per il normale cittadino russo, per non parlare degli investimenti nella difesa. Già si parla di forte aumento delle tariffe urbane (elettricità, riscaldamento, eccetera) che potrebbero ridurre il consenso di cui gode il presidente russo. Se poi si arrivasse addirittura al default del rublo come avvenne nel 1998, allora le cose potrebbero mettersi veramente male.
Fabrizio Dragosei


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