Salvini provoca ancora, ma prima avverte la scorta

Bologna. Il leader leghista in una struttura che ospita rifugiati. La questura sui fatti di sabato: «Si è mosso senza dirci dove si trovava»

Vito Chiusi, il manifesto redazione • 11/11/2014 • Copertina, Osservatorio razzismo & discriminazioni, Politica & Istituzioni • 619 Viste

Rischia di diven­tare un boo­me­rang per Mat­teo Sal­vini l’aggressione subita sabato scorso da alcuni gio­vani dei cen­tri sociali che gli hanno impe­dito di entrare nel campo rom di Via Erbosa a Bolo­gna. La rico­stru­zione della gior­nata fatta dalla que­stura bolo­gnese mette infatti in evi­denza pos­si­bili respon­sa­bi­lità del lea­der della Lega per quanto è suc­cesso, soprat­tutto per non aver infor­mato in tempo le forze dell’ordine dei suoi spo­sta­menti e del cambi di pro­gramma rispetto a quanto comu­ni­cato in pre­ce­denza a chi avrebbe dovuto pren­dersi cura della sua sicu­rezza.
Respon­sa­bi­lità che fareb­bero pen­sare che Sal­vini possa aver cer­cato lo scon­tro con i cen­tri sociali. Ipo­tesi smen­tita ieri dal segre­ta­rio della Lega: «Ovvia­mente la poli­zia sapeva dove era­vamo, ho due figli e non è che ci goda ad avere tre ossessi che come scim­mie mi sal­tano sul tetto della mac­china», ha detto Sal­vini che ha incas­sato anche la soli­da­rietà dell’ex mini­stro per l’Integrazione Cecile Kienge (Pd). Per l’assalto all’auto del lea­der leghi­sta la poli­zia ha iden­ti­fi­cato sei anta­go­ni­sti gra­zie alle imma­gini girate dalla tante tele­ca­mere pre­senti. Iden­ti­fi­cati dalla Digos anche gli aggres­sori di Enrico Bar­betti, il gior­na­li­sta del Resto del Car­lino inse­guito e spin­to­nato da una quin­di­cina di per­sone che gli hanno pro­vo­cato la frat­tura del gomito sini­stro. Secondo la Digos si tratta di mili­tanti anar­chici dell’aula C occu­pata della facoltà di Scienze poli­ti­che.
Intanto Sal­vini anche ieri ha pro­se­guito la sua cam­pa­gna elet­to­rale per le ele­zioni regio­nali in Emi­lia Roma­gna con una nuova pro­vo­ca­zione.
Sta­volta si è pre­sen­tato insieme ad Alan Fab­bri, can­di­dato per il Car­roc­cio alla pre­si­denza della Regione, davanti a un albergo di Imola in cui sono ospi­tati una tren­tina di rifu­giati dal Ban­gla­desh. Ad ascol­tarlo c’erano una cin­quan­tina di mili­tanti radu­nati die­tro uno stri­scione con la scritta «No all’invasione» e pro­tetti da una tren­tina di poli­ziotti e cara­bi­nieri, più una scorta per­so­nale per Sal­vini con la quale, con­tra­ria­mente a quanto fatto sabato, ha con­cor­dato ora e luogo dell’appuntamento. Fatta ecce­zione per cin­que gio­vani dei cen­tri sociali, sta­volta non c’è stata nes­suna con­te­sta­zione, ma il lea­der del Car­roc­cio non ha rinun­ciato alla pro­vo­ca­zione into­nando «Bella ciao».
Ine­vi­ta­bil­mente, però, sono ancora i fatti di sabato a tenere banco. E in par­ti­co­lare le parole del que­store di Bolo­gna, Vin­cenzo Stin­gone. «Chi è sot­to­po­sto a tutela deve for­nire alla poli­zia gli orari e il pro­gramma det­ta­gliato dei suoi spo­sta­menti in modo che ven­gano pre­di­spo­sti i ser­vizi del caso — ha spie­gato ieri il que­store — cosa che sabato non è avve­nuta, e l’onorevole Sal­vini fra l’altro viag­giava su un’auto pri­vata, quando in casi del genere si deve usare un mezzo delle forze dell’ordine». Ad atten­dere Sal­vini sabato c’era un’auto della Digos e un mezzo con dodici agenti del reparto mobile, che dal casello avreb­bero dovuto scor­tarlo fino al campo rom. Se Sal­vini li avesse avver­titi sulla sua posi­zione. Cosa che invece, secondo quanto rife­rito dal que­store, non ha fatto. E quando final­mente la con­si­gliere della Lega Bor­gon­zoni, che si tro­vava in auto con il segre­ta­rio leghi­sta e con la quale la poli­zia era in con­tatto, si è final­mente fatta viva, Sal­vini si tro­vava già nel par­cheg­gio dell’ippodromo dove è avve­nuta l’aggressione.
Da parte sua ieri il lea­der leghi­sta ha con­ti­nuato a chie­dere soli­da­rietà per l’aggressione di sabato. Anche per­ché con tutti i son­daggi che danno la Lega in cre­scita, è ovvio che Sal­vini cer­chi di sfrut­tare l’occasione il più pos­si­bile. «O tutti, senza se e senza ma, con­dan­nano e rifiu­tano qual­siasi tipo di vio­lenza, oppure io mi fermo», ha detto. E rife­ren­dosi alla visite ai campi rom e alle strut­ture che ospi­tano richie­denti asilo, ha spie­gato: «Io fac­cio il mio lavoro, che è di con­trol­lare come si spen­dono i soldi pub­blici. Non cerco voti sui rom, sem­pli­ce­mente mi scoc­cia che il denaro pub­blico sia dato a per­sone che poi rispon­dono con schiaffi».

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