Se il Tfr in busta si mangia gli 80 euro

Cre­scono gli equi­voci stru­men­tali nel dibat­tito sul Tfr in busta paga che tira in ballo anche le pen­sioni e la cre­scita

Felice Roberto Pizzuti, il manifesto redazione • 12/11/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 2214 Viste

Cre­scono gli equi­voci stru­men­tali nel dibat­tito sul Tfr in busta paga che tira in ballo anche le pen­sioni e la cre­scita. Per fare il punto, è utile ricor­dare che il Tfr è una parte del sala­rio (6,91%), messo a rispar­mio per le neces­sità che sor­gono quando cessa il rap­porto di lavoro o, prima, per spese par­ti­co­lari (sani­ta­rie, per la casa, pre­vi­denza inte­gra­tiva). Dun­que il Tfr è già red­dito dei lavo­ra­tori (anche se in molti cer­cano di appro­priar­sene) ma met­terlo in busta paga gioca ad illu­dere che sia un aumento del salario.

La pro­po­sta gover­na­tiva è accom­pa­gnata dall’ideologismo tardo libe­ri­sta che si resti­tui­rebbe libertà di scelta ai lavo­ra­tori sul pro­prio sala­rio; ma spe­cu­lando sulle neces­sità imme­diate poste dalla crisi, si pri­ve­rebbe cia­scun lavo­ra­tore e l’intero sistema economico-sociale di un ammor­tiz­za­tore con­tro la disoc­cu­pa­zione pro­prio men­tre essa aumenta strut­tu­ral­mente. E se è vero che il Tfr è una spe­ci­fi­cità del nostro sistema di wel­fare, ancor più sop­pe­ri­sce all’inadeguatezza delle nostre assi­cu­ra­zioni con­tro la per­dita del lavoro. Con que­sto neo­li­be­ri­smo alle von­gole, oltre a smon­tare lo stato sociale (pro­prio quando più serve), si potrebbe giu­sti­fi­care anche l’eliminazione di altre misure meri­to­rie (che gli indi­vi­dui non rie­scono a per­ce­pire come tali) quali l’obbligo sco­la­stico o delle cin­ture di sicu­rezza in auto.

Ma il prov­ve­di­mento gover­na­tivo, oltre a con­trad­dire la meri­to­rietà lun­gi­mi­rante che dovrebbe gui­dare l’azione pub­blica, è addi­rit­tura ingan­ne­vole. Infatti, la “libertà” di disporre del Tfr in busta paga avrebbe un prezzo. Poi­ché l’aliquota fiscale sul Tfr è del 23%, cioè come quella minima appli­cata sui red­diti lordi fino a 15.000 euro, per tutti i red­diti supe­riori – cioè la mag­gio­ranza — l’anticipo in busta paga impli­che­rebbe mag­giori impo­ste; inol­tre, potrebbe por­tare il red­dito oltre la soglia di 26.000 euro, supe­rando il limite per avere il bonus degli 80 euro al mese.

Niente male come inganno!

La pro­po­sta gover­na­tiva si basa poi su spe­ranze macroe­co­no­mi­che illu­so­rie. Come mostra l’esperienza degli 80 euro in busta paga, è ragio­ne­vole pre­ve­dere che nean­che la dispo­ni­bi­lità del Tfr si tra­duca in mag­giori con­sumi, per­ché la crisi accen­tua l’incertezza sul futuro. Nella situa­zione attuale di “trap­pola della liqui­dita”, una pic­cola dispo­ni­bi­lità finan­zia­ria aggiun­tiva (che sosti­tui­sce e riduce un’entrata futura) non si tra­duce in aumento della domanda.

