Salvini torna a Bologna tensione con la Questura dopo gli incidenti

Il leader leghista non comunicò alla Digos i suoi spostamenti L’accusa del Siulp: “Chi ha la scorta deve rispettare le regole”

LUIGI SPEZIA, la Repubblica redazione • 10/11/2014 • Copertina, Osservatorio razzismo & discriminazioni, Politica & Istituzioni • 846 Viste

BOLOGNA . Matteo Salvini non se la prende con la polizia, ma semmai è più probabile il contrario. «Non credo che le forze dell’ordine non mi abbiano protetto», ha chiarito dopo l’aggressione subìta sabato, vicino al campo nomadi di via Erbosa, alla periferia di Bologna, che voleva visitare con regolare autorizzazione del Comune. Il forte malumore nella Questura di Bologna, per le critiche ricevute nella gestione dell’ordine pubblico di sabato mattina – critiche che si sono dirette per riflesso anche contro il ministero degli Interni Angelino Alfano, che le ha respinte — lo rilancia il sindacato di polizia. «Essere sottoposti a tutela, presuppone l’accettazione di regole». Uno come Salvini, che ha la “tutela” dalla questura di Milano, «è obbligato a comunicare preventivamente dove e quando intende spostarsi», afferma il segretario del Siulp Felice Romano, che suggerisce «un’ispezione per capire se quanto accaduto è solo frutto di disattenzione o se, invece, non può celare anche altro». L’impressione generale è che Salvini intenzionalmente non abbia avvertito dei suoi spostamenti.
«Avere una tutela, una protezione, non è un optional, non si può usarla un giorno sì e l’altro no. Se una persona è sotto tutela vuol dire che è a rischio, e se è a rischio lo è sempre», è il ragionamento che circola tra le forze dell’ordine. Si sapeva che Matteo Salvini sarebbe arrivato a Bologna per visitare il campo dei nomadi sinti italiani (non rom come lui dice), ma non ha mai comunicato alla questura di Milano il «dove e quando» e il programma del suo viaggio. Non ricevendo notizie dalla questura di Milano, quella di Bologna già nei giorni scorsi era passata al “piano B”. La Digos aveva contattato una consigliera comunale leghista, che era già stata al campo, dove aveva ricevuto un ceffone da una nomade e stava organizzando la visita del segretario della Lega. Lei avrebbe tenuto i rapporti con Salvini, ma quel “ponte” non ha funzionato. Era già pronta una “scorta rinforzata” per andare a prendere il segretario della Lega al casello dell’autostrada. Ma quale casello? E a che ora? La scorta non poteva girare tutti i caselli di Bologna alla ricerca dell’auto (privata e sconosciuta) di Salvini. Il capo della Digos, non avendo più notizie dopo l’orario fissato per l’arrivo (le 11), ha mandato un sms alla consigliera: «Dove siete?». Lei ha finalmente risposto e solo allora la polizia ha saputo dove fosse Salvini. Troppo tardi: gli antagonisti di un collettivo avevano saputo – chissà come – dov’era il politico leghista e l’hanno costretto a fuggire tra i vetri infranti dell’auto. In sei sono stati già denunciati, a conferma delle parole del procuratore Valter Giovannini: «Agiremo velocemente».
«Salvini era a caccia di voti razzisti», sostiene il presidente nazionale dell’Opera Nomadi, Massimo Converso. «È venuto in via Erbosa non per tutelare i bolognesi dai pericolosi nomadi, ma soltanto per raccattare voti facili. Averlo aggredito è servito soltanto a fargli una straordinaria pubblicità». Mentre Salvini dichiara che «I sondaggi sono fantastici», Converso spiega d’altra parte che «non c’era alcuna necessità dell’assalto alla baionetta dei “centri sociali”, che nulla sanno della complessissima “questione sinti” (completamente diversa da quella rom). Hanno soltanto fatto propaganda gratuita ad un personaggio come Salvini». Oggi, lui torna a Bologna a continuare la campagna elettorale delle prossime regionali.

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