Anche per­ché – e dovrebbe essere un aspetto pri­ma­rio in que­sto dibat­tito — nelle attuali con­di­zioni di accen­tuata debo­lezza con­trat­tuale dei lavo­ra­tori, l’aumento della busta paga deri­vante da decon­tri­bu­zioni ten­de­rebbe ad essere tra­slato, ovvero rias­sor­bito, a favore dei datori di lavoro, spe­cial­mente nelle trat­ta­tive indi­vi­duali o con pochi dipen­denti. In poco tempo, quel 6,9% del sala­rio sarebbe perso dai lavoratori.

Gli equi­voci nel dibat­tito sull’uso del Tfr sono accre­sciuti dalle con­tra­rietà a tra­sfe­rirlo in busta paga espresse da chi sostiene lo svi­luppo dei fondi pen­sione pri­vati anche sosti­tu­tivo del sistema pub­blico; per i fondi, infatti, si ridur­rebbe la loro prin­ci­pale fonte di finan­zia­mento. Negli ultimi anni, la crisi ha accen­tuato l’attenzione sul fatto che, per via della cro­nica carenza d’opportunità d’investimenti finan­ziari esi­stenti nel nostro sistema eco­no­mico, i fondi allo­cano all’estero il 70% del rispar­mio pre­vi­den­ziale da essi gestito e ne impie­gano una parte irri­so­ria, meno dell’1%, in azioni di imprese ita­liane. Per atte­nuare almeno quest’ingente fuo­riu­scita di rispar­mio, si è aperto un dibat­tito — che ha coin­volto anche le asso­cia­zioni dato­riali, i sin­da­cati e rap­pre­sen­tanti dello stato — per sti­mo­lare una rial­lo­ca­zione delle risorse finan­zia­rie dei Fondi a soste­gno dello svi­luppo eco­no­mico nazionale.

Que­sto ten­ta­tivo è stato com­ple­ta­mente spiaz­zato dalla nuova pos­si­bi­lità di tra­sfe­rire il Tfr in busta paga; gene­rando un ulte­riore para­dosso. Da più parti, la pro­po­sta gover­na­tiva viene cri­ti­cata per il suo effetto di ridurre il rispar­mio pre­vi­den­ziale, ma in nome dello svi­luppo anche sosti­tu­tivo dei fondi pen­sione, rimuo­vendo dun­que la cir­co­stanza tanto dibat­tuta che essi sono un canale di ingente tra­sfe­ri­mento all’estero di quello stesso rispar­mio. Invece si con­ti­nua ideo­lo­gi­ca­mente a tra­scu­rare che il sistema pen­sio­ni­stico pub­blico a ripar­ti­zione, oltre ad avere meno costi di gestione e offrire pre­sta­zioni non legate all’elevata insta­bi­lità dei mer­cati finan­ziari, trat­tiene per intero il rispar­mio che gestisce.

Volendo rispet­tare dav­vero la libertà di scelta dei lavo­ra­tori nell’uso del Tfr, ma senza inde­bo­lire il meri­to­rio rispar­mio pre­vi­den­ziale, sarebbe molto più con­se­guente con­ce­dere la pos­si­bi­lità (oggi pre­clusa) di indi­riz­zarlo, con tutta la fles­si­bi­lità pre­fe­rita da cia­scun lavo­ra­tore, verso il sistema pen­sio­ni­stico pub­blico, il cui sistema di finan­zia­mento con­tri­bu­tivo con­sen­ti­rebbe di aumen­tare la coper­tura pen­sio­ni­stica senza nes­sun costo gestio­nale aggiun­tivo. Que­sta pos­si­bi­lità, già det­ta­gliata in un pro­getto di legge, avrebbe anche l’importante bene­fico effetto di miglio­rare il bilan­cio pub­blico; e se tali flussi con­tri­bu­tivi aggiun­tivi fos­sero indi­riz­zati a finan­ziare inve­sti­menti infra­strut­tu­rali e inno­va­tivi, se ne gio­ve­rebbe ancor più lo svi­luppo del Paese, chiu­dendo posi­ti­va­mente il cer­chio che uni­sce meri­to­rietà sociale e cre­scita economica.

